World Affairs/Lidia Undiemi : "Il MES è morto. L'assassino è Mario Draghi"

Lidia Undiemi : "Il MES è morto. L'assassino è Mario Draghi"

 

"Crisi, MES e l’incredibile verità sull’entrata in scena di Draghi: spiegato facile." L'ultimo articolo della studiosa di diritto e economia che per prima ha denunciato le famigerate "condizionalità" che regolano il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). 



di Lidia Undiemi 


Quando ho iniziato nel 2012 la battaglia contro il MES, ho sin da subito creduto che il nemico numero uno fosse l’allora presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi.


 

Dopo tanti anni e con un po’ di studi alle spalle, devo dirvi che probabilmente non solo non è così, ma che Draghi è stato il principale oppositore del MES, e a quanto pare la sua strategia – che adesso vi spiego qual è – è andata a buon fine.
 

Tutto è iniziato nel 2012, quando l’ex presidente della BCE pronunciò la celebre frase «whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough» (farò di tutto per salvare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza). Tale frase ha avuto un ruolo cruciale nel rientro della crisi dello spread, e quindi nel salvataggio dell’Eurozona dal tracollo dei mercati.
 

Questa storia la conosciamo tutti. Ma queste parole rivelano molto altro.


Il 2012 va infatti ricordato anche per un altro importante evento: la comparsa del MES nello scenario europeo. Il MES (prima definito Troika) è stato sin da subito chiamato «fondo salva stati», nel tentativo di invocare qualcosa di positivo per i cittadini. In verità si è trattato di tutt’altro, perché il MES è un’organizzazione intergovernativa finanziaria che prevede che gli stati in difficoltà che richiedono un prestito debbano sottostare ad una serie di condizioni che altro non sono che stringenti politiche di austerità, tra cui principalmente tagli al settore pubblico come sanità, scuola, assistenza ai più deboli, ecc. Non solo, il MES si spinge sino al punto da pretendere riforme del lavoro in senso peggiorativo e contratta con lo stato in difficoltà finanche il cosiddetto prelievo forzoso sui conti correnti, come accaduto a Cipro.


Nel mio sito trovate tanti approfondimenti sull’argomento.


Il governo Conte ha più volte tentato di chiedere a nome dell’Italia un prestito a MES, cosa che avrebbe sottoposto il paese al commissariamento. Travolto da una valanga di polemiche, ha lanciato l’ipotesi di un ricorso al MES senza condizionalità (tecnicamente le riforme imposte prendono questo nome). Come ho già detto in un’intervista, e come poi confermato dalla stessa Germania, il MES senza condizionalità è impossibile.


Nel frattempo l’emergenza coronavirus spinge il paese verso una prospettiva di crisi economica devastante. Anche volendo far finta che il MES sia una cosa buona, le risorse non sarebbero comunque sufficienti per l’Eurozona.
 

Subentra un’altra crisi dello spread, e la nuova presidente della BCE Lagarde fa dichiarazioni clamorose (poi vi spiego bene perché clamorose): «Non siamo qui per chiudere gli spread. Questa non è la funzione o la missione della BCE. Ci sono altri strumenti e altri attori per gestire queste questioni». In pratica, fa esattamente l’opposto di Draghi, che aveva invece appunto sostenuto che non solo la BCE poteva e doveva intervenire, ma che ciò sarebbe stato sufficiente. Lagarde invoca altri soggetti, ed il riferimento è ovviamente anche al MES.


Travolta anch’essa da una valanga di critiche, Lagarde fa un passo indietro, e la BCE interviene con il Quantitative Easing.


L’emergenza intanto si aggrava, e nell’incertezza generale appare chiaro che le risorse messe in campo dal governo italiano non sono sufficienti.


Ad un certo, irrompe nella scena nuovamente Mario Draghi, che con una lettera pubblicata sul Financial Times dice cose dirompenti rispetto alla linea prevalente in Europa e tra i liberisti e i fan del rigore. Draghi sostiene che in una situazione di emergenza come quella attuale non bisogna avere esitazioni nel mettere da parte i vincoli di bilancio, lo stato deve intervenire per sostenere famiglie, imprese e lavoratori con strumenti forti e incisivi, liquidità, sussidi e taglio delle tasse (quindi non solo un rinvio).


A questo punto – anche perché in Parlamento ha trovato una certa ostilità da parte del M5S, della LEGA e di LeU – Conte capisce che se continua a far da solo nel proporre il MES rischia non solo una crisi istituzionale, ma anche un crollo di popolarità in favore di Draghi, per cui oggi si discute di una sua possibile candidatura a premier.


La questione MES però è solo rimandata, tra quindici giorni l’Eurogruppo di riunirà per tentare di trovare una posizione condivisa, ma vi sono forti dubbi perché la Germania e l’Olanda non sembrano avere alcuna intenzione di ricorrere ai coronabond o al MES senza condizionalità in favore di Italia, Francia e Spagna.


Questo è il punto della situazione.


In verità, queste notizie nascondo fatti ben più dirompenti, celano una guerra sotterranea iniziata nel 2012 tra Mario Draghi e la Germania, che spiega il motivo per cui Draghi è intervento in un momento specifico: il rischio che la BCE non facesse il suo mestiere e che questo avrebbe lasciato campo libero all’attivazione del MES con condizionalità.


I più attenti avranno di certo notato che in questo racconto manca un fatto importante che lo rende incoerente: quando Mario Draghi lanciò nel 2012 il programma OMT per salvare l’Eurozona disse che i paesi ne avrebbero beneficiato soltanto in cambio della richiesta di attivazione di un prestito al MES.


Vista in questo modo, non si può far altro che dire che Draghi era favorevole al MES.


Ma andiamo più in fondo.


Nello stesso anno, accade un fatto incredibile che è stato sottovalutato dall’opinione pubblica: un gruppo di tedeschi accusa la BCE di Mario Draghi di violare i trattati fondamentali con il lancio dell’OMT, sostanzialmente perché viola il divieto di finanziamento dei bilanci degli stati (artt. 123 e 125 TFUE) e perché viola i limiti del proprio mandato (artt. 119 e 127 TFUE).


L’accusa finisce dinanzi alla Corte Costituzionale tedesca che rinvia, con un atteggiamento non certo euro amichevole, alla Corte di Giustizia Europea (CGE).


Qui occorre una parentesi.


Il timore dei tedeschi è quello che con il sostegno della BCE, gli stati in difficoltà non mantengano il rigore di bilancio e non attuino le riforme di austerità necessarie a tal fine, cosicché la Germania si ritrovi a correre il rischio di doversi accollare il debito degli altri (questo ovviamente è tutto da dimostrare).


Dobbiamo però chiederci a questo punto: perché la Germania teme una tale situazione dato che l’OMT della BCE era subordinato all’adesione al MES, che vincola gli stati proprio al rispetto di quei presupposti?


Semplice: è stato sufficiente l’annuncio del programma OMT (mai attuato!), ossia la garanzia dell’impegno della BCE, a tranquillizzare i mercati. Tenuto conto che poi la BCE è successivamente intervenuta con altri strumenti a sua disposizione. Draghi ovviamente sapeva quello che faceva.


L’Italia, il paese forte per eccellenza colpito nel 2012 dalla crisi dello spread ha beneficiato della sua dichiarazione e non ha fatto ricorso al MES, sebbene abbia con il governo Monti attuato politiche di austerità. Ma una cosa è avere un governo che per un periodo di tempo limitato, in modo più o meno autonomo, ricorre all’austerità. Altra cosa è sottoporsi formalmente al MES per un tempo indefinito: i protocolli d’intesa possono durare anche decenni.


Il timore dei tedeschi è dunque fondato: se interviene la BCE, i governi potrebbero anche fare a meno del MES.


Chiusa la parentesi, ritorniamo alla disputa giurisprudenziale, perché è ovvio che non possiamo trarre la conclusione che Draghi sia contro il MES per la sola circostanza che ha abilmente composto una frase che ha neutralizzato il MES, quanto meno in Italia (altri paesi hanno dovuto farvi ricorso, ne parliamo in un altro momento).


La Corte di Giustizia Europea emette la sentenza Gauweiler in cui sostiene che non è vero che la BCE ha violato il suo mandato, e nel farlo fornisce una serie di interessanti paletti (molti già fissati nella sentenza precedente sul MES, nota come caso Pringle) basati sulla difesa di Draghi, e che avranno un preciso risvolto politico: rafforzare la capacità di intervento della BCE con il ridimensionamento del MES.


Attenzione, la Corte non dice mica esplicitamente questo, ma lo lascia intendere, principalmente quando afferma che anzitutto la politica monetaria è di esclusiva competenza della BCE, e che la crisi dello spread rientra tra le sue cause di intervento. Mentre ribadisce che il MES svolge funzioni di politica economica, quindi il concetto di stabilità finanziaria del MES attiene a delle ipotesi di non meglio precisate crisi finanziarie possibilmente identificabili nell’incapacità degli stati di reperire risorse finanziarie nel mercato.


Ma il passaggio cruciale è il seguente: vero è che la CGE ricorda che l’OMT prevedeva il ricorso al MES e alle condizionalità, ma è anche vero che ribadisce più volte il principio di indipendenza della BCE, tale per cui il richiamo al MES è per la BCE una facoltà e non un obbligo, considerato anche che l’OMT è uno dei tanti strumenti attivabili dalla BCE. Altrimenti, significherebbe ammettere che la politica monetaria della BCE è sottomessa alla politica economica, tra l’altro non di una istituzione europea ma di una organizzazione intergovernativa come il MES. Impensabile.


La partita poteva sembrare essere stata chiusa con un giudizio finale di compromesso da parte della Corte Costituzionale tedesca, che ha ridato il suo parere dopo la sentenza della CGE.


Francamente non ci voleva molto a dubitare di questa pace, perché anche in ragione di vuoti normativi importanti nell’ordinamento europeo, difficilmente i tedeschi erano disposti ad ingoiare il rospo.


La BCE finirà non a caso nuovamente sotto accusa appena qualche anno dopo. Sul mirino finiscono le attività di acquisto del settore pubblico sui mercati secondari (PSPP, meglio note come QE) realizzare tra il 2014 e il 2016, nonché la decisione della BCE sull’ammissibilità degli strumenti di debito negoziabili emessi o pienamente garantiti dalla Repubblica ellenica.


Ancora una volta, la CGE emette una sentenza (caso Weiss) in cui non soltanto ribadisce la legittimità delle manovre poste in essere dalla BCE, ma ne rafforza il potere, nel momento in cui specifica ancor meglio che l’accusa che la BCE possa interferire sulla politica economica degli stati membri è infondata, poiché è inevitabile che ciò accada, e che ad ogni modo i trattati non hanno inteso fissare una distinzione netta tra politica monetaria e politica economica, e che inoltre sia inevitabile che ciò abbia effetti sulla crescita economica. La cosa importante è che gli interventi della BCE abbiano come fine un obiettivo di politica monetaria, ossia la stabilità dei prezzi.


Anche questa volta i toni del rinvio della Corte Costituzionale tedesca non sono stati euro amichevoli, e la stessa si è riservata di decidere definitivamente il 5 maggio 2020, cosa che potrebbe effettivamente avere pesanti ripercussioni sul futuro dell’Europa.


Sin qui, il quadro delineato è abbastanza chiaro: la BCE può intervenire eccome in caso di crisi, e non è vincolata a nessun altra decisione di organismi esterni, a meno che non decida di farvi essa stessa riferimento.


In pratica, mediante una raffinata strategia difensiva, la BCE di Mario Draghi ha lasciato ai posteri una Banca Centrale assolutamente legittimata ad intervenire senza MES, anche con strumenti non convenzionali.


Non a caso, dopo la sbandata iniziale, Lagarde ha rilanciato il Quantitative Easing senza alcun riferimento al MES.


A questo punto, è il caso di rileggere con attenzione e per intero la famosa frase pronunciata da Draghi nel 2012: farò di tutto per salvare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza.


Effettivamente è così, l’intervento della sola BCE è sufficiente per garantire gli stati e la sopravvivenza dell’Eurozona. Argomento, questo, che oggi si afferma sempre di più.


Alla luce di ciò, c’era da aspettarselo che proprio quando si stava decidendo l’intervento del MES su larga scala, Draghi abbia deciso di dire nuovamente la propria, e che abbia esplicitamente voluto (e anche potuto in ragione dell’evolversi degli eventi) dichiarare la necessità di non porre attenzione ai vincoli di bilancio e di attuare immediatamente politiche espansive, i presupposti esattamente opposti al ricorso al MES, che in tal caso verrebbe sostanzialmente nuovamente neutralizzato.


Questo è quello che emerge da una valutazione complessiva dei fatti, in cui non mi avventuro di certo a dire che Draghi era assolutamente un buono, ma di certo è stato l’unico che ha posto un argine concreto al MES in favore degli interventi della BCE, e dunque in favore degli stati in difficoltà. Il resto lo vedremo con l’evolversi degli eventi.


Nel 2012 il clima non era evidentemente così favorevole, il diniego dei tedeschi avrebbe potuto far crollare l’Eurozona già allora, e forse per tale motivo in circostanze di crisi come quella cipriota la BCE ha effettivamente spinto per il ricorso al MES.


Infine, è importante sottolineare, come probabilmente la riforma del MES sia stata dettata dalla necessità di conferire a tale organizzazione quella legittimazione politica persa con le sentenze della CGE.

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