La battaglia di Bab el-Mandeb e il futuro della globalizzazione

La battaglia di Bab el-Mandeb e il futuro della globalizzazione

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di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico


Molto spesso ho preso a prestito dal Pontefice la definizione dell'attuale crisi geopolitica come la “Guerra mondiale a pezzi”. Credo davvero che raramente nella Storia si sia avuta una definizione più efficace di questa, che è talmente emblematica da descrivere la difficilissima situazione strategica esistente con poche parole, semplici, chiare e dirette.

Una crisi questa che certamente segnerà la fine della cosiddetta globalizzazione, sorta con la fine del socialismo reale, e che probabilmente segnerà anche la fine dell'egemonia assoluta dell'Occidente e del suo paese leader, gli USA, sul resto del mondo. Immagino che tutti stiate pensando che in fondo tutti gli imperi finiscono e che non si può avere la pretesa che a rimanere in eterno sia proprio quello americano e occidentale. Certamente questa visione è corretta; tutto passa; dunque panta rei, anche per l'impero americano. Tuttavia in quella strabiliante definizione del Papa c'è l'individuazione di un altro aspetto davvero peculiare: data la quasi impossibilità di uno scontro diretto tra potenze che potrebbero usare le armi nucleari e rischiare così di porre fine alla civiltà umana sulla Terra, ecco che il conflitto assume una nuova caratteristica, quella di realizzarsi in una catena di conflitti tra loro legati dal fatto che a combattere sono forze ascare (quelle presenti nei paesi in lotta) a loro volta sostenute dalle grandi potenze in lotta. Una guerra mondiale a pezzi che ha come obbiettivo di portare l'avversario alla consunzione, alla destabilizzazione sociale ed economica e dunque alla capitolazione.

In questa logica sono certamente comprensibili sia il conflitto ucraino, ma anche le continue ingerenze occidentali nel conflitto tra Armenia e Azerbaijan, il conflitto in Siria, i conflitti nel Sahel (precisamente in Niger, Malì, Burkina Faso e Sudan) dove si scontrano chiaramente i russi (con la compagnia di ventura Wagner) e gli occidentali (spesso servendosi di milizie locali ma anche con l'intervento diretto di “truppe di pace”).

Dunque un incredibile puzzle di conflitti che ora vede al culmine della ferocia – con decine di migliaia di morti - l'invasione di Gaza da parte dell'esercito di Israele. Un'invasione che non ha, a mio modo di vedere, alcuna utilità per lo stato di Israele  né dal punto di vista politico, né economico, né strategico e che, anzi provoca un devastante danno d'immagine a Tel Aviv che così dovrà seppellire per chissà quanti altri decenni la possibilità di arrivare a trattati di pace con tutti i paesi arabi a partire dall'Arabia Saudita. E allora, cui prodest? Chi trae beneficio dalla carneficina di Gaza? Certamente gli USA, grandi alleati e protettori di Israele che in questo modo possono infiammare il Medio Oriente, destabilizzando l'Arabia Saudita e bloccandone l'alleanza ormai chiara con la Cina e con la Russia; possono indebolire soprattutto l'Iran, ormai stabilmente in orbita russa e cinese e prossimo all'entrata nel BRICS, rompendo così quell'isolamento che tarpa le ali a Teheran dai tempi della caduta dello Shah per mano degli Ayatollah.

L'indebolimento del BRICS e dei suoi due paesi fondamentali (Russia e Cina)  è ormai l'elemento fondamentale della strategia USA al fine di garantire a Washington il mantenimento dell'egemonia mondiale e dunque da ottenere con qualunque mezzo; a mio avviso anche quello di usare Israele come una pedina sacrificabile nella scacchiera del Grande Gioco.

Solo in questa logica si comprende l'irrazionale strategia da kamikaze posta in essere da Israele: Washington ha ordinato le provocazioni verso i paesi arabi, sia con la carneficina di Gaza, sia con i continui bombardamenti del Sud del Libano e della Siria. E' chiaro ed evidente che lo scopo è quello di allargare il conflitto per ottenere gli obbiettivi strategici di Washington: la destabilizzazione (e possibilmente il regime change) in Iran e in Arabia Saudita con il conseguente indebolimento del BRICS, della Russia e della Cina.

Fino ad ora sia l'Iran che i suoi alleati libanesi Hezbollah – ben consci della reale posta in palio – hanno evitato di rispondere agli attacchi israeliani. Così però non è stato con i ribelli filoiraniani yemeniti Huthi, attestati nella parte nord del paese. Infatti questi coriacei ribelli, capaci di tenere testa alle truppe saudite armate fino ai denti con tecnologia americana, hanno deciso di dichiarare guerra ad Israele. Prima hanno lanciato attacchi, sia con droni che con  missili balistici di produzione iraniana su Israele (1) e successivamente hanno iniziato a bersagliare il traffico navale nello stretto di Bab el-Mandeb che connette l'Oceano Indiano con il Mar Rosso. Si tratta di un'arteria fondamentale del commercio mondiale la cui chiusura obbliga gli armatori alla ben più lunga e dispendiosa rotta che circumnaviga l'Africa doppiando il Capo di Buona Speranza. Si calcola, per esempio, che il flusso di traffico proveniente da Singapore e diretto al porto olandese di Rotterdam aumenterebbe del 40% il numero di miglia da percorrere se anziché passare da Suez fosse costretto a passare per Capo di Buona Speranza.




Bisogna dire che ad oggi il blocco intentato dagli Huthi è da ritenersi molto efficace, infatti le principali società logistiche globali come Maersk, Cma Cgm, Hapag-Lloyd e Msc Mediterranean Shipping Co  hanno smesso di utilizzare lo stretto di Bab el-Mandeb, così come la British Petroleum per quanto riguarda il trasporto di petrolio.

E' stata così creata una situazione di grave conflitto che se non prontamente affrontata rischia di far precipitare l'Europa in una nuova fase di grave crisi economica con ulteriori rialzi dell'inflazione. Infatti l'Occidente, guidato dagli USA, ha deciso rapidamente di muoversi costituendo una flotta - una sorta di Invincibile Armada -  in grado di contrastare il blocco di Bab el-Mandeb da parte degli Huthi. L'operazione – denominata Prosperity Guardian – vede tra i partecipanti certi gli USA, la Gran Bretagna, il Bahrein, il Canada, l'Olanda, la Norvegia e le Seychelles, con Francia, Italia e Spagna che invieranno navi ma che formalmente non faranno parte di questa flotta.

Come si evolverà la situazione è facilmente intuibile, anche perché gli Huthi hanno già dichiarato che non intendono interrompere il blocco dello stretto se non con il ritiro dell'esercito israeliano da Gaza. Quindi è ampiamente probabile che si arrivi anche qui ad un escalation con l'aggiunta di un ulteriore anello alla già lunga catena di conflitti di questa guerra mondiale a pezzi.

Va infine aggiunto un particolare sottaciuto: sui fondali del Mar Rosso sono poggiati i cavi in fibra ottica che garantiscono l'enorme flusso di dati che intercorre tra Europa, Africa, paesi della Penisola Araba, ma anche India e Estremo Oriente.  Un conflitto aperto in quest'area, secondo molti esperti, potrebbe metterne a rischio l'operatività compromettendo in larga misura le telecomunicazioni tra Europa, Medio Oriente e India (2). Anche questo aspetto non è da sottovalutare, in questo nuovo capitolo, che rischia di essere incandescente, della guerra mondiale a pezzi.

 

 

(1) AnsaMed, Yemen: Ribelli Huthi attacco con droni contro Israele  31 Ottobre 2023.

(2) Limes, La vera posta in gioco della guerra in Yemen è il bottino marittimo, Pubblicato nel volume n°8 - 2021

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