/ Inchiesta sulle Ong. Si apre la "pista ucraina"

Inchiesta sulle Ong. Si apre la "pista ucraina"

 
di Omar Minniti

L'ultimo arresto risale a pochi giorni fa, allo scorso 6 maggio, quando due scafisti di nazionalità ucraina venivano accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per lo sbarco di 73 migranti ad Otranto. Ma operazioni analoghe sono state decine negli ultimi due anni e molte di esse hanno visto coinvolti principalmente cittadini con il passaporto di Kiev. Tre scafisti ucraini in manette a Reggio Calabria lo scorso 18 aprile, altri a Crotone, Siracusa e diverse città della Calabria, della Puglia e della Sicilia nelle settimane e i mesi precedenti. 

Le persone arrestate erano tutte attive nella rotta dei migranti del Mar Ionio, quella che parte dalle coste della Turchia e non è massicciamente monitorata dalle Ong. Quindi, le suddette ripetute operazioni contro scafisti ucraini potrebbero non avere nulla a che fare con le inchieste in corso sui rapporti tra trafficanti di esseri umani e alcune organizzazioni umanitarie, avviate da diverse Procure. O forse sì. 

Qualche interrogativo se l'è posto il direttore del Corriere della Calabria, Paolo Pollichieni. Citando fonti dei servizi segreti (il famoso dossier che sta alla base delle dichiarazioni del Procuratore di Catania Zuccaro), ripercorre uno dei passaggi salienti che ha portato all'apertura delle indagini. Un'intercettazione captata  da un elicottero della marina spagnola impegnato nell’"Operazione Sophia": «Due persone dialogano in lingua ucraina. Il chiamante è sulla terra ferma, in Libia. Il secondo - scrive Pollichieni - è a bordo di una nave noleggiata da una Ong. La traduzione attesterà che il tono è amichevole, la chiamata era attesa e il suo contenuto, estremamente conciso, non lascia spazio ad equivoci: viene comunicato il via libera per la partenza di alcuni gommoni, la nave li attende nel “punto stabilito”. Insomma nessun recupero “casuale” ma un vero e proprio appuntamento in mare tra scafisti e soccorritori». 

Un caso isolato? Pare di no. Sembra che nel Mediterraneo meridionale, tra le coste libiche e quelle italiane, sia in corso uno strano gioco delle parti, una sorta di "guardie e ladri" con cittadini ucraini che indossano la maglia dei "buoni", dei soccorritori delle Ong, ed altri quella degli scafisti e dei loro collaboratori. Ufficialmente avversari contrapposti, ma forse in combutta tra loro. 

Il direttore del Corriere della Calabria Pollichieni, che viene considerato molto vicino all'attuale Ministro dell'Interno Marco Minniti, scrive senza tentennamenti, con la certezza di chi ha fonti di prima mano: «Veniamo alle 14 navi (delle Ong, n.d.r) monitorate.
Di queste solo una batte bandiera italiana, mentre tre operano sotto l’egida di Panama e delle Isole Marshall, quanto di meno trasparente possa capitare di dover incontrare nell’ambito di una indagine giudiziaria di qualsivoglia natura. Molte di queste sono quasi totalmente in mano ad equipaggi ucraini, dal comandante al mozzo di bordo». 

Sì, perché a quanto pare sulle navi delle organizzazioni governative alla fine fine i volontari non sono moltissimi. Le Ong impegnate nei salvataggi utilizzano quasi esclusivamente barche noleggiate, non di loro proprietà, e gli «equipaggi non sono composti da personale appartenente alle Ong stesse, quindi motivato nel lavoro da spirito “umanitario”, bensì da marittimi di professione», afferma Pollichieni. Tale personale opererebbe anche al servizio della Moas italo-americana e tra le delegazioni di Francia, Italia e Spagna di “Medici senza frontiere”.  Pollichieni, infine, ribadisce la presenza di cittadini con il passaporto di Kiev tra i trafficanti: «Ucraini sono anche molti degli “operativi” reclutati dagli scafisti in Libia». 

Scafisti ucraini, quindi, non solo attivi sulle rotte del Mar Ionio, quelle su cui sono già avvenuti decine di arresti, ma anche al largo delle coste libiche. Scafisti che scambierebbero informazioni preziose, comprese le coordinate dei luoghi in cui "recuperare in mare" i migranti, con i loro connazionali imbarcati sulle navi dei soccorritori, finanziate - guarda caso - dagli stessi miliardari "filantropi" che hanno appoggiato il golpe di EuroMaidan a Kiev ed i battaglioni paramilitari banderisti.

Chissà se questa "pista ucraina" non sia una delle chiavi di lettura (va ancora tutto chiarito il ruolo dei clan della 'Ndrangheta e di Cosa Nostra negli sbarchi, affrontato durante l'audizione di Zuccaro in Commissione Antimafia) per comprendere cosa sta succedendo davvero in questi mesi nel Mediterraneo, per dimostrare perché le coste dell'Italia Meridionale siano diventate la meta preferita di alcune Ong. 

Fonte: 
http://www.corrieredellacalabria.it/cronaca/item/57447-inchiesta-sulle-ong,-c-%C3%A8-una-pista-calabrese
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