UNA LEGGE SUL SALARIO MINIMO PER SUPERARE I DANNI ARRECATI AL SISTEMA PAESE

UNA LEGGE SUL SALARIO MINIMO PER SUPERARE I DANNI ARRECATI AL SISTEMA PAESE

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di Michele Blanco*

I danni procurati dal cosiddetto “Jobs act”, per l’economia e i lavoratori italiani sono stati tanti, gravi e disastrosi, insieme alle precedenti, cosiddette “riforme” del lavoro, che hanno solo bloccato i salari, tolti i diritti alle persone e precarizzato il lavoro. Ora cerchiamo di fare in modo che questi danni non siano irreversibili: introduciamo la legge sul salario minimo

La sbagliata e sempre troppo reclamizzata idea di flessibilità del mercato del lavoro [1] ha ormai portato alla certezza che la precarizzazione e la povertà lavorativa non aiutano l’economia, i lavoratori e, persino, gli imprenditori onesti e più bravi e innovativi. Sembra evidente che sia necessario un forte cambiamento legislativo di prospettiva. Come prima cosa necessità una seria legge che introduca il salario minimo anche contro le affermazioni del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che senza portare argomenti fondati, ritiene che una siffatta legge sul salario minimo “rischia di creare condizioni peggiori per i lavoratori di quelle che hanno oggi”. Possiamo affermare che il capo del governo si sbaglia perché negli ultimi trent’anni, sulla spinta delle riforme del lavoro approvate dai governi di centrosinistra e centrodestra, i salari reali in Italia sono calati del 2,9%, mentre in Germania e in Francia aumentavano di circa il 30%, dati incontestabili e ponderati, forniti dall’Ocse [2]. La povertà colpisce un numero sempre maggiore di lavoratori, in particolare, i cosiddetti working poors [3], coloro che nonostante un regolare contratto non riescono a uscire dalla povertà, essi rappresentano l’11,8% dei lavoratori italiani, anche questi dati sono incontrovertibili perché forniti dall’Eurostat [4].

Secondo Eurostat, un lavoratore è considerato “povero” se rispetta quattro condizioni: deve avere un’età tra i 18 e i 64 anni, deve essere occupato al momento della rilevazione dei dati, deve aver lavorato per almeno sette mesi nell’anno di riferimento, e in un anno deve avere un reddito disponibile equivalente (un particolare tipo di reddito che tiene conto del numero dei membri della famiglia) inferiore alla soglia della cosiddetta “povertà relativa”. Questa è fissata a un valore pari al 60 per cento del reddito disponibile mediano nazionale equivalente (valore mediano significa che la metà dei redditi ha un valore inferiore e l’altra metà superiore). Per un lavoratore single stiamo parlando di una soglia di 11.500 euro l’anno. Di recente un gruppo di esperti del Ministero del Lavoro ha ampliato la definizione di lavoratori poveri usata da Eurostat, calcolando che questo fenomeno riguarda circa il 13 per cento degli occupati nel nostro Paese, quasi 3 milioni di occupati.

Tutti i lavoratori a termine, con contratti super-precari [5], sono diventati ormai un fenomeno strutturale, il loro numero è ormai stabilmente sopra ai 3 milioni, dopo aver raggiunto il massimo storico nel marzo 2022, 3 milioni 175 mila contratti a termine, fonte Istat [6]. Per quanto riguarda le giovani generazioni, sono sempre di più quelli che emigrano all’estero, la mobilità giovanile è quasi raddoppiata negli ultimi 15 anni, questo secondo la fondazione Migrantes [7], così come i cosiddetti Neet [8], coloro che non studiano, non lavorano e non seguono alcuna formazione, pari a circa 3 milioni nella fascia dai 15 ai 34 anni (fonti Istat e Eurostat). Il crollo delle nascite è dovuto chiaramente al dato di fatto che i giovani precari prima di pensare “a fare figli”, vorrebbero avere certezze sul futuro [9].

Visti questi incontrovertibili dati, purtroppo a differenza delle opinioni della Meloni, che ci mostrano una situazione drammatica fatta di povertà e precarietà [10], sembra più che evidente, che al contrario di quanto afferma l’attuale Presidente del Consiglio che abbiamo urgenza della legge che introduca il salario minimo. Infatti le ricerche economiche degli ultimi decenni dimostrano che la sua introduzione produce a effetti assolutamente positivi sul mercato del lavoro, nel lontano 1994, gli economisti David Card [11] e Alan Krueger verificarono che un aumento del 20%, da 4,25 a 5,05 dollari l’ora, del salario minimo nell’industria del fast-food degli Stati Uniti non portava a una riduzione dell’occupazione. Altre conclusioni simili sono giunti studi empirici effettuati in altri Paesi del G8. In particolare in Germania dove l’introduzione del salario minimo ha aumentato le retribuzioni senza ridurre l’occupazione, comportando allo stesso tempo un forte aumento della produttività delle imprese, che in molti casi aumentando il volume d’affari hanno implementato l’occupazione.

Grandi risultati positivi su retribuzioni e produttività si sono verificati in Brasile, un’economia a medio reddito dove il lavoro informale è più diffuso. Quindi il salario minimo porta vantaggi non solo ai lavoratori ma a tutta l’economia. L’introduzione di un salario minimo è una leva per ridurre il potere delle imprese [12] che competono sui prezzi bassi sia pagando dei salari artificiosamente bassi che dei prodotti che mettono sul mercato merci di bassa qualità [13], favorendo le aziende più sane, in alcuni casi più oneste, che competono innovando e investendo, aumentando così al tempo stesso salari, occupazione, produttività e anche gli utili degli imprenditori stessi, aumentando, in definitiva, il benessere e la ricchezza dell’itera società.

L’Italia, per via della struttura del suo tessuto industriale basato fondamentalmente su una miriade di piccole imprese, dove, solitamente, viene posta scarsa attenzione all’istruzione e formazione dei lavoratori, con gravi mancanza di politiche industriali programmate a livello governativo, prevalgono le imprese che competono sui prezzi bassi, soprattutto tenendo bassi i salari, con gravi conseguenze non solo sull’occupazione, ma anche sulla produttività. Tra tutte le nazioni l’Italia beneficerebbe forse anche più dall’introduzione di un salario minimo. Il vero dramma del mercato del lavoro italiano sono state inconfutabilmente le cosiddette “riforme” strutturali degli ultimi decenni attuate per flessibilizzare sempre più il mercato del lavoro, che invece di rendere più dinamica e competitiva l’economia italiana l’hanno danneggiata e resa più fragile, oltre a ridurre oltre ogni limite, sia dal punto di vista democratico e delle conseguenze sociali, i salari e i diritti dei lavoratori.

Un recente articolo empirico [14] dimostra che il decreto Poletti del 2014, acclamato  ai tempi come “testo di legge storico” da alcuni superficiali e poco avveduti “commentatori”, non ha in nessun modo contrastato la disoccupazione, ma ha solo fortemente precarizzato il mercato del lavoro, favorendo solo i contratti a tempo determinato e precari, riducendo quasi del tutto le conversioni in contratti a tempo indeterminato. Il risultato non dovrebbe sorprendere dato che non c’è mai stata nessuna evidenza empirica che possa mostrare che una minore tutela degli occupati porti a maggiore occupazione.

Altre importanti ricerche mostrano chiaramente che il successivo, e molto dannoso da innumerevoli punti di vista, Jobs Act del 2015-2016, riducendo gravemente le protezioni del posto di lavoro, ha ridotto la possibilità delle lavoratrici, per esempio, di avere figli senza rischiare di perdere il posto di lavoro. Tra il 2010 e il 2020 la produttività italiana è aumentata solamente di 1,2 punti percentuali, a fronte di un incremento di 8,6 punti in Germania e Francia e di 7,8 punti in Spagna e nell’area euro.

Secondo un recente studio della Banca d’Italia [15], la riforma introdotta dalla legge 368/2001 ha precarizzato [16] il mondo del lavoro, aumentando i contratti a termine a scapito di quelli a tempo indeterminato, senza aumentare in nessun modo il livello generale dell’occupazione. La riforma ha inoltre sfavorito i lavoratori più giovani, soprattutto in termini di diritti e di remunerazioni, mentre ha permesso alle imprese di aumentare i profitti comprimendo i salari degli occupati. Questi risultati sono confermati da una ricerca del Fondo Monetario Internazionale [17], che mostra inconfutabilmente e inesorabilmente come le riforme del mercato del lavoro, in Italia, degli anni Novanta e Duemila hanno diminuito la stabilità dei salari, rendendoli più volatili, e aumentato la loro disuguaglianza. Non solo: questi interventi possono aver contribuito al rallentamento della produttività del lavoro in Italia, ritardando l’accumulo di capitale umano delle generazioni più giovani, soprattutto in termini di esperienza generale e di formazione specifica alle aziende. L’esperienza italiana mostra quindi che flessibilizzare il mercato del lavoro fa male ai lavoratori, alle imprese più produttive e competitive, quindi all’economia intera.

Abbiamo la profonda esigenza, quindi, di “buone” riforme strutturali che vadano finalmente in direzione opposta alla precarizzazione del lavoro, che portino al necessario aumento dei salari e all’implementazione dei diritti dei lavoratori. Un buon esempio recente è stato il decreto dignità che ha regolamentato l’utilizzo dei contratti a termine in Italia. Anche in Spagna, le buone riforme del lavoro introdotte dalla ministra Yolanda Díaz hanno scoraggiato l’utilizzo dei contratti a termine creando occupazione: infatti secondo un recente studio della Banca centrale spagnola [18], in un solo anno, gli occupati con contratti a termine sono calati di 1,2 milioni a fronte di un aumento di 1,6 milioni di occupati stabili. La stabilizzazione di questi lavoratori ha un effetto positivo e moltiplicativo sui consumi, perché i lavoratori con più fiducia e tranquillità rispetto al futuro possono investire e spendere di più, con innegabili e ovvi effetti positivi sulla crescita economica. Il salario minimo contribuirebbe a ridurre il gap esistente tra gli estremi della scala salariale, minimizzando le disuguaglianze tra salari. L’introduzione del salario minimo nei settori formali avrebbe un’influenza positiva anche sull’aumento dei salari nei settori informali. In questi termini, un equo salario minimo si colloca tra le soluzioni in grado di ridistribuire adeguatamente la ricchezza nei sistemi di welfare.

Infatti nei paesi in cui esiste il salario minimo, il livello medio salariale per la stragrande maggioranza dei lavoratori risulta più elevato. E’ il caso degli Stati Uniti, dove il 90% delle retribuzioni orarie risulta superiore. Laddove invece non c’è un salario minimo, di solito, le retribuzioni sono inferiori. È il caso dell’Italia. Al riguardo, occorre sottolineare due fatti conclamati. Il primo fa riferimento al fatto che oggi in Italia meno del 50% della forza lavoro è in grado di far valere, in modo effettivo e reale, i minimi dei contratti nazionali. Questo 50% non ha alcuna protezione contro il dumping salariale [19], abbiamo così “la svalorizzazione del lavoro”.

Il secondo fatto è che proprio per la mancanza di un limite inferiore alla caduta dei salari individualmente contrattati assistiamo a una costante riduzione dei redditi di lavoro, che hanno intaccato, con deroghe, forme di concertazione al ribasso, anche dei salari contrattuali. L’Istat stima anche il costo che le imprese dovrebbero sostenere per adeguare gli stipendi ad un minimo di 9 euro l’ora. Si tratta di 3,2 miliardi, una cifra sopportabile se si pensa che le prime 10 imprese italiane più profittevoli (da ENI, a Enel, Luxottica, Ferrari, Costa Crociere, Poste Italiane, ecc.) hanno maturato, ad esempio, nel 2018, secondi i dati Mediobanca, circa 26 miliardi di utili. Per non citare i grandissimi extraprofitti delle aziende energetiche fatti in questi ultimi mesi. Secondo alcune fonti [20] nell’ultimo anno, i profitti delle grandi aziende energetiche sono cresciuti in modo abnorme grazie a un aumento dei prezzi dovuto alla forte speculazione.

Ecco perché dobbiamo introdurre in Italia un salario minimo per legge, possibilmente di un importo tale da scardinare le imprese inefficienti che non investono, favorendo le imprese più produttive, per ridare dignità e potere d’acquisto ai lavoratori, ma anche per stimolare la produttività e la crescita. Tale salario dovrebbe essere applicato a tutti i settori, non solo a quelli dove non è in vigore la contrattazione collettiva. Per far tornare a far crescere, in modo stabile, l’economia e diminuire le gravi disuguaglianze si deve cercare di scoraggiare il ricorso ai contratti a termine e incentivare le stabilizzazioni. Questo il problema che impedisce alla nostra economia di crescere l’impoverimento dei lavoratori mentre «molte imprese continuano ad accumulare profitti agitando di volta in volta il nemico esterno più utile alla propria retorica: gli immigrati, le delocalizzazioni, la tecnologia. Una narrazione che nasconde un interesse politico, diretto a garantire l’alto contro il basso della società, i profitti dei pochi contro i salari dei molti. Ma la consapevolezza che le crescenti disuguaglianze originano dai salari e dalle retribuzioni è tornata con forza nel dibattito pubblico e alimenta le lotte dei movimenti sociali a livello globale» [21]. Tutte le ricerche e gli studi seri [22] confermano questo semplice dato di fatto: stabilità uguale crescita costante.  

1  Dalla metà degli anni novanta che la nostra crescita e la nostra competitività si è basata sul contenimento del costo del lavoro. Le riforme Treu (1997) e la legge Biagi (2003) hanno avviato questa stagione ritenendo che il nostro mercato del lavoro fosse troppo rigido, nell’idea che una giusta dose di flessibilità avrebbe aiutato non solo ad aumentare l’occupazione, ma avrebbe anche migliorato l’efficienza dell’intero sistema e quindi la sua competitività. Infatti già nel 2007 le retribuzioni orarie dei lavoratori italiani erano assai più basse di quelle dei lavoratori tedeschi o francesi, circa il 30% in meno. Nel corso degli anni che vanno dal 2008 al 2013 le ore di lavoro sono crollate assai più del numero di occupati; le retribuzioni procapite sono quindi diminuite, diventando talvolta insufficienti a garantire un adeguato tenore di vita. Naturalmente con il cosiddetto “Jobs act” la situazione dei salari italiani è pesantemente peggiorata.

2   L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) – in inglese Organization for Economic Co-operation and Development (OECD), e in francese Organisation de coopération et de développement économiques (OCDE) – è un’organizzazione internazionale di studi economici per i Paesi membri, Paesi sviluppati aventi in comune un’economia di mercato. L’organizzazione svolge prevalentemente un ruolo di assemblea consultiva che consente un’occasione di confronto delle esperienze politiche, per la risoluzione dei problemi comuni, l’identificazione di pratiche commerciali e il coordinamento delle politiche locali e internazionali dei Paesi membri. Ha sede a Parigi.

3   I rischi di povertà lavorativa sono strettamente legati alla tipologia contrattuale del lavoratore: circa il 17,1% dei lavoratori sono autonomi (12,1% sono invece dipendenti). Questo dato è più significativo per i lavoratori che abbiano lavorato almeno un mese con contratto part-time (21,6%).

4  L’Ufficio statistico dell’Unione europea è una direzione generale della Commissione europea che raccoglie ed elabora dati provenienti dagli Stati membri dell’Unione europea a fini statistici, promuovendo il processo di armonizzazione della metodologia statistica tra gli Stati stessi.

5   Sul tema vorrei citare le considerazioni della filosofa tedesca Rahel Jaeggi: «Sfruttamento, alienazione, precarietà, disoccupazione a lungo termine: sono soltanto alcune delle forme patologiche che il lavoro ha assunto nella nostra epoca. Se, come diceva Hegel, il lavoro è invece condivisione, prender parte alle risorse universali della società (sia come ciò che una società possiede, sia come ciò che una società è capace di fare), tali patologie possono essere intese come modi diversi di rifiutare o impedire questa partecipazione. [si] indaga gli aberranti sviluppi contemporanei e la minaccia posta alle attuali condizioni lavorative allo scopo di chiarire, attraverso l’analisi di fenomeni negativi, il contenuto positivo del termine e il suo senso nelle società moderne», in R. Jaeggi, Nuovi lavori, nuove alienazioni, Roma, Castelvecchi, 2020, p. IV di copertina.

6   L’Istituto nazionale di statistica è un ente pubblico di ricerca italiano che si occupa dei censimenti generali della popolazione, dei servizi e dell’industria, dell’agricoltura, di indagini campionarie sulle famiglie e di indagini economiche generali a livello nazionale. 

7    Organismo pastorale della conferenza episcopale italiana. .

8    NEET (acronimo derivato dalla descrizione in inglese, utilizzato nelle scienze sociali: Not in Education, Employment or Training) Indicatore che individua la quota di popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non è né occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione.

9    Come si può pensare a “fare figli” in mondo caratterizzato da lavoro, quando c’è, precario, da «stress, consumismo ossessivo, paura sociale e individuale, città alienanti, legami fragili e mutevoli: il mondo in cui viviamo sfoggia una fisionomia sempre più effimera e incerta. È liquido. Una società può essere definita liquido-moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. La vita liquida, come la società liquida, non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo. Sospinta dall’orrore della scadenza, la società liquida deve modernizzarsi o soccombere. E chi la abita deve correre con tutte le proprie forze per restare nella stessa posizione. La posta in gioco di questa gara contro il tempo è la salvezza (temporanea) dall’esclusione», in Z. Bauman, Vita liquida, Roma-Bari, Laterza, 2008, p. IV di copertina.

10   Profetiche sembrano le parole di Zygmunt Bauman: «Nel nostro mondo postmoderno non c’è posto per la stabilità e la durata, l’apparenza prevale sulla sostanza, il tempo si frammenta in episodi, la salute diventa fitness, la massima espressione di libertà è lo zapping. … sembra emergere solo un nuovo disordine globale. Le figure emblematiche che  abitano questo traballante universo sono il giocatore (in borsa o alla lotteria) e il turista, lo sradicato e il “collezionista di sensazioni”. Ma forse, più di ogni altro, lo straniero. Per impedire che l’individuo diventi presto straniero anche a se stesso, è giunto forse il momento di guardare a nuove strategie di vita», in Z. Bauman, Paura liquida, Roma-Bari, Laterza, 2009, p. IV di copertina.

11  Per questo studio Card ha vinto nel 2021 il Nobel per l’economia.

12  Le imprese operano cioè in un regime di monopsonio, in cui possono comprimere i salari perché sono l’unico compratore del fattore lavoro di fronte ad una vasta offerta. Imponendo salari particolarmente bassi, le imprese monopsonistiche sopravvivono a discapito di quelle più sane.

13  Prodotti e merci che subiscono la fortissima concorrenza da parte delle produzioni meno qualificate prodotte a costi bassissimi in vari paesi extraeuropei, dove non sono rispettati i diritti sindacali e nemmeno molte regolazione sulla qualità e salubrità delle materie utilizzate e nei processi produttivi, quindi aziende che competono al ribasso.

14  Pubblicato in Edoardo Di Porto Cristina Tealdi, Heterogeneous Paths to Stability, in “IZA Institute of Labor  Economics”, Aprile, 2022, pp. 1-35.

15  Diego Daruich, Sabrina Di Addario, Raffaele Saggio, Temi di discussione. The effects of partial employment protection reforms: evidence from Italy, n. 1390, novembre 2022.  

16  «Dicevano: meno diritti, più crescita. Abbiamo solo meno diritti», in Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Roma-Bari, Laterza, 2017, P. IV di copertina. 

17  E. B. Hoffmann,  D. MalacrinoL. PistaferriLabor Market Reforms and Earnings Dynamics: the Italian Case, Maggio 2021.

18  Banco de españa, economic bulletin 2023/q1, 19 the growth in permanent contracts and its potential impact on spending, pp. 1-11.

19  Si parla di «dumping salariale» (ovvero una pressione al ribasso dei salari) quando le condizioni salariali usuali per il luogo, la professione o il settore non sono rispettate in modo ripetuto e abusivo.

20  https://www.wired.it/article/energia-extra-profitti-inchiesta-procura-roma/, sito visitato il 20 aprile 2023. Sul sito della Confindustria Italiana: «In particolare, a politiche invariate pre-crisi, l’incidenza dei costi energetici sul totale dei costi di produzione per l’economia italiana si stima possa raggiungere l’8,8% nel 2022, più del doppio del corrispondente dato francese (3,9%) e quasi un terzo in più di quello tedesco (6,8%). Si amplierebbe così il divario di competitività di costo dell’Italia dai principali partner europei. E ciò avverrebbe per tutti i principali comparti dell’economia: dal settore primario, all’industria fino ai servizi», in https://www.confindustria.it/home/centro-studi/temi-di-ricerca/tendenze-delle-imprese-e-dei-sistemi-industriali/dettaglio/impatto-prezzi-energia-sui-costi-di-produzione-settori-a-confronto-italia-francia-germania, visitato il 20 aprile 2023.

21  M. Fana, S. Fana, Basta salari da fame!, Roma-Bari, Laterza, 2019, p. IV di copertina.

22  D. D’Andrea, Salario Minimo, Lavoro E Società – Una Prospettiva Comparata, Napoli. ESI, 2020; E. Melegatti,  l salario minimo legale. Aspettative e prospettive, Torino, Giappichelli, 2017; R. Fabozzi,Salario minimo legale, Bari, Cacucci, 2020. Malgrado queste certezze scientifiche come scrive Davide Serafin: «Di salario minimo, in Italia, non si può parlare. Nonostante il vortice di svalutazione e sfruttamento in cui è stato cacciato il lavoro, la discussione è negata in partenza dagli opposti schieramenti. Chi si è affacciato sulla scena per affrontare l’argomento troppo spesso lo ha fatto inserendolo nelle promesse elettorali che sapeva già di non poter mantenere. Eppure un modo ci sarebbe, eppure un modo c’è», in D. Serafin, Salario minimo, Busto Arsizio (VA), People, 2022, p. 1.

*Questo articolo è stato pubblicato su https://www.eguaglianza.it/

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