Per la CIA Stalin non era un dittatore

Per la CIA Stalin non era un dittatore

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di Alessandro Pascale

 

Nella vulgata comune siamo abituati a sentir parlare di Stalin come di uno spietato dittatore che avrebbe piegato al suo volere l'intera Unione Sovietica. In ambito storico, ma anche letterario e cinematografico, questa narrazione viene proposta come la più attinente alla realtà dei fatti. A contestare questa visione arriva però nel 2008 un documento declassificato della CIA degli anni '50 molto interessante: si tratta di un'analisi che smentisce nettamente l'idea che si possa parlare dell'URSS come di una dittatura personale esercitata autocraticamente da Stalin. La data precisa del documento è purtroppo parzialmente coperta, ma si può presumere dai contenuti del testo che il 2 marzo a cui si allude sia il 1954, o forse più verosimilmente il 1955: siamo cioè nel delicato “interregno” che segue la morte di Stalin (5 marzo 1953) e precede il fatidico XX Congresso del PCUS (14-26 febbraio 1956) che sancirà la leadership di Chruscev e la conseguente “destalinizzazione”, da lui lanciata in solitaria, senza essersi consultato con il resto del partito. Siamo insomma nel periodo in cui secondo diversi storici si svilupperebbe quella “leadership collettiva” che a loro detta segnerebbe uno stacco netto rispetto al periodo precedente, caratterizzato dalla leadership solitaria di Stalin, affermatasi secondo i più nel corso degli anni '30.

I punti più significativi del testo sono il 1° e il 4°. Il primo è abbastanza esplicito nell'affermare quanto già riassunto sopra:

 

«Anche ai tempi di Stalin c'era una leadership collettiva. L'idea occidentale di un dittatore all'interno della struttura comunista è esagerata. I malintesi su questo argomento sono causati dalla mancanza di comprensione della reale natura e organizzazione della struttura di potere comunista. Stalin, sebbene detenga ampi poteri, era semplicemente il capitano di una squadra e sembra ovvio che Chruscev sarà il nuovo capitano. Tuttavia, non sembra che nessuno degli attuali leader raggiungerà la statura di Lenin e Stalin, quindi sarà più sicuro presumere che gli sviluppi a Mosca saranno sulla falsariga di quella che viene chiamata leadership collettiva, a meno che le politiche occidentali non forzino i sovietici a snellire la loro organizzazione di potere. La situazione attuale è la più favorevole dal punto di vista dello sconvolgimento della dittatura comunista dalla morte di Stalin».

 

È interessante nel testo il giudizio di valore riguardante Stalin, accostato a Lenin, in netto contrasto con la nuova dirigenza, non giudicata all'altezza dei predecessori. Si creano così le condizioni adeguate per incrinare dall'interno le fondamenta politiche del potere sovietico. A tal riguardo è ancora più significativo il punto 4:

 

«Dalla morte di Stalin e dal colpo inferto al potere della polizia segreta, la situazione interna sovietica è stata in movimento. Il nuovo assetto sovietico ha bisogno di tempo per il consolidamento. La lotta tra gli elementi di mentalità nazionale “titoista” nella leadership sovietica e coloro che pensano in termini di linea internazionale più ortodossa è ancora in corso».

 

Gli elementi “nazional-titoisti”, che risulteranno infine vincenti, sono quelli riconducibili allo stesso Chruscev e ai suoi simpatizzanti. Gli “ortodossi” sono invece la vecchia guardia leninista, che cercheranno non a caso di rovesciare Chruscev nel 1957, scontrandosi con l'opposizione di Zukov (esercito) e di una parte significativa dello stesso gruppo dirigente sovietico. La definizione di “titoista” dipende dal fatto che Chruscev approderà di lì a poco non solo a denunciare il fenomeno dello “stalinismo” con un documento pieno zeppo di falsità e distorsioni (come accertato da studiosi del calibro di Domenico Losurdo e Grover Furr), ma anche a stravolgere la politica estera ed interna sovietica: verrà sciolto il COMINFORM, riallacciato il rapporto con la Jugoslavia, sostituiti la quasi totalità dei dirigenti politici delle repubbliche popolari dell'Est Europa, portando al potere personaggi come Gomulka in Polonia e Kádár (dopo la parentesi non casuale di Imre Nagy) in Ungheria; inizieranno poi le tensioni che giungeranno alla vera e propria spaccatura, non più ricomposta, con la Cina maoista, per approdare ad una politica di “coesistenza pacifica” giudicata da uno studioso militante come Gossweiler un aperto tradimento dell'internazionalismo proletario. Sul fronte interno sarà sempre sotto Chruscev che si avvierà un ripensamento della pianificazione centralizzata, attraverso l'apertura ad una logica di decentramento decisionale e una serie di errati investimenti in ambito industriale e agricolo, diventando le basi della “stagnazione” degli anni '70.

Le inadeguatezze complessive del nuovo “leader” diventeranno man mano sempre più palesi: le riflessioni interne sviluppatesi a Mosca e l'inaspettata rivoluzione cubana del 1959 obbligheranno un Chruscev sempre più controllato dal Partito ad una controrevisione delle linee internazionali, fino alla sua “deposizione” pacifica del 1964 a seguito della lettura del “Rapporto Suslov”: è l'unico caso unico della storia sovietica in cui un segretario non rimane in carica fino alla morte naturale, venendo sfiduciato dal comitato centrale.

La costruzione del socialismo, portata avanti dal partito guidato da Lenin e Stalin, aveva permesso al popolo sovietico di passare dall'arretratezza di un'agricoltura fondata sull'aratro, alle conquiste tecnologico-scientifiche della bomba atomica e dello Sputnik. Sotto la direzione di Chruscev inizia quella revisione del socialismo che comporta grosse conseguenze anche nell'assetto economico-sociale interno, i cui semi sbocceranno infine nei fatidici anni '80 di Gorbacev, dopo il periodo transitorio di Breznev. Questa lettura storico-politica, presentata nei capitoli 11 e 12 della Storia del Comunismo, disponibili anche su Storiauniversale.it, sembra confermata da questa sorprendente e inaspettata analisi uscita dagli archivi della CIA.

 

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