Erdogan, la valvola impazzita Nato che può destabilizzare tutto il Mediterraneo

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Erdogan, la valvola impazzita Nato che può destabilizzare tutto il Mediterraneo

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di Alberto Fazolo


Il Mar Mediterraneo è costellato da diversi conflitti, per lo più isolati, quantomeno geograficamente. Tuttavia, una vasta area potrebbe venir coinvolta in una serie di scontri tra loro collegati dal punto di vista geografico, politico e militare. Direttamente o meno, quasi tutti questi conflitti vedono coinvolta la Turchia e grossomodo ricadono in aree dell'ex Impero Ottomano. La Turchia sta cercando cioè di destabilizzare alcuni territori che per sei secoli (fino alla fine della Prima Guerra Mondiale) sono stati il suo Impero. Appare inverosimile che oggi la Turchia possa ricostruire quell'Impero, ma le sue pulsioni imperialistiche mirano proprio a destabilizzare quell'area per appropriarsi di porzioni di territorio o per aumentare la sua influenza. Probabilmente non si tratta neanche di un lucido piano di conquista, ma della manifestazione dell'ira del Sultano Erdogan, furioso contro gli USA (e i suoi alleati) per il tentativo di Colpo di Stato che ha subito.





Quotidianamente i media ci raccontano cosa stiano combinando le forze armate turche in Siria e in Iraq, non c'è bisogno d'aggiungere dettagli. Giova però richiamare l'attenzione sul fatto che qualora capitolassero le truppe d'Assad (o quanto meno arretrassero significativamente), sarebbe probabilissimo che il conflitto si possa estendere anche a Libano e Iran. Quest'ultimo è un paese che forse dispone di un arsenale nucleare.


Per la Turchia quello in Siria e in Iraq, o in generale contro i curdi, è solo il "fronte orientale" del conflitto; ma, a prescindere dal "fronte interno" ce ne è anche uno "occidentale" che si sta aprendo sulla penisola balcanica (fino al Mar Egeo) e ancora non si sa che forme potrà prendere.
 

Da lungo tempo la UE e la NATO accusano la Turchia di fomentare la radicalizzazione islamica nei Balcani, in particolar modo in Bosnia, Kossovo e Albania. Soprattutto la UE teme che con la capitolazione del Califfato molti "foreign fighters" slavi possano tornare nei paesi d'origine per riaccendere lo scontro etnico-religioso. Tensioni al riguardo si registrano già in Bosnia. Proprio in questi giorni sta precipitando la situazione in Kossovo che vuole ridisegnare i propri confini con i vicini (Serbia, Montenegro e Macedonia). Oltretutto, le forze armate kossovare hanno appena condotto delle dure operazioni di repressione delle minoranze non albanesi in cui i feriti si contano a decine.


Per quanto non inedito, un eventuale conflitto tra Turchia e Grecia è quello che potrebbe riservare le maggiori sorprese. Sebbene siano entrambi membri della NATO, i due paesi hanno sempre avuto dei rapporti molto difficili: senza andare troppo indietro nel tempo, basti citare la guerra per Cipro (1974) e i suoi lunghi e dolorosi strascichi. In questi giorni i rapporti tra Atene e Ankara si stanno di nuovo surriscaldando, sia proprio per la mai risolta questione di Cipro, sia per due provocazioni. La prima sarebbe collegata alla vecchia disputa su alcune isole dell'Egeo, dove pare che truppe di Ankara abbiano fatto degli sconfinamenti. La seconda è assai più grave e riguarda un contatto avvenuto lungo il confine di terra tra i paesi, in quell'occasione due soldati greci vennero fatti prigionieri. A tal riguardo, va segnalato che la Grecia oltre che ad ospitare alcune organizzazioni d'opposizione turche, dà asilo a molti rifugiati tra cui dei soldati che hanno disertato. Nel Mar Egeo la situazione è tesissima e potrebbe presto degenerare. In tal caso sarà molto interessante vedere come proverà a gestire la situazione la NATO, in quanto entrambi i paesi sono suoi membri.




Erdogan sta conducendo la guerra nella stessa folle maniera in cui (con le dovute proporzioni) la condusse Hitler: aprire intenzionalmente due fronti in contemporanea. Ovviamente il Sultano è destinato a capitolare, ma ciò avverrà solo a costo di morte e sofferenza. Si deve cercare di scongiurare una guerra che potrebbe estendersi dall'Adriatico al Golfo Persico, anche perché un conflitto così vasto si può rapidamente allargare.


I deliri del Sultano vanno fermati. L'opzione militare è inverosimile, la Turchia ha un eccellente esercito che per dimensione è il secondo della NATO (quattro volte più grande di UK o Francia), nessuno Stato ha voglia d'affrontarlo. Pertanto la soluzione non può che essere diplomatica.


La comunità internazionale si deve attivare (anche attraverso le opportune istituzioni) per trovare una soluzione partecipata.


Tuttavia, di questi tempi la diplomazia internazionale viene mortificata da azioni scriteriate delle forze atlantiche rivolte contro la Russia. Se è chiaro che i problemi con Erdogan non si possono risolvere con le armi, è altrettanto chiaro che difficilmente la diplomazia potrà ottenere risultanti senza un coinvolgimento adeguato della Russia. La Russia ha un dialogo in essere con la Turchia, è l'angelo custode di Assad, è tra i migliori amici della Grecia, è determinante nei Balcani. Se non si coinvolge la Russia, difficilmente questa crisi si risolverà.


Gli stati che hanno a cuore la pace e che ci tengono alla stabilità del Mediterraneo devono abbandonare le politiche da Guerra Fredda e cercare di attivarsi seriamente per dar vita ad una proficua cooperazione.

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