L'invio di armi "per la pace" e Zelensky “eroe”: come il linguaggio di guerra distorce la verità

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L'invio di armi "per la pace" e Zelensky “eroe”: come il linguaggio di guerra distorce la verità

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Oggi, il cittadino socialmente integrato e membro della maggioranza sventola bandiere colorate, è favorevole all'invio di armi in Ucraina, afferma pubblicamente che il presidente Zelensky è un “eroe”, che il presidente Putin è un “criminale” e mette alla gogna chiunque la pensi diversamente.

Ho già dibattuto sull'ipocrisia di un certo tipo di pacifismo e sul perché io sia assolutamente contraria a un ulteriore armamento dell'Ucraina.

Vorrei soffermarmi ora nel rispondere a chi in questi giorni si aspetta sia congruo utilizzare determinate etichette e appellativi violenti in riferimento al presidente eletto dal popolo russo.

L’uso di un linguaggio violento non ci renderà persone migliori.

Personalmente, posso dire che tali etichette e brutali attributi non fanno parte del linguaggio che sono solita utilizzare. Ho cercato di evitare il più possibile queste terminologie aggressive in otto anni, mentre il governo ucraino faceva bombardare il Donbass durante la presidenza di Turchinov, Poroshenko e Zelensky.

Pur avendo vissuto la guerra e la tragedia che porta con sé, ho fatto del mio meglio per bonificare le emozioni, cercando di evitare l'uso di questo tipo di terminologia violenta nei miei articoli, nel mio libro, nei miei reportage sul Donbass e non intendo iniziare ora a usare questo linguaggio.

Non amo la guerra e non amo le parole con le quali la si costruisce.

Resto a contatto col dolore delle persone e cerco di comprendere gli accadimenti, nel tentativo di ricucire spaccature e integrare frammenti.

Per me non c'è differenza tra il dolore di un bambino ucraino, di un bambino del Donbass o di un piccolo palestinese.

In questo percorso, mi limito a condividere la mia esperienza con chi è interessato a capire.

Cosa c'è da capire, al di là dell'odio e delle etichette?

Alcuni fatti, di cui non si parla nei grandi media, ovvero: come ti scateno una guerra, esportando la democrazia.

Tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014, a Kiev, in Ucraina, c'è stato un violento cambio di governo fomentato dall'Occidente e attuato con una manovalanza neonazista. Lo mostro nelle immagini dei miei reportage: politici occidentali sul palco a Kiev e ruspe, catene, spranghe, lanciafiamme contro la polizia nella piazza centrale e nelle strade della capitale.

Chi all'inizio manifestava pacificamente è stato tradito.

Il Donbass si è opposto a tutto ciò e con un referendum ha autoproclamato le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. L'Ucraina ha risposto con le armi, con il congelamento delle pensioni agli anziani, ai disabili e col blocco degli stipendi agli statali in Donbass.

Nei primi mesi del conflitto, la popolazione russofona ha iniziato a morire letteralmente di fame.

Interi villaggi sono stati distrutti nelle regioni del Donbass, negli scontri tra le milizie popolari e l'esercito ucraino.

Gli scontri sono continuati per otto anni, ma grazie alla diplomazia, con gli accordi di Minsk il conflitto è passato da un livello di alta intensità a un livello di bassa intensità.

Purtroppo però, si è continuato a morire. Per troppo tempo. E si è arrivati allo scorso anno.

Con l'esercitazione Defender Europe 2021, la più grande mai tenuta dalla fine della guerra fredda, la NATO ha schierato il proprio contingente militare lungo i confini della Federazione Russa.

Quest’ultima ha risposto mobilitando le proprie forze armate e ha chiesto ripetutamente garanzie sulla fine dell'attività militare nelle repubbliche ex sovietiche e sulla fine dell'oggettivo accerchiamento militare che perdura da trent'anni. Perché tale richiesta?

Perché un missile della NATO piantato sul territorio ucraino, che in pochi minuti è in grado di raggiungere Mosca, così come un missile russo piantato ai confini con gli U.S.A., che in pochi minuti è in grado di raggiungere Washington, in termini di equilibri di forze geopolitiche e sicurezza internazionale fa la differenza.

Chi sta nelle stanze dei bottoni conosce queste differenze.

Nonostante ciò, dall'Occidente non giunge alcun tipo di rassicurazione.

Piuttosto, si alza il tiro: alla fine del 2021, alla richiesta di garanzie da parte della Russia, gli Stati Uniti rispondono con lo stanziamento di altri fondi per gli armamenti in Ucraina. Si attende un feroce attacco contro il Donbass dove in otto anni migliaia di cittadini, da apolidi hanno richiesto e ottenuto la cittadinanza russa.

Ma l'esercito russo entra in Donbass.

Il 24 febbraio 2022, in Occidente le persone si svegliano e scoprono che c'è una guerra.

Da quel giorno, il dolore del popolo ucraino diventa il nostro dolore.

Sono otto anni che mi batto per la pace e continuerò, con la consapevolezza che non esiste possibilità di mediazione senza la verità.

Ma etichettare non rientra nel mio ruolo: mi limito a offrire gli strumenti utili per comprendere.

La demonizzazione del nemico in questo momento è un gravissimo errore in cui non voglio cadere.

Non siamo più ai tempi della Germania degli anni Trenta, in cui i russi erano considerati "untermenschen", cioè subumani, o in cui chi non dichiarava fedeltà al Fuhrer veniva messo al bando.

Né siamo ai tempi delle inquisizioni dipinte da Francisco Goya.  Almeno spero.

Dunque, non dovremmo avere bisogno di richiedere a qualcuno di essere disposto a "etichettare" per avere garanzie sulla sua onestà intellettuale.

Abbiamo già in nostro potere gli strumenti della critica, della ragione e della logica.

Usiamoli, se davvero viviamo in una democrazia.

Sara Reginella

Sara Reginella

Sara Reginella, psicologa e psicoterapeuta, autrice e documentarista, è testimone del conflitto ucraino dalle sue origini, avendo partecipato a quattro spedizioni nell'arco di otto anni. Dal 2015 è stata attiva in campo documentaristico. È autrice del saggio "Le guerre che ti vendono" (Edizioni Dedalo), oltre che dei reportage narrativi "Il fronte degli invisibili" e "Donbass. La guerra fantasma nel cuore d'Europa" (Exorma Edizioni).

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