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Dalla documentazione su internet ai gattini. Breve guida per sopravvivere al "cambio di algoritmo" di Facebook

 
Piangono lacrime di coccodrillo i padroni di Internet e i loro sponsor. Ora ci fanno sapere che il nuovo corso dei Social per contrastare le famigerate “Fake news di Putin” sarebbe già costato a Facebook miliardi di dollari e temiamo che già si prospettino (al pari di quelli che l’Unione Europea eroga ai “giornalisti anti-Putin”) finanziamenti pubblici per aiutare le aziende proprietarie di social nella loro bella crociata neo-maccartista.  Apre le danze, in Italia, l’Huffington Post dapprima con l’articolo “Più foto di gatti e meno news, la scelta di Facebook fa paura” poi con "Mark Zuckerberg ha perso 3,3 miliardi di dollari con il nuovo algoritmo di Facebook: la stima di Forbes”, segue Il Corriere della Sera e tutti gli altri.




Ma come stanno, davvero, le cose?

Intanto parliamo degli algoritmi che, su Facebook, come su altri social indirizzano alla lettura di determinati post (tra quelli degli innumerevoli “amici” e siti clikkati negli anni) orientando, quindi, gli interessi, le opinioni, gli acquisti... di miliardi di utenti. Già il 27 agosto scorso e il 15 dicembre 2016 Facebook aveva annunciato di aver aggiornato i suoi algoritmi per “contrastare la diffusione delle fake news”, oggi l’annuncio di Mark Zuckerberg di una radicale modifica degli algoritmi, finalizzata, - ovviamente – a garantire che “il tempo che spendiamo tutti su Facebook sia tempo ben speso.”





Cioè?

Prevalentemente dando molto spazio a post creati direttamente da “amici” penalizzando, invece, quelli che rimandano ad articoli. Facebook, quindi, cessa di essere un luogo dove poter leggere notizie e opinioni che non avremmo potuto trovare sui media main stream per diventare una innocua antologia di foto (gattini, compleanni, viaggi…)  e di sfoghi di qualche “amico”.  A completamento del nuovo corso di Facebook, il potenziamento del servizio di sponsorizzazione e del servizio Instant Articles dei post, ovviamente, di quelli di media messi bene a soldi, non certo dei siti di controinformazione. Progetto che, certamente frutterà all’arcimiliardario Mark Zuckerberg un’altra barca di soldi: altro che il suo “sacrificarsi finanziariamente contro le fake news e l’hate speech”.

Ancora più subdola la strategia di Google che il 15 dicembre scorso ha annunciato che  non compariranno più nella sua sezione “notizie”, post provenienti da siti che “(allo scopo di ingannare gli utenti) rappresentano in modo fuorviante, travisano o nascondono informazioni sulla proprietà o sulla loro finalità principale ". Google, invece, (al pari di Facebook) pare abbia messo messo da parte la pretesa di etichettare con il marchio di infamia  "fact check" notizie che non rispettavano un fantomatico “criterio di accuratezza“; iniziativa pure chiesta a gran voce da Laura Boldrini ma che avrebbe regalato a tanti post e siti una intrigante aureola di martirio; iniziativa che, comunque, tornerà in auge ora che l’Unione Europea ha finalmente completato la composizione del suo “Gruppo alto livello per lotta fake news”, che vede oggi, la presenza, addirittura, di Gianni Riotta.





Si, ma cosa possono fare oggi i tanti che finora avevano cercato di documentarsi su Internet di fronte a questo ulteriore giro di vite della libertà di informazione, che i sta comportando, tra l’altro, la progressiva scomparsa da Facebook e da Google news di post di siti quali l’Antidiplomatico? Ben poco; ad esempio clikkare su Facebook “mostra per primi gli articoli di questo sito” o seguirci sul nostro neonato canale Telegram. Al momento, il peggio che rischiate è finire, con noi, in qualche lista di proscrizione.
 

Francesco Santoianni
 
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