Decadenza sociale e rabbia popolare: i governi europei impreparati alle sfide future

Decadenza sociale e rabbia popolare: i governi europei impreparati alle sfide future

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di Claudio Gallo*

 

Come vuole la vecchia battuta: “Il capitalismo ha i secoli contati”. La profezia millenaristica di Marx sull’Uomo Nuovo (ma nel suo pensiero c’è ben altro) non ha funzionato e noi siamo ancora in un mondo diviso tra avere e non avere, come il titolo del romanzo più sociale di Hemingway. Oggi, tuttavia, le contraddizioni dell’economia sono più profonde che mai. Basta leggere il Global Risks Report del World Economic Forum di Davos. Si basa sulle analisi di 12 mila leader mondiali. Dopo due anni di pandemia, hanno individuato i principali rischi a medio termine per le società, specialmente quelle occidentali: “erosione sociale”, “allargamento della povertà”, “deterioramento della salute mentale”.

In particolare, l’”erosione della coesione sociale è considerata la prima minaccia a breve termine in 31 paesi del G20, tra cui Argentina, Francia, Germania, Messico e Sud Africa”. Sul lungo termine prevale invece la minaccia di ondate di migrazione provocate da catastrofi naturali e politiche. La maggior parte degli intervistati considera le attuali misure per contenere o regolare i flussi migratori assolutamente inefficaci.

Si ironizzare che Davos è un circolo “per ricconi che arrivano con l’aereo privato a discutere di cambiamenti climatici, sessismo e ineguaglianze”, come ha scritto Simon Kuper sul Financial Times. Ma la verità che le nostre società si sbriciolano davanti ai nostri occhi sembra difficile da negare. Il paradosso di Davos, piuttosto, è se le stesse élites che hanno creato questi problemi vogliano o siano in grado di risolverli.

Secondo il rapporto del WEF, entro il 2030 si prevede che 51 milioni di persone in più vivranno in condizioni di estrema povertà rispetto al periodo pre-pandemia. "Le disparità di reddito, esacerbate da una ripresa economica ineguale, rischiano di aumentare la polarizzazione e il risentimento all'interno delle società". Negli Stati Uniti, i conflitti individuati dal rapporto stanno diventando sempre più minacciosi. Un recente sondaggio mostra che le "divisioni nel paese" sono la principale preoccupazione degli elettori: nel 2022 ci si aspetta che la situazione peggiori. L'attacco al Campidoglio nel gennaio 2021 è stato un chiaro segnale di come la polarizzazione politica possa generare instabilità.

Chiamiamola con il suo nome: crisi della democrazia. Il sistema occidentale, ormai in gran parte simbolico e confinato al momento teatrale delle elezioni, non sembra più in grado di rispondere alle paure della gente. L'impatto delle migrazioni sui paesi occidentali è destinato a crescere drammaticamente. I guru di Davos sono in maggioranza pessimisti. Nei prossimi anni: "Una ripresa a forbice rischia di provocare un'impennata delle migrazioni economiche. Allo stesso tempo, i problemi climatici e l'aumento dell'instabilità politica, della fragilità degli stati e dei conflitti civili, con ogni probabilità moltiplicheranno il numero dei rifugiati".

In Occidente, mentre la gente comune faceva il richiamo del vaccino, la ricchezza dei super-ricchi saliva alle stelle grazie alle circostanze create dallo stesso virus.

È la conclusione del recente rapporto di Oxfam "La disuguaglianza uccide: l'azione radicale necessaria per combattere le disuguaglianze senza precedenti provocate dalla diffusione del  Covid-19". "Dall'inizio della pandemia è nato un nuovo miliardario ogni 26 ore- si legge nel documento - I 1dieci uomini più ricchi del mondo hanno raddoppiato le loro fortune, mentre si prevede che oltre 160 milioni di persone siano precipitate nella povertà. Si stima che 17 milioni di persone siano morte a causa del Covid-19, un’ampiezza di perdite che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale. Questi problemi sono tutti parte dello stesso, più profondo malessere. La disuguaglianza sta distruggendo le nostre società".

Ovunque la stessa triste musica: la decadenza sociale è accolta da un impotente senso di disperazione oppure dal vecchio refrain del coro neo-liberale: "Non c'è alternativa". Ma, come ha detto Noam Chomsky in un'intervista del 2021 su Jacobin Magazine, i grandi gruppi economici "hanno paura". "Temono quelli che chiamano "rischi di reputazione". Hanno paura che "i contadini arrivino con i forconi". In tutto il mondo aziendale - da Davos ai convegni finanziari - si discute su come "confessare apertamente che abbiamo fatto cose sbagliate. Non abbiamo considerato il pubblico, la forza lavoro e la comunità. Ma ora ci rendiamo conto dei nostri errori. Stiamo diventando quello che, negli anni '50, si chiamavano 'Corporation con l'anima', orientate al bene comune".

Il grandi gruppi economici hanno infatti bisogno di una mastodontica campagna globale di PR. La Green Economy è pronta ad essere l’ultimo, estremo, esempio di mercificazione di ogni aspetto della vita. Altro che l'inizio di un'era di business più umano. La corsa alla nuova frontiera dell'automobile elettrica non è, ad esempio, destinata a ridurre drasticamente l'inquinamento complessivo ma solo ad aprire un nuovo mercato dalle molte questioni ambientali irrisolte. Il risultato più ridicolo di questa campagna di "Greenwashing" è la decisione europea di permettere al gas e al nucleare di essere etichettati come investimenti "verdi". Ecco la crisi delle democrazie occidentali in azione: invece di affrontare le sfide, cambiano il significato delle parole.

Non è allora una sorpresa che l'Edelman Trust Barometer 2022 descriva un mondo "intrappolato in un circolo vizioso di sfiducia, alimentato da una crescente diffidenza nei media e nel governo. Un circolo alimentato attraverso la disinformazione e la divisione, che queste due istituzioni alimentano e sfruttano per il guadagno economico e politico". Il Barometro di Edelman ha raccolto dati in tutto il mondo sulla fiducia nei governi, nei media, nel business e nelle Ong. Oggi sostiene che "la rabbia trionfa nei clic", creando una "spirale di sfiducia nel governo e nei media".

"Il pubblico dimostra di essere ampiamente consapevole che i media non giocano pulito". "Nella democrazie c’è un crollo di fiducia", ha detto alla Reuters Richard Edelman, il cui gruppo di comunicazione ha sentito per il sondaggio oltre 36.000 persone in 28 paesi, tra il 1 e il 24 novembre dello scorso anno. Rispetto all'anno precedente la fiducia nelle istituzioni ha perso più punti in Germania, - 7 punti a 46, Australia a 53 (-6), Paesi Bassi a 57 (-6), Corea del Sud a 42 (-5) e Stati Uniti a 43 (-5). La Russia vince la palma della nazione più scettica del mondo sui propri ordinamenti. Il fatto stesso che paesi non famosi per la loro democrazia, come la Cina, gli Emirati Arabi Uniti e la Thailandia, siano in cima all'indice di fiducia può voler dire che i loro cittadini non condividono più di tanto la fede negli ideali democratici occidentali. Essi apprezzano maggiormente  un "senso di prevedibilità della politica", una "coerenza" tra i leader nazionali. La Cina mostra un impressionante 83% di fiducia pubblica nelle istituzioni. Decisamente, l'ottimismo sul futuro si trova più in Oriente che in Occidente.

Il rapporto di Davos sottolinea giustamente che il nostro mondo ha bisogno più che mai di una "governance globale e di una più efficace mitigazione del rischio internazionale" non solo per la minaccia del Covid ma anche per far fronte al "confronto geo-economico". Purtroppo, i numeri raccontano una storia diversa. I protagonisti del gioco globale stanno affrontando, per lo più impreparati, le contraddizioni del mondo futuro. Governi deboli di paesi europei divisi affrontano crisi geopolitiche, come quella ucraina, intrappolati nel vecchio schema imperiale americano, interamente contro il loro interesse nazionale. L'Occidente ha bisogno di una rivoluzione "colorata", non l'Oriente.

 

*Ex giornalista della Stampa di cui è stato caporedattore Esteri e il corrispondente da Londra. Attualmente collabora con diversi siti stranieri. L'articolo in una forma più corta è stato pubblicato su Strategic Culture.

 

L'articolo è pubblicato nella versione inglese su Strategic Culture

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