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Gianpasquale Santomassimo - "C'è una rivolta popolare in Europa, e la sinistra si è messa dalla parte sbagliata della storia"

 

di Gianpasquale Santomassimo


Ci troviamo all’interno di un sommovimento, in atto da tempo, che riguarda tutto l’Occidente e che in Europa assume i contorni più esplosivi. Chi si lamenta ogni giorno per avere Salvini al governo non può immaginare cosa significhi essere governati da Trump negli Usa, da Bolsonaro in Brasile, ma anche da Orbàn in Ungheria e in Polonia dal clericalismo reazionario. Per non parlare, fatte le debite distinzioni, di Erdogan o Putin.

Usare termini vaghi e impressionistici come “onda nera” rende bene l’idea di una incapacità della cultura della sinistra di tentare di tematizzare razionalmente il fenomeno in atto, dimenticando, fra l’altro, che di questa “onda” sono parte milioni di persone che spesso votavano a sinistra fino a ieri o all’altro ieri.

In estrema sintesi, potremmo dire che si è sgretolata e si sta inabissando tutta la visione del mondo della cultura liberal che è stata lungamente egemonica dopo l’Ottantanove, che ha interpretato la globalizzazione come un fenomeno naturale che non andava governato ma assecondato e accelerato, dando per acquisita l’estinzione in atto degli Stati nazionali e senza porsi troppi pensieri sugli sconfitti e i perdenti, cui si rivolgeva l’invito, benevolo ma pressante, ad adeguarsi.

Una visione del mondo che è stata acquisita in pieno da ciò che si è autoproclamata “sinistra” nel trentennio alle nostre spalle, tanto nella versione “moderata” che in quella “radicale”, distinte a ben vedere soprattutto dall’intensità della rivendicazione dello stesso orizzonte.

Le promesse di ordinata espansione del benessere si sono rivelate inconsistenti e ingannevoli. Dopo una fin troppo lunga fase di attesa, di scoramento, di delusione, il rigetto da parte delle classi popolari ha assunto forme quasi violente e forse definitive nell’intensità del ripudio.

E lo stesso termine sinistra, nelle sue varie declinazioni, rischia di diventare impronunciabile, è circondato da un discredito che a volte trascende in vera e propria ostilità.

Ma questo tramonto inglorioso rischia di trascinare con sé anche gli elementi di civiltà e di progresso che erano stati acquisiti, che in molte parti del mondo non possono più esser dati per scontati. Qui sta probabilmente il terreno di sfida immediato più arduo, non facile da affrontare. Perché bisognerà rifiutare ogni proposta di rassemblement gestito dagli artefici della catastrofe, che si illudono di poter tornare a governare dopo avere atteso l’esaurimento della fortuna degli “usurpatori”. Ma bisognerà trovare lo spazio di iniziativa per difendere ciò che è irrinunciabile, e che deve essere interpretato, per quanto ci riguarda, attraverso la bussola della fedeltà alla Costituzione repubblicana.

Nella lunga stagnazione che l’Europa si è autoimposta, il risultato maturato nelle elezioni va interpretato come interlocutorio. "I sovranisti non sfondano" è l'espressione consolatoria di tutti i reparti dell'establishment. Cosa avrebbero dovuto fare per sfondare? Di fatto, non esiste più la maggioranza, già innaturale, tra popolari e socialisti. Nella governance europea bisognerà imbarcare anche i "liberaldemocratici" dell'ALDE, i più feroci sostenitori dell'austerità antipopolare. E poi magari, se non bastano, anche frattaglie verdi, solo in piccola parte collocabili "a sinistra". L'Europa di fatto si governerà con una “grandissima” coalizione che si contrappone ai "barbari" fuori della barriera, lasciandogli tutta la rappresentanza delle aspirazioni popolari, un governo che incrudelirà le politiche che ci hanno portato a questo sbocco provvisorio.

Per chi ama le frasi ad effetto potremmo dire che questa è davvero l’anticamera del "fascismo reale" che bisogna temere, espressione dell’unico Sovranismo, totalitario e oppressivo, che è in atto.

Per quanto riguarda l’Italia bisognerà convincersi alla fine, arrivati al terzo o quarto tentativo di costruire un polo alternativo, che dei programmi e delle priorità della sinistra radicale al popolo italiano interessa esattamente quel tanto che i risultati elettorali fotografano. E proporsi di aggiungere in futuro qualche pezzo mancante al carrello dei bolliti non cambia la situazione.



L’obiettivo di “cambiare dall’interno” trattati europei che sono stati scritti per essere immodificabili può venir giudicato ingenuo la prima e la seconda volta, ma già alla terza suscita pensieri più severi.

Questo risultato segna la fine di un’esperienza che si era già trascinata molto al di là del lecito e dell'opportuno, nel segno di una irrilevanza resa più grottesca dal suprematismo morale che la connotava. Quello che i superstiti vorranno fare in futuro importa in realtà a pochi, anche se continua a sottrarre sentimenti e memorie a un mondo che meriterebbe una sepoltura più degna.

C'è una rivolta popolare in Europa, e la sinistra si è messa dalla parte sbagliata della storia.

Avremmo dovuto esserci noi al posto di Salvini.

Una grande sinistra popolare contro l'Unione Europea, in difesa dei lavoratori e dell'interesse nazionale, senza razzismo e ostilità per gli altri popoli. Internazionalista e non cosmopolita.

Forse ormai è troppo tardi, e il futuro immediato non ci appartiene. Ma qualcuno dovrebbe provare a costruire un futuro prossimo, azzerando completamente la cultura e la prassi, entrambe fallimentari, dell'ultimo quarto di secolo.
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