Le radici valutarie del conflitto in Ucraina

Le radici valutarie del conflitto in Ucraina

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di Francesco Schettino (Università della Campania L.Vanvitelli, Napoli/Caserta) - Materialismo Storico

1. L’ultima grande crisi e la conflittualità valutaria

Anche il più grande sostenitore delle logiche dell’attuale modo di produzione, se mosso da onestà, non potrebbe negare che da almeno 25 anni il capitale mondiale, nella sua interezza, versa in uno stato di difficoltà, come mostrato dalla Figura 1, seguendo una tendenza ribassista già emersa almeno dalla fine degli anni sessanta, come avremo modo di spiegare più avanti.

Figura 1 – Tasso di crescita del Pil pro-capite – dato mondiale (1961-2021) – Dollari Usa 2015 costanti. Fonte: World Bank national accounts data, and OECD National Accounts data files.

Il denominatore comune di questa tendenza di medio-lungo periodo può essere individuato nell’eccesso patologico di sovrapproduzione1 che impedisce a tutto il valore prodotto di essere collocato adeguatamente o, in altre parole al plusvalore complessivo di tradursi in profitto a causa della limitatezza del mercato mondiale e della domanda pagante in grado di assorbire tale sistematico eccesso. In questo capitolo tenteremo di focalizzare il nostro campo di indagine sulle evoluzioni del ritmo di accumulazione delle ultime due decadi, ossia a partire dal biennio 2007/2008, periodo ricordato da molti come quello della “crisi finanziaria”. Già l’adozione diffusa di questa limitativa definizione, ormai ampiamente acquisita e sussunta, descrive adeguatamente la natura e l’entità del tentativo di nascondere le vere peculiarità della crisi emersa nel 2008 come epifenomeno di un problema che, come abbiamo già iniziato a vedere è più antico ed endemico al sistema. Del resto, quello di coniare appellativi, talvolta creativi, non è una novità degli ultimi anni. Almeno dal secondo dopoguerra, la classe dominante, assieme ai propri organi di diffusione di massa, ha impiegato molte risorse per negare la specificità principale della crisi – ossia quella di immanente – attribuendogli periodicamente una etichetta in grado di deviare l’attenzione su capri espiatori creati per l’occasione, facendo anche leva su ricostruzioni apparentemente verosimili. Quando la crisi, nella sua fenomenicità emerse violentemente negli anni settanta, fu ricondotta alla crescita dei prezzi dei prodotti petroliferi, mentre il riferimento all’annullamento unilaterale degli accordi di Bretton Woods da parte della nazione fino ad allora egemone (gli Usa) come inevitabile conseguenza degli scricchiolii emersi nel decennio precedente, viene ancora oggi espunto da ogni tipo di discussione “ufficiale” che metta in connessione i fenomeni. E così via negli anni novanta prima con la crisi “delle tigri asiatiche”, poi quella “della new economy”, a fine periodo; poi nel nuovo millennio la crisi “del terrorismo islamico”, alimentata da guerre giustificate da finte provette di armi di distruzione di massa, “quella finanziaria”, quella “della Covid19”, quella della guerra UcrainaRussia e chissà quante altre ancora. Nonostante la consecutività temporale sempre più ravvicinata, la cui evidenza di per sé dovrebbe raccontare una chiara continuità, smascherando la strategia di ricerca dei colpevoli di turno, una lettura complessiva delle crisi è ampiamente negata. Per questa ragione, ci sembra opportuno qualificare innanzitutto la crisi che viviamo come crisi da sovrapproduzione e come denominatore comune dello sviluppo capitalistico globale degli ultimi decenni. Il fenomeno della crisi non è qualcosa di momentaneo o ascrivibile a una o più cause: l’eccesso di sovrapproduzione è difatti sistematico, endemico al modo di produzione del capitale e può assumere molte forme distinte a dispetto della comune radice sostanziale. Che i ritmi di accumulazione si siano assottigliati, questione a cui riesce a porre argine solo la straordinaria esperienza cinese con i suoi tassi di crescita, è cosa ormai visibile e difficile da negare. La Figura 2 mostra chiaramente come almeno dagli anni novanta i ritmi di crescita siano difformi e che, in particolare, il ritmo di accumulazione mondiale è sempre più prossimo allo zero.

 


Figura 2 – Tassi di crescita del Pil pro-capite (Mondo e Cina) – Dollari $ 2015 costanti.

Si sono configurati negli ultimi decenni, in altre parole, elementi riconducibili ad una riduzione tendenziale del margine di profitto, dovuto all’aumento della composizione organica del capitale, ossia dell’impiego di capitale costante – che è la causa della proliferazione degli strumenti finanziari, come diremo più avanti – e in essi si annidano i germi di un’altra contraddizione altrettanto grave e parimenti irrisolvibile: quella appunto, come si diceva, dell’eccesso di sovrapproduzione di capitale e, dunque, di merci. Specificare questi punti di partenza ci è sembrato utile per discutere di quella interpretazione, errata per le ragioni che diremo, che ha individuato nel capitale speculativo la causa unica delle crisi conosciuta come dei “mutui subprime”. Innanzitutto, è importante ricordare che quello fittizio, è “semplicemente” un capitale che cerca l’autovalorizzazione bypassando la produzione di merce, cercando di realizzare profitto attraverso il passaggio diretto D-D’ (denaro-maggiore denaro). Sostanzialmente si aggira il “problema della merce”, ossia del valore e del plusvalore, cercando di lucrare attraverso compravendite di titoli, più o meno rischiosi, puntando ad ottenere immediatamente sotto forma di profitto quote di plusvalore prodotte da altri. Per quanto l’agire dei mercati finanziari sia connaturato al capitalismo, è nelle fasi di crisi che assume modalità più spiccatamente speculative. Tutte queste argomentazioni potrebbero essere ulteriormente estese ma, sprovviste di ulteriori approfondimenti, potrebbero indurre ad attribuire erroneamente ad una sola parte della classe dominante le responsabilità di ciò che è già accaduto e continua ad accadere in termini di diritti sociali – tutti, tra cui quello al lavoro. Ma è la processualità del sistema di capitale nella sua fase di maggiore difficoltà che genera la contrazione dei diritti sociali, intesi come parte del salario sociale (prevalentemente indiretto e differito) della classe subordinata; allo stesso tempo, come già descritto, induce un trasferimento sul piano della speculazione internazionale di una parte delle risorse che sarebbe stata investita nella produzione di merci, qualora non fosse esistito un eccesso di sovrapproduzione diffuso a livello mondiale. Anche per questo la presunta separazione tra capitali produttivi e capitali speculativi è altamente fuorviante nonché tecnicamente errata: la grandissima parte dei fondi di investimento internazionale è infatti anche proprietaria della prevalenza delle aziende transnazionali che si occupano di produrre e collocare sul mercato tutti i beni e i servizi che quotidianamente vengono acquistati nel mondo.

La storia ci insegna che a perduranti crisi di accumulazione sono susseguiti episodi bellici di grande intensità (1870 – I conflitto mondiale; 1929-anni trenta – II conflitto mondiale) per cui non c’è da stupirsi che dal febbraio del 2022 la scala del conflitto già in atto almeno dal 2014 in Ucraina sia cresciuta sostanzialmente. L'attualità più stringente ci induce peraltro a pensare che la questione valutaria sia tornata al centro dell'attenzione. Come si tenterà di spiegare in questo capitolo, infatti, diverse valute vengono adoperate più o meno esplicitamente come arma all’interno del conflitto Ucraino-Russo. Ma prima di entrare nelle maglie della questione specifica e contingente è opportuno cercare di delineare dal punto di vista concettuale che cosa è una valuta internazionale e perché dietro all’utilizzo delle armi si annidi un conflitto valutario di portata ben più grande rispetto a quello, al momento, limitato al territorio ucraino.

Innanzitutto, è importante districarsi da quel nodo teorico perlopiù inventato dagli economisti di scuola neoclassica - per cui la moneta non possa influenzare le variabili reali come disoccupazione e reddito (il famoso “velo”). Nel sistema di capitale, il denaro è una merce (equivalente generale di tutti i valori prodotti) a tutti gli effetti: “così le merci si dicono quel che valgono coi loro nomi di denaro, e il denaro serve come moneta di conto tutte le volte che importa fissare una cosa come valore, quindi fissarla in forma di denaro” (Marx, Il Capitale, cap.1). La moneta dispone pertanto delle caratteristiche degli altri beni prodotti capitalisticamente e cioè di un valore d’uso, un valore di scambio. Solo le banche centrali hanno l’autorità per emetterle e dunque si può dire che esista un monopolio nella sua produzione.

Semplificando al massimo, dunque, quando si parla di due elementi fondamentali ossia delle riserve internazionali di valuta pregiata e al contempo della valutazione di alcune risorse, come per esempio il caso del gas - o potrebbe essere anche quello del petrolio -, in valute diverse si toccano questioni di un certo rilievo che vanno a far vacillare i gangli del sistema stesso. In sostanza, le riserve internazionali - che quasi tutte le banche centrali del mondo detengono - servono principalmente per tre ragioni 1) Acquistare merci straniere; 2) Agire da potenziale contrappeso (anche come deterrente) per eventuali ondate speculative al ribasso sulla valuta nazionale; 3) Onorare contratti (anche debiti) denominati in valuta pregiata straniera.

Gli accordi siglati dopo la fine Seconda guerra mondiale hanno imposto che il dollaro venisse considerato alla stregua di quello che precedentemente era stato l’oro, ossia la merce di riferimento per alcuni secoli per gli scambi internazionali, essendovi vincolato in maniera precisa e definita. Si diceva ai tempi “il dollaro è sicuro come l’oro”2. Ciò comportò nell’immediato che detenere nelle proprie banche centrali una importante quantità di dollari permetteva da una parte una maggiore tranquillità, dall’altra un potere d'acquisto significativo per lo stato che si trovava ad aver a disposizione questo strumento che via via diventò imprescindibile per accedere a beni o servizi prodotti altrove. Ciò avveniva poiché per acquistare quasi tutte le merci sul mercato internazionale era necessario avere, per quanto definito dagli accordi internazionali di Bretton Woods, proprio i dollari Usa. Questi, come è noto, in quanto merce, vengono prodotti esclusivamente dall'autorità monetaria statunitense ossia la Federal riserve che può emettere dollari quando lo reputa opportuno agendo de facto da monopolista. È chiaro che aver indicato il dollaro come valuta pregiata per eccellenza è stata il risultato della vittoria degli Stati Uniti d'America sul terreno bellico, assumendo così uno strumento egemonico di portata straordinaria.

Tuttavia, già all'inizio degli anni 70 qualcosa è iniziato a vacillare in maniera preoccupante: infatti - già alle prese probabilmente con la stessa crisi i cui effetti hanno assunto forme molto diverse ma che si è protratta sino ad oggi - gli Stati Uniti d'America, proprio all’inizio del decennio, hanno dovuto ammettere di essere in difficoltà e per questo sospesero unilateralmente gli accordi di Bretton Woods. Probabilmente si erano resi conto di avere stampato sostanzialmente troppi dollari e di non aver adeguate riserve auree necessarie a garantirne la perfetta convertibilità. Il sistema Gold Exchange Standard si basava infatti sulla completa convertibilità del dollaro in oro: proprio all’inizio degli anni settanta fu chiaro che i dollari utilizzati a livello mondiale fossero in eccesso rispetto alle riserve auree che nel frattempo si erano più che dimezzate (da 24 a 10 mrd $) oltre a aver determinato negli Usa un formidabile deficit commerciale. Tutto sommato, però, la liberalizzazione dei cambi non alterò la centralità del dollaro statunitense giacché come ricorda Paul Samuelson, la domanda di dollari all'estero permetteva agli Stati Uniti di mantenere un persistente deficit commerciale senza la contropartita di un deprezzamento della valuta o un raggiustamento dei flussi commerciali. Il tasso di cambio con le altre monete era poco sensibile a questo deficit della bilancia commerciale se commisurato a quanto ammonta il saldo esportazioni-importazioni.
Alcuni anni dopo, in un quadro di fragilità così delineata, si è sviluppata soprattutto dopo la fine della esperienza sovietica l'idea di creare una valuta antagonista a livello mondiale. Ciò è avvenuto in ambito europeo e come sappiamo tutti ha preso la forma dell'euro. Questo tentativo di rappresentarsi come antagonista del dollaro da subito ha creato problemi esacerbando una conflittualità interna alla classe dominante già normalmente di rilievo, considerando le generalizzate difficoltà di accumulazione.

Nel paragrafo che segue descriveremo i momenti più importanti che nella storia più recente hanno connotato tale conflittualità. Ma prima di andare oltre ci sembra opportuno delineare teoricamente poiché essa si vada configurando nell’attuale fase imperialistica transnazionale.

Sullo sfondo delle vicende analizzate in precedenza emerge che, per comprendere propriamente il concetto delle aree valutarie, nella fase attuale, è prioritario intendersi sul ruolo che il denaro assume all’interno del modo di produzione capitalistico. Questa precisazione teorica – che comunque non ha la pretesa di essere del tutto esaustiva, per ragioni di spazio – diviene ancor più urgente se si considera l’abuso che se ne fa e che, ovviamente, distorce e vela la sostanza del conflitto valutario in atto: non va dimenticato, a riguardo, che gli studiosi mainstream in ambito economico basano le proprie fumose teorie prevalentemente sull’assunto che la moneta sia un “velo” e dunque un elemento inessenziale nella produzione di merci e, dunque, aggiungiamo noi, di valore e di plusvalore. Nulla di più falso.

È ormai da tempo, infatti, che il richiamo allarmistico alle “tempeste” monetarie e a mal definite guerre valutarie è volutamente scisso, nell’illusione popolare, dalla crisi reale, che si pretende così di esorcizzare o racchiudere in ambiti unilaterali e particolaristici. In altri termini, non è fornita quella pregnante indicazione di “tempesta” di cui già Marx avvertiva gli economisti della sua epoca, incapaci com’erano di vedere la specificità della funzione di capitale del denaro, ovverosia della forma di denaro del capitale medesimo. Gli errori e i limiti, scientifici e ideologici, dei di costoro – ma oggi non è sostanzialmente diverso – consistevano, appunto, nel non individuare la causa nel conflitto di tutti gli elementi della produzione borghese, e invece nel ricercare l’origine e i mezzi per fronteggiare la crisi nella sfera più superficiale e astratta di questo processo, la sfera della circolazione monetaria, estendendo i dogmi dell’economia politica borghese dalle leggi della circolazione metallica a quelle riguardanti il credito e la circolazione cartacea. La scuola di questi “meteorologi economici” – così li apostrofava Marx, senza offesa alcuna per i veri meteorologi – giungeva quindi straordinariamente a proposito, poiché essa dava a una tautologia l’apparenza di un rapporto di causa a effetto. Una volta ammessa la trasformazione della tautologia in un rapporto di causa a effetto, tutto il resto procede facilmente.

La concatenazione transnazionale che ha cambiato la configurazione della lotta interimperialistica, non più rigidamente suddivisa per prevalente appartenenza statuale, risulta nella richiesta progressiva di un’accresciuta capacità di penetrazione del capitale nel mercato mondiale. Perciò la predeterminazione di aree valutarie di riferimento supera in importanza la mera collocazione storica geografica dell’investimento; lo sviluppo preferenziale di alcune anziché altre piazze finanziarie trae da qui una spiegazione possibile.

Così oggi è più che mai evidente come tutto questo vada al di là della circolazione geografica puramente monetaria. Sarebbe perciò un grave errore ritenere, com’è diffuso costume, che gli elementi monetari e valutari siano soltanto una aggiunta di poco rilievo, separata, delle strategie industriali produttive. Ma, da un lato, si pongono in risalto i caratteri di una disperata rincorsa dell’“economia reale” nell’attuale nuova divisione internazionale del lavoro. D’altro lato, si evidenziano quelli di un’“economia monetaria” che cerca di procedere alla ridefinizione egemonica delle suddette aree valutarie di riferimento significativo per il mercato mondiale “unificato”.

La tematica delle aree valutarie assume dunque grande rilievo per individuare nel dettaglio quali elementi di costo siano espressi nelle diverse valute pregiate e, in seconda battuta, in quale valuta siano le merci finali prezzate. La struttura attuale dei costi di produzione e circolazione delle varie catene, o cordate delle filiere, nelle diverse aree valutarie, piuttosto che nelle zone o sfere di influenza dei contrapposti poli, include l’effetto valutario di riferimento nelle fatturazioni, implica la riorganizzazione, centralizzazione più decentramento, del sistema produttivo industriale su scala mondiale, con conseguente ricomposizione internazionale di tutto il lavoro dipendente. 

Nel periodo che viviamo, pertanto, continuare a riferirsi soltanto alla separatezza e contrapposizione dei “poli” imperialistici, in quanto tali, può trarre in inganno. Le “aree valutarie” invece – pur muovendo da una sede fisica ben individuabile alla quale corrisponde necessariamente la strategia politica economica di egemonia sul mondo – attraversano l’intero mercato globale. Così, attualmente, una grande impresa transnazionale la quale, magari dopo una fusione, operi contemporaneamente in tutti i continenti, può decidere su quale valuta fare aggio e ciò inevitabilmente la colloca in una determinata posizione all’interno della classe di cui fa parte. In questo senso è più adeguato al concetto di imperialismo transnazionale – proprio in quanto acquisizioni, fusioni e investimenti all’estero delle imprese medesime – ciò che, da un lato, permane nelle strutture produttive esistenti nelle diverse delocalizzazioni o in nuove installazioni, e, dall’altro, sposta la propria gravitazione nell’area valutaria più favorevole, indipendentemente dalla localizzazione territoriale.

Le aree valutarie, dunque, non riguardano solo la spesa di reddito ma prevalentemente il pagamento in conto capitale, in altre parole gli investimenti, agendo così su un piano distinto dalla domanda per consumi finali. Tuttavia, la circolazione della merce prodotta deve soddisfare tutte le esigenze paganti (investimenti più consumi) di quanti possano disporre della valuta richiesta. L’insieme di simili circostanze che provengono da un numero potenzialmente elevato di paesi fa sì, allora, che l’effettivo controllo dei capitali anche speculativi non dipenda più dal “luogo” in cui il particolare capitale risiede e da cui promana nei “molti” paesi, com’era nella classica fase nazionale statuale dell’imperialismo, ma conduca a trasferire il reale potere degli stati dominanti all’esito della supremazia nel conflitto tra le valute, di cui ciascuna area di riferimento mondiale è in ultima analisi messa nelle mani delle banche centrali, delle borse e dei governi di quegli stati nazionali imperialistici i quali ridefiniscono in questa maniera il loro specifico ruolo. L’attenzione portata sull’effetto valutario delle differenze possibili di costi e prezzi è tale da verificare i propri effetti direttamente sul tasso di profitto e non sul plusvalore prodotto. È per questo che attraversa indistintamente circolazione e produzione, ma in maniera tale che la riduzione dei costi di circolazione possa risultare indirettamente determinante anche per le strategie produttive. Di qui, l’attuale rilevanza dell’attenzione capitalistica rivolta all’economia fatta anche nella sfera della circolazione: sia attraverso quella definibile “ordinaria”, sia mediante la circolazione, per così, dire “forzata” (in realtà, produzione vera e propria poiché coinvolge la subfornitura), imperniata sullo scambio ineguale con i paesi dominati (attraverso la ripartizione dispotica – saccheggio o rapina – del plusvalore mondiale, che è pressoché dato, statico o insufficientemente dinamico). 

Quindi, un vantaggio dal lato dei costi si ha per effetto delle minori spese di produzione; ossia, tanto quelle inerenti propriamente alla (sub)­produzione, quanto quelle che incidono attraverso la circolazione. Dunque, l’allargamento della scala di attività del capitale non influisce solo sui costi di circolazione propriamente detti, ma si estende all’economia concernente tutti i costi d’impresa. La capacità d’influenza transnazionale di ogni moneta (dollaro in testa) è dunque legata al controllo delle aree valutarie di riferimento. Come si fa a trasferire la ricchezza prodotta altrove? Pagando i costi di produzione a livelli più bassi, a esempio nelle valute locali, e vendendo a prezzi più alti (la qual cosa, del resto, è regolarmente avvenuta nella storia del capitalismo).

Codesta riduzione dei costi complessivi, se avviene però solo sul versante della circolazione, è di puro trasferimento, e non genera un aumento netto di valore e di plusvalore prodotto. Quando ci si riferisce unicamente al tasso di profitto, la cui ciclica caduta critica è ciò che i capitalisti intendono contrastare un simile effetto non agisce affatto sull’aumento del numeratore del rapporto che definisce quel tasso, bensì è solo in grado di comprimere il capitale anticipato come misura posta al denominatore, attraverso la diminuzione di tutti i costi indistintamente. Vi è pertanto un limite “negativo”, il quale può essere significativamente allentato, comprimendo i costi che lo contengono, ma ciò comunque si scontra, appunto, con quel limite stesso. Perciò, finché non si allarga in “positivo” il plusvalore posto al numeratore del rapporto – ovvero, finché non riprende la vera e propria accumulazione di capitale su scala mondiale – tutta questa azione dal lato dei costi può rappresentare solo un palliativo di durata variabile a seconda del margine di compressione dei costi.

In questo senso va riservata importanza strategica alla scelta dei piani di produzione da parte delle grandi holding finanziarie, per ciascun settore o filiera. Tale strategia è infatti inerente sia alla dislocazione dei costi nei diversi paesi dominati, sia dei prezzi di vendita, a seconda dell’area valutaria cui ciascun paese fa il proprio principale riferimento. Sicché, per esaminare debitamente il bilancio – ovviamente consolidato – di tali holding, occorre prestare la massima attenzione alla composizione dei costi e alla definizione dei prezzi, per valutare complessivamente il loro operare. È qui perciò che subentra la questione dei costi: se siano pagati in valute locali meno pregiate, rispetto ai prezzi finali di vendita, ancora prevalentemente fatturati in dollari, per cui la differenza che sorge dall’incidenza delle diverse aree valutarie si trasforma in maggiori (o minori) profitti.

La presentazione mediatica del conflitto valutario come mera questione di prezzo delle monete – riconducibile a “semplici” oscillazioni del tasso di cambio in cerca di un ineffabile equilibrio – è utile, per la classe dominante per celare la sostanziale conflittualità tra fratelli nemici che, nella presente fase, si sviluppa nella lotta finalizzata ad inglobare all’interno della propria area valutaria il maggior numero di paesi dominati, con lo scopo di contrastare la naturale compressione dei saggi di profitto. La contraddittorietà della cosa si estrinseca nel fatto che in questa maniera si agisce sulla struttura dei costi delle holding finanziarie dei paesi dominanti in rapporto con i prezzi finali di vendita: ciò, quindi, altera solo accidentalmente la massa di neo-valore e dunque di plusvalore prodotta che, specie in una fase acuta di crisi come quella attuale, va a danneggiare simmetricamente le possibilità di accumulazione degli altri capitali in situazione altrettanto asfittica.


2. Dollaro contro Euro

Non c’è alcun dubbio che, nonostante le evidenti difficoltà di accumulazione che hanno coinciso con la sospensione unilaterale degli accordi di Bretton Woods – a cui si faceva riferimento in precedenza – il dollaro abbia rappresentato la valuta di riferimento per la gran parte delle transazioni internazionali – escludendo quelle dei paesi socialisti – garantendo così agli Stati uniti d’America una posizione di egemonia a livello imperialistico almeno sino alla fine del secolo XX.

L’ambizioso progetto di unificazione monetaria che poi è scaturito nella determinazione dell’Euro aveva esattamente lo scopo di ampliare le contraddizioni che nel frattempo erano emerse in ambito Usa, tentando di creare – a uso del capitale europeo, a guida franco-germanica – un vero antagonista in grado di capovolgere le gerarchie in quel momento esistenti e apparentemente consolidate. Tale conflittualità fratricida, molto difficile da leggere negli anni, ma sempre presente, è emersa in tutta la forza quando tra il 2010 e il 2012 il capitale legato al dollaro, attraverso l'azione speculativa sul debito, inizialmente della Grecia, e poi di tutti i paesi del sud dell'area monetaria euro, ha deciso di inginocchiare definitivamente il potenziale antagonista. Ma questo non è che stato uno degli ultimi attacchi, forse quello solo più esplicito. 

Il conflitto dollaro/euro si nascondeva in guerre scatenate apparentemente per altre ragioni che in parte erano verosimili, in parte erano del tutto frutto di fantasia – come negli anni successivi è stato ampiamente dimostrato. Si fa riferimento a due degli scenari bellici più sanguinosi degli ultimi decenni, ossia quelli che hanno visto l’occupazione, la devastazione e il saccheggio di Irak e Libia. Giova ricordare come i presidenti di entrambi i paesi – produttori di materie prime – prima di essere violentemente eliminati proprio da forze speciali o in situazioni non ben comprensibili erano stati ampiamente appoggiati economicamente, politicamente nonché militarmente dagli Stati Uniti o da paesi della Nato. Si sta facendo riferimento a Saddam Hussein e a Mohammad Gheddafi, presidenti rispettivamente di Irak e Libia, che furono attaccati poco dopo aver proposto di prezzare il proprio petrolio in euro. Non si vuol qui intendere che questa fu l’unica ragione del conflitto né tantomeno che le cose avvennero con una sequenza temporale immediata; ma di certo la questione ebbe un peso specifico notevole. Infatti, qualora tali progetti fossero stati portati a compimento la cosa avrebbe avuto un impatto significativo, considerando la mole di riserve energetiche detenuta da entrambi i paesi. In linea del tutto teorica, ciò avrebbe infatti presumibilmente intaccato significativamente la centralità del dollaro nel ruolo di riserva principale a livello globale permettendo all’euro – e al capitale di cui è espressione – di affermarsi in maniera altrettanto sensibile. Il dollaro Usa avrebbe perso, in altre parole, quel ruolo egemone che continuava ad assumere ma in una fase di crisi era un qualcosa che il capitale legato al biglietto verde avrebbe difeso a ogni costo, e così è stato.

Dopo anni di relativa pacificazione, la questione si è nuovamente inasprita a seguito dell’emersione della cosiddetta crisi finanziaria del 2008. Senza dubbio, il ruolo dei giochi del capitale fittizio è stato di rilievo; tuttavia, è stata quella che ha coinciso con il fallimento pilotato del colosso bancario Lehman Brothers la manifestazione più plateale della crisi endemica che, come abbiamo visto in precedenza, andava configurandosi da ormai diversi decenni.

Nelle settimane immediatamente successive a quel fatidico settembre 2008, gli indici di borsa battevano in negativo ogni record e fallimenti e “liberazione” di forza-lavoro riguardava anche quella high-middle class impiegata negli uffici di Manhattan che per la prima volta, forse, toccava con mano quanto il sistema di capitale possa essere feroce anche per chi non ha idea o voglia di identificarsi con la classe lavoratrice di cui comunque è parte. Nel continente europeo, in realtà, nonostante naturali difficoltà connesse alle incapacità di un alleato storico come gli Usa di riprendersi nel breve periodo, la situazione economica generale non sembrava altrettanto compromessa. La onda enorme che sommerse invece i popoli europei comparve nel 2010 quando un enorme attacco speculativo mise in ginocchio una parte importante degli aderenti all’unione economica.

Come riportarono alcuni quotidiani internazionali, il giorno 8 febbraio del 2010 si incontrarono a casa di un piccolo broker locale (Monness, Crespi, Hardt & co.) diversi guru della finanza Usa, i rappresentanti (gli “uomini”) di Soros Group, di Sac Capital, di Greenlight Capital, di Brigade C. e della Paulson & Co., (da non confondere con l’ex segretario al tesoro di Bush jr, in un recente passato oltretutto amministratore delegato di Goldman-Sachs, secondo alcune fonti schierato invece contro l’operazione speculativa). Anche se pochi dei nomi citati raccontano delle avide potenzialità di costoro, di certo c’è che ogni loro incontro rappresenta una grave minaccia per la vita di milioni di lavoratori, poiché, essendo ai tempi i più importanti gestori degli hedge fund (i fondi speculativi) al mondo, è chiaro che ogni loro convergenza di intenti possa determinare vere e proprie tempeste su qualsiasi mercato di ogni paese. 

Quel lunedì di febbraio, come già rivelato nel dettaglio dal Wsj [Hedge funds try to "career trade" against euro, 26.2.2010] e dal Sole-24ore, questi personaggi decisero che era giunto il momento di attaccare: tuttavia, con una evidente discontinuità rispetto al passato, l’obiettivo non era rappresentato dalle economie dei paesi “terzi”, bensì dalle appendici più deboli dell’area dell’euro. Attraverso lo strumento dei credit default swap (uno dei prodotti finanziari “derivati” più diffuso) questi sicari del capitale decisero dunque di colpire pesantemente le economie di quei paesi che da allora vengono definiti con spregio P(i)igs, maiali: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. 

La cosiddetta “idea della cena” [lett. the idea dinner] sembra consistesse nell’investire pesantemente sul deprezzamento dell’euro che, dal massimo raggiunto alla fine del 2009 di 1,50 $, nelle previsioni degli speculatori, sarebbe potuta giungere ad 1 $ dopo un’azione architettata e simultanea volta ad incunearsi nelle contraddizioni più evidenti dell’area dell’euro, ossia il debito dei paesi del sud del continente aderenti alla valuta unica. Dunque, l’obiettivo era colpire nel vilnus del continente per destabilizzare l’intera area dell’Euro. Dalla ricostruzione dei fatti sembra sia stato proprio il capo del fondo speculativo Brigade capital, Donald Morgan, ad individuare nell’indebitamento greco il varco entro cui inserire l’aculeo per determinare, a suo dire, un effetto domino utile a condurre rapidamente ai risultati sperati. L’idea deve aver convinto a fondo i presenti tanto che, già durante la settimana della “cena”, il volume di scommesse a ribasso sull’euro ha raggiunto il livello massimo, secondo quanto ammesso da Morgan Stanley, di 60.000 futures contrattati. Non a caso, solo qualche giorno dopo l’8 febbraio, il tasso di cambio col dollaro Usa raggiungeva il minimo di 1,35 € registrando un calo evidentemente manovrato da una serie di operazioni ben pianificate e coordinate. Del resto, gente come Soros già negli anni novanta aveva guidato l’operazione di speculazione sulla sterlina britannica intascandosi alla fine dei giuochi circa un miliardo $ di profitti, imponendo all’Inghilterra di uscire dal meccanismo dei tassi di cambio europeo, con conseguente e sin troppo attendibile massacro delle condizioni dei lavoratori del paese.
Appurata, dunque, l’irreprensibile “morale capitalistica” dei commensali della grande abbuffata newyorkese del febbraio scorso, è opportuno riflettere sulle motivazioni che hanno indotto costoro a reputare elevata la probabilità di successo di un’operazione così ambiziosa, proprio perché diretta al cuore di una delle filiere dominanti del modo di produzione capitalistico, ossia quella vincolata all’euro. Si è parlato molto dei trucchi contabili inventati dal precedente governo greco conservatore di Costas Karamanlis che aveva dichiarato un deficit pubblico nettamente inferiore al pesantissimo 12,7% scoperto e ammesso in seguito in sede istituzionale dal governo socialdemocratico del Pasok di Papandreou (tre volte superiore ai livelli massimi concessi nell’area euro dal patto di stabilità) che rappresentava null’altro che una situazione generalizzata di crisi di tutta l’economia ellenica – su cui pesa come un macigno il livello di illegalità (la cosiddetta economia sommersa) stimato vicino ad un terzo del totale della ricchezza prodotta in loco. 

Di certo, il crollo della Grecia ha rappresentato un banco di prova per la (in)stabilità politica, prima che economica dell’area dell’euro. In molti si sono affrettati ad accusare in particolare la Germania e la Merkel di tentennare e di perdere, a lor dire, tempo prezioso per intervenire nel salvataggio dello stato ellenico: sono stati paventati gli scenari più variegati, tra cui il ritorno della Grecia alla dracma e l’inevitabilità del default dell’economia locale a causa dell’eccessiva vicinanza della scadenza di molti dei titoli dello stato. In molti hanno subito invocato l’intervento massiccio ed immediato della Bce che, attraverso l’acquisto di titoli del debito pubblico degli stati in difficoltà, avrebbe potuto controbilanciare l’attacco, ponendo argine alla violenta voragine che tra la fine di aprile ed i primi giorni di maggio del 2012 ha fatto tremare i polsi di tre quarti di Europa. Tuttavia, l’articolo 123 del trattato di Lisbona – ancora nel 2023, nonostante certezze granitiche inizino a vacillare – pone dei limiti oggettivi alla Banca centrale europea impedendole di acquistare direttamente i titoli del debito emessi dai governi o da altri enti del settore pubblico: contemporaneamente, però, lo stesso articolo non ne impedisce l’acquisto attraverso operazioni definite di mercato aperto. Ciò vuol dire che la Bce, secondo alcune interpretazioni del trattato, ha la facoltà di acquistare i titoli del debito di ogni stato dell’Ue come se fosse un qualsiasi investitore: per far questo, perciò, deve elargire quantità di euro significative che vengono riversate immediatamente sul mercato obbligazionario. 

In attesa di promulgare quella che sarà la risposta più significativa all’attacco speculativo – il quantitative easing – nella notte tra il 9 ed il 10 di maggio dello stesso anno, in aggiunta ai 110 mrd € già stanziati per garantire i proprietari delle passività greche di immediata scadenza, la Bce emanava un maxi-scudo di 750 mrd € composto da una miriade di strumenti finanziari con l’obiettivo di fornire stabilità ai mercati borsistici europei e garantire lo “sblocco” di liquidità che gli operatori lamentavano.

La celebre frase pronunciata da Mario Draghi “difenderemo l’euro a ogni costo” più conosciuta come “whatever it takes” il 26 luglio tracciò la strada per una chiara sedimentazione dei rapporti di forza. Il messaggio che fu veicolato al capitale legato al dollaro sostanzialmente consisteva nel togliere ogni dubbio sul fatto che altri scenari – come a esempio il ritorno alle valute nazionali, costituire un euro di serie B per i paesi più indebitati – non erano plausibili qualsiasi fosse stato il livello dell’attacco. L’idea stessa di definire gli strumenti finanziari consentiti per prevenire futuri attacchi, “Bazooka”, in maniera palese rimanda a un lessico guerresco. Il successivo via libera – molto travagliato – a una sostanziale politica monetaria espansiva della Bce (consentita solo poiché l’inflazione era sotto il target del 2/3%) aprì la strada ai quantitative easing in salsa europea, che contribuirono ad inondare di liquidità il mercato mondiale al pari degli omologhi d’oltreoceano (e non solo).

Un'altra tappa di grande pathos si verificò alcuni mesi dopo, esattamente durante l’estate del 2015 quando, a seguito del fallimento pilotato della Grecia, il governo Tspiras decise di interrompere le contrattazioni della cosiddetta troika (bce-ue-fmi) sul rifinanziamento del debito. Sinteticamente, alla richiesta delle istituzioni di riportare sotto controllo il debito cresciuto enormemente, le proposte del governo greco rispondevano basandosi principalmente sul recupero dell’evasione fiscale e l’aumento della tassazione dei grandi patrimoni e dei capitali. Queste posizioni si scontravano pesantemente con le esigenze delle istituzioni di continuare a vessare i lavoratori greci attraverso l’aumento della tassazione indiretta, anche su beni di prima necessità, tagliando quindi pensioni e stipendi degli impiegati pubblici e prolungando l’età pensionabile con effetto quasi immediato. 

Il presidente dell’Fmi di allora, Lagarde, sottolineava come l’aumento dell’aliquota di tassazione diretta sui grandi capitali potesse determinare un incerto risultato fiscale, mentre quella sui lavoratori avrebbe conseguito un risultato ampiamente più sicuro: dietro all’ovvietà di dichiarazioni di questo tipo – un aumento delle aliquote fiscali dirette sui lavoratori dipendenti fornisce un gettito fiscale garantito a differenza della volatilità di grandi patrimoni e capitali – va letta una presa di posizione evidentemente rigida poiché inequivocabilmente di classe. Che una larga fetta di lavoratori greci fosse già da anni in condizioni di povertà assoluta, che gli ospedali non fossero più in grado di fornire le cure basilari; che nei supermercati venissero venduti generi alimentari scaduti; che ci fosse un esercito di persone che stabilmente viveva per strada o nelle automobili; e che a fronte di tutto ciò, armatori e uomini e donne della grande finanza internazionale si godessero quotidianamente le splendide isole dell’Egeo, non veniva vissuto dalle istituzioni come problema immediato, o comunque una priorità.

La convocazione di un referendum popolare sulle condizioni proposte dalla troika ebbero un effetto dirompente: la vittoria inattesa del no (OKI) al referendum, ossia il rifiuto popolare di tali condizioni determinò un terremoto politico che portò alla spaccatura interna al governo giacché le posizioni più oltranziste, rappresentate da Varoufakis, chiedevano di dar seguito all’esito delle consultazioni e furono sconfitte da quelle del presidente del consiglio, Tsipras. Assumendosi una responsabilità politica di dimensioni non trascurabili, questi decise di capovolgere il risultato accettando un programma di lacrime e sangue proposto dalle istituzioni sovranazionali. A distanza di anni possiamo senza dubbio dire che le condizioni di vita delle classi popolari greche siano peggiorate visibilmente. D’altro canto, da allora praticamente tutti i titoli del debito pubblico greco (junk bonds, cioè i titoli-immondizia) sono stati stralciati dai bilanci del capitale privato perché acquistati dal settore pubblico. In altri termini, le stesse istituzioni hanno permesso che la gran parte dei titoli del debito ellenico - platealmente inesigibili - fossero acquistate dal settore pubblico di ogni stato membro, sgravandone l’onere, dunque, alle banche private. Infatti, i capitali più esposti, come noto, erano quelli francesi (79 mrd €) e, a seguire, quelli tedeschi (45 mrd €); a distanza quelli olandesi (12 mrd €) e italiani (7 mrd €); ma soprattutto, è importante ricordare che si trattasse esclusivamente di soggetti privati. Con una operazione “straordinaria”, dal punto di vista di classe, nel giro di pochi anni, il montante di questi titoli è stato redistribuito tra i bilanci pubblici dei 4 paesi con il Pil più alto. Violando de facto le proporzioni precedenti, le manovre attuate hanno determinato una situazione tale per cui alla fine del 2015 i tedeschi detenevano ancora la quota maggiore dei titoli (62 mrd nel settore pubblico, 14 mrd nel privato); a seguire la Francia (47 mrd solo nel settore pubblico), l’Italia (41 mrd, settore pubblico) e la Spagna (27 mrd settore pubblico). Insomma, viene confermato ancora una volta che la legge della privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite diviene fondamentale specie nelle fasi di crisi; e che il fondo salva stati, che è alla base di questa manovra, ha scaricato sui due piigs più importanti (Italia e Spagna) la gran parte del peso di questi titoli spazzatura e, soprattutto, sul loro settore pubblico.

Le sanzioni e le contromisure russe

Questi paragrafi introduttivi ci sono sembrati di enorme importanza per comprendere quali siano le cause materiali del conflitto ucraino-russo e quali le prospettive dello stesso, al di là delle letture ideologiche che se ne fanno e delle manifestazioni che esso può assumere – sia in senso strettamente bellico che in ambito “diplomatico”. In altre parole, in questa sede si sostiene che lo scontro ucraino-russo sia parte di una conflittualità valutaria simile, nella teoria, a quella consumatasi alcuni anni fa tra dollaro e euro – di cui si è parlato nei paragrafi precedenti – ma che nella forma differisce molto, vedendo contrapposti questa volta il capitale legato al dollaro, in evidente perdita di “appeal” e il capitale legato alle valute asiatiche. Nel caso specifico, però, il livello dello scontro sembra essere più elevato non solo per il vasto utilizzo di armi di ultima generazione sul campo, ma anche per la numerosità dei soggetti coinvolti e per le difficoltà perduranti di accumulazione che impediscono al capitale mondiale di doversi spartire quote di plusvalore che si rivelano essere sempre più insoddisfacenti.
Questo aspetto diviene più chiaro anche se si osservano con attenzione modalità e conseguenze delle sanzioni che l’Europa e gli Usa hanno imposto e che, nel progetto iniziale, avrebbero dovuto inginocchiare economicamente, in poche settimane la Russia.

Seguendo uno schema già applicato contro nazioni considerate “ostili” (come Libia, Afghanistan ma anche Venezuela) il primo provvedimento è consistito nel congelamento dei fondi della Banca centrale russa. Non esiste ancora oggi certezza sulla cifra complessiva “sequestrata”, però si va da 300 miliardi di dollari (secondo le autorità russe) sino ai 1000 miliardi di cui ha parlato esplicitamente il ministro dell’economia francese Le Maire. Si è trattato in ogni caso di un quantitativo senza precedenti, sulla cui legittimità internazionale ci sono molti dubbi, considerando il fatto che tutto il mondo – ad esclusione di Usa, Europa e pochi loro satelliti – hanno esplicitamente mostrato ostilità a tali manovre. Poi, si è passati all’esclusione delle principali istituzioni finanziarie russe dalla piattaforma di scambi finanziari internazionali più utilizzata al mondo (SWIFT), al fine di bloccare le transazioni internazionali russe anche con quei paesi che, di fatto, c’entrano poco o nulla con il pacchetto di sanzioni. Il terzo passo, quello probabilmente più vincolante, includeva il divieto di importazioni di petrolio e gas russo da parte dei partner degli Usa (dunque area dell’euro inclusa). Se per gli Usa, la questione non impattava direttamente, giacché è almeno dal 2019 che non importano più gas dalla Russia, le conseguenze per i paesi europei erano potenzialmente catastrofiche. Nella sua interezza, prima della guerra, gli stati dell’Ue importavano dalla Russia il 40% del fabbisogno totale di gas e il 25% del fabbisogno di petrolio. Per ovviare a una inevitabile sciagura, gli Stati Uniti promettevano al contempo di aumentare le esportazioni di gas liquido in Europa e di mantenere tali incrementi almeno fino al 2030 a prezzi, come è noto enormemente più elevati. Tra tutti, il capitale legato all’euro di origine tedesca paga il prezzo maggiore, giacché è di fatto costretto alla sospensione definitiva – anche prima delle note manovre di sabotaggio di presumibile origine Nato - dell’attività del gasdotto Nord Stream 2, completato nel 2021, il gasdotto più lungo del mondo, che collega la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, e che avrebbe dovuto costituire una fonte maggiore di approvvigionamento energetico per tutta l’Ue. I risultati di tale scelta – secondo molti del tutto scellerata – sono immediatamente evidenti ed è altresì chiaro che tali manovre determineranno riflessi sull’andamento dell’economia continentale per diversi anni, forse decenni.

La prima reazione delle autorità russe, per quanto possa essere sembrata poco comprensibile ai non addetti ai lavori ha da una parte mostrato l’importanza che le valute assumono in tale conflitto e dall’altro ha sostanzialmente neutralizzato le velleità occidentali che, nella sua parte europea, ha invece pagato la grandissima parte del conto. La contromossa iniziale ha previsto il pagamento del gas esclusivamente attraverso la valuta russa. Ciò ha imposto a chi avesse necessitato di questa fondamentale materia prima di procurarsi direttamente dei rubli o di procedere all’acquisto attraverso il canale esclusivo della “Gazprombank” a condizioni ovviamente vantaggiose per il venditore. In generale, per ottenere, in generale, valuta straniera bisogna procedere attraverso delle strade delineate: la prima è cambiare la propria valuta (o quelle pregiate, tipo dollaro, euro o yen) con quella di cui si necessita. Oppure si può procedere esportando merci vero quel paese la cui banca centrale batte la moneta di cui si necessita (e chiedere il pagamento delle stesse attraverso essa) o si agisce su mercati valutari terzi. Dunque, questa mossa è stata strategicamente pensata per sovvertire il segno di una delle sanzioni più importanti, ossia quella che ha bloccato le riserve internazionali della banca centrale russa detenute nei conti correnti stranieri, creando le condizioni per un nuovo afflusso, autonomo, di valuta pregiata nelle casse russe, necessaria per onorare prestiti contratti e acquistare merci straniere. Inoltre, ha avuto il chiaro effetto di arginare la caduta libera del prezzo del Rublo, conferendole nuovamente un potere d’acquisto adeguato. Difatti, questa mossa aveva l’obiettivo di dire al mondo che qualsiasi intenzione di speculare sul rublo a ribasso (come accaduto con l’Euro anni fa) avrebbe trovato non solo la banca centrale russa pronta a riequilibrare il mercato, ma soprattutto l’enorme domanda di gas e materie prime avrebbe naturalmente agito da cinta muraria contro queste immancabili pulsioni.

Pertanto, solo dopo poche settimane le sanzioni si mostravano del tutto inefficaci sia nell’isolare la Russia economicamente, sia di indebolire direttamente il rublo per le ragioni di cui abbiamo già detto ma anche perché è noto che, dopo la Cina, sia proprio la Russia a essere il più importante produttore di oro al mondo. E dunque, un paese che detiene grandi riserve auree – nonostante le illegali confische – e grandi riserve di materie prime, molto difficilmente può veder decadere il valore della propria moneta. Proprio il momentaneo ancoraggio all’oro ha consentito di permettere, infatti un rapido riassorbimento del crollo iniziale, che già in un mese (tra marzo e aprile) era stato cancellato, raggiungendo, il rublo, lo stesso tasso di cambio che aveva avuto con il dollaro Usa nei due anni precedenti l’inizio dell’invasione russa. Perdipiù mentre le banche centrali degli Usa e quella europea erano alle prese con l’aumento dei tassi – che alimentava malumori interni – il rublo continuava ad apprezzarsi sulle valute più importanti. A maggio del 2022 – e dunque solo 2 mesi dopo l’inizio delle sanzioni – servivano solo 58 rubli per acquistare un dollaro Usa (non più 75) e ciò spingeva Bloomberg ad assegnare al rublo il titolo di valuta più remunerativa dell’anno3.
Le conseguenze più palpabili dell’embargo nei confronti della Russia sono a carico di coloro che ne erano i più importanti partner commerciali, soprattutto per le materie prime e energetiche, ossia i paesi dell’area euro. Una manovra così chiaramente suicida è stata imposta all’Europa dagli Usa e comprende una inevitabile sostituzione – almeno in parte – della provenienza del gas che, per tali ragioni, non potrà più giungere attraverso i gasdotti North Stream, bensì arriverà attraverso l’Oceano atlantico.

È chiaro che i costi di una ostilità così elevata alla Russia siano asimmetrici anche all’interno dei membri del Patto atlantico, mentre i benefici vanno, quasi completamente in un’unica direzione: quella degli Usa. Infatti, la sostituzione, parziale, delle importazioni di gas dalla Russia agli Stati Uniti è un processo lungo e costoso, includendo nuove spese connesse al processo di trasformazione e distribuzione, trasporto su navi cisterna, terminal di carico e scarico, infrastrutture di stoccaggio, rigassificazione e allaccio ai gasdotti tradizionali.

Ovviamente, tutto a carico dei membri dell’Ue. Anche la costruzione delle infrastrutture per gestire lo stoccaggio di tali merci prevede investimenti enormi e questo non potrà che scaricarsi sui prezzi agli utenti finali: in altre parole, i popoli europei dovranno rassegnarsi a convivere con prezzi energetici in crescita per la semplice ragione che un loro “alleato” ha deciso, per conto loro, di escludere dalla lista dei suoi fornitori, il più grande e il più economico produttore di tali materie prime.

Questo importante mutamento, tutto a carico delle classi più vulnerabili dei paesi legati all’euro, vede però anche dei vincitori. Che non possono non essere i produttori del settore energetico basati negli Usa che d’incanto vedono aprirsi un enorme mercato con florida domanda pagante, ossia quello europeo. C’è da ricordare, infatti, che il settore energetico statunitense iniziava ad entrare in crisi e uno sbocco del genere rappresenta una grande ancora di salvataggio. Dopo il 2008 molti piccoli produttori statunitensi avevano investono molto nel settore energetico: tra il 2011 e il 2014, la produzione statunitense di gas naturale liquefatto aumenta del 70% e, nel 2018, gli Stati Uniti diventano il primo produttore mondiale di petrolio, superando la Russia e l’Arabia Saudita. Già alla fine del 2019, e dunque poco prima della crisi pandemica, c’era chi intravedeva nel settore energetico Usa uno dei luoghi all’interno di cui si sarebbe potuta annidare l’esplosione dell’ennesima crisi, dovuta a una enorme esposizione debitoria e a un eccesso di produzione che sembrava eccessivo. Non è un caso che già durante la costruzione del gasdotto North Stream 2, gli Usa abbiano fatto di tutto per opporsi al progetto, ovviamente violando ogni norma di diritto internazionale, ottenendo solo con l’intervento militare il definitivo abbandono dello stesso. Dunque, gli Usa hanno conquistato un nuovo importante mercato di sbocco per le proprie aziende produttrici di materie prime, impedendo con la forza ogni forma di alleanza tra Russia e paesi dell’area euro.

3. Le valute asiatiche e la de-dollarizzazione

Il quadro così delineato mostra in maniera nitida almeno due questioni. Innanzitutto, che nello scorso decennio il conflitto dollaroeuro è stato definito con la vittoria schiacciante del capitale legato alla valuta statunitense che, nell’ex concorrente d’Europa vede ormai un alleato su cui può agire senza problemi e a cui può imporre decisioni anche quando queste confliggano esplicitamente e poderosamente con gli interessi economici dell’area. Inoltre, sembra altrettanto evidente che la conflittualità valutaria tra capitali - al momento risolta tra dollaro ed euro – abbia assunto una ampiezza maggiore, coinvolgendo da una parte il dollaro e dall’altro le valute asiatiche – in particolare rublo e yuan. In altre parole, quello russo-ucraino ci appare come l’ennesimo conflitto per interposta persona in cui, attraverso la NATO, il capitale legato al dollaro cerca di indebolire l’area valutaria legata allo Yuan che, nel frattempo, sta crescendo economicamente in maniera straordinaria, contendendo esplicitamente l’egemonia sull’intero sistema di capitale.

Figura 3 – Quota del Pil mondiale – Usa vs Cooperazione di Shanghai4 - (Dollari costanti 2005). Fonte: Nostre elaborazioni su dati World Development Indicators – The World Bank.

La Figura 3 mostra in maniera inequivocabile come il peso relativo delle maggiori economie dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Cina, India, Russia, Iran e Pakistan) abbia almeno dal 2021 superato quello degli Usa, recuperando un gap che alla metà degli anni novanta poteva sembrare incolmabile. Questo implica, pertanto, che la centralità del dollaro e degli Usa sancita alla fine della seconda guerra mondiale – per quanto abbia avuto una sua importante longevità – potrebbe essere giunta a un momento di svolta.
Tuttavia, dal punto di vista valutario – principalmente per quanto concerne la detenzione ai fini di riserva internazionale, funzione che abbiamo visto propedeutica per l’utilizzo negli scambi di merci e capitali – la situazione presenta una realtà molto difforme e sproporzionata rispetto al peso che questi paesi hanno nel tempo ottenuto.

Figura 5 – Percentuale di riserve internazionali per valuta (4 trimestre 2022). Fonte – Elaborazione su dati FMI5

Si può leggere infatti con chiarezza che, nonostante l’enorme deficit con l’estero (nel 2021 si è giunti a -18 mila miliardi di dollari Usa) ancora oggi, il biglietto verde rappresenta quasi il 60% delle riserve internazionali – per quanto nel 1999 era a più del 71% (vedi Figura 6) –, mentre l’euro si ferma intorno al 20%. 

Figura 6 – Andamento delle riserve internazionali di valuta straniera (1999-2021). Fonte: IMF Currency Composition of Official Foreign Exchange Reserves (COFER)6.

Lo Yuan, invece, nonostante l’importante peso specifico raggiunto, non è ancora oggetto di proporzionali attenzioni, rappresentando meno del 3% delle riserve mondiali. Se si guarda ai dati relativi ai pagamenti internazionali via SWIFT (per una definizione si veda sopra) emerge un quadro molto simile, giacché il 40% degli scambi, alla fine del 2022, era tenuto in dollari e poco più di un terzo in euro. Anche per quel che concerne le obbligazioni, quelle emesse in Yuan ancora tardano a superare il 3% mondiale7. Oltretutto, se si considera anche che la Cina è divenuto il partner commerciale più importante per 61 paesi, mentre gli Usa si fermano a 30, sembra intuibile che questa sproporzione dovrà naturalmente essere riassorbita e ciò determinerà inevitabilmente un ridimensionamento del ruolo del dollaro con una crescita di importanza delle valute dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Di certo, i formidabili investimenti legati alla cosiddetta “nuova via della seta” (BRI – Belt and Road Initiative) agiranno da veicolo per una internazionalizzazione dello Yuan che, tuttavia, al momento non ha ancora l’ambizione di scalzare il fratello nemico d’America ma che, di certo, potrà dare una mano a quel processo di de-dollarizzazione che alcuni analisti danno per scontato8, ma che di certo vedrà enormi reazioni militari, prima ancora che economiche, da parte dei governi statunitensi. Non pensiamo, sia un caso che il primo paese che ha ufficialmente varato una strategia esplicita di de-dollarizzazione sia stata la Russia, nel 2018, a seguito delle sanzioni per l’occupazione della Crimea, vendendo i titoli denominati in dollari, sostituendo le proprie riserve internazionali con euro e in parte con Yuan, e richiedendo il pagamento in euro del gas e delle altre materie prime vendute agli europei. E questo è un qualcosa che gli Usa non hanno mai perdonato. C’è da aggiungere, oltretutto, che l’inevitabile processo di de-dollarizzazione non avverrà per mano del fratello nemico dell’euro, bensì, come ampiamente dimostrato da Arsanalp et al. (2022)9, da un gruppo di valute alternative che, senza dubbio, comprenderà anche lo Yuan.

Il capitale legato al dollaro non può subire passivamente questa tendenza che, per quanto al momento appaia lenta, potrà pesantemente pregiudicare la sua centralità e la stabilità stessa di una economia, quella statunitense, che da decenni stenta a riprendersi e che riesce a finanziare a ciclo continuo i propri deficit continui solo grazie all’importanza che proprio il dollaro ancora riveste a livello internazionale. L’attacco, attraverso la NATO alla Russia è per questo da considerarsi come una prima tappa di una guerra che senza dubbio sarà più lunga e vedrà coinvolti anche direttamente soggetti che al momento si sentono oggetto di attacco ma che reputano opportuno non farsi coinvolgere direttamente dalle operazioni belliche.


Riferimenti bibliografici

Arslanalp, S. — Eichengreen, B. — Simpson-Bell, C., 2022
The Stealth Erosion of Dollar Dominance: Active Diversifiers and the Rise of Nontraditional Reserve Currencies, "IMF WP", 22/58, Washington DC, USA.

Filosa, C. – Pala, Gf. – Schettino, F., 2021
Crisi globale - il capitalismo e la strutturale epidemia di sovrapproduzione, Edizioni L’Antidiplomatico, Roma.

Luft, G. — Korin, A., 2019
De-dollarization. The revolt against the dollar and the rise of a new financial order, https://shop.harvard.com/book/9781686479595

Marx, K., 1863
Il Capitale, ed. Italiana Editori Riuniti

Sciortino, Raffaele, 2022
Stati Uniti e Cina allo scontro globale, Asterios, Italia.

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