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Perché è inutile illudersi che la sinistra possa rinascere senza liberarsi degli attuali partiti e leader

 

di Francesco Erspamer*


La tragedia della sinistra è che ha completamente rimosso la disfatta subita alla fine degli anni ottanta: e che per dimenticarla, anzi far finta che non fosse mai accaduta, ha rinnegato la sua ideologia e una lunga tradizione di lotta. Piuttosto che prendere atto della sconfitta e usarla per rafforzare la propria identità (i sociologi li chiamano “chosen trauma”, eventi traumatici che rafforzano la coscienza del gruppo e la sua volontà di riscatto invece di inibirle), la classe dirigente e intellettuale dei partiti comunisti e socialisti preferì frettolosamente convertirsi alla religione dei vincitori in modo da potersi sentire anch’essa vincente.

E non parlo solo dei tanti opportunisti, i voltagabbana che erano stati fascisti ma che alla caduta di Mussolini avevano scoperto la loro eterna vocazione antifascista o i sessantottini che si erano dati all’impegno politico per far carriera, rimorchiare qualche ragazza o perché era di moda; parlo anche dei sognatori, disperatamente bisognosi di conferme, di certezze, di successo, e dunque disposti a seguire chiunque glielo garantisse.
Da qui la trasformazione dei primi, gli opportunisti, in seguaci entusiasti del libero mercato, e dei secondi, i sognatori, in fedeli adepti del culto capitalista della libertà individuale, della vita privata e della ricerca della felicità personale, i tre diritti universali sanciti dal documento fondativo degli Stati Uniti e totalmente estranei al marxismo.

Per questo è inutile illudersi che la sinistra possa rinascere senza liberarsi degli attuali partiti e dei leader che fanno finta di rappresentarla: sono tutti figli della trionfante controrivoluzione liberista degli anni ottanta e novanta. Tutti. Occorre invece accettare il trauma della propria sconfitta storica, analizzare i propri errori, ricostruire la propria identità attraverso la riscoperta del proprio passato e di una visione del futuro che nulla ha a che vedere con quella del neocapitalismo liberal o liberista. Abbiamo perso e per risorgere serviranno anni, lucidità, molto rigore e molto lavoro.


*Professore all'Harvard University. Post Facebook del 28 settembre 2018
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