"Vanno fermati a tutti i costi". Sull’Unione Europea che si prepara alla guerra

"Vanno fermati a tutti i costi". Sull’Unione Europea che si prepara alla guerra

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di Alberto Lombardo* - La Riscossa

 

Il 15 settembre la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha pronunciato un discorso al Parlamento Europeo che ha avuto grande risonanza.

Il discorso cade in un momento particolarmente “difficile” delle relazioni euroatlantiche, investite dal problema del disimpegno dall’Afghanistan degli Stati Uniti, di cui abbiamo parlato qui a proposito delle anticipazioni che già il “Ministro egli esteri” europeo, Borrell, ha fatto a proposito del nuovo esercito europeo.

Ma in questi giorni un’altra contraddizione si viene ad aggiungere e riguarda lo scacchiere del Pacifico, in cui è nata una nuova alleanza militare tra Australia, Gran Bretagna e Stati Uniti – AUKUS, dalle iniziali dei paesi che ne fanno parte.

L’alleanza è suggellata dalla cessione all’Australia da parte degli USA della tecnologia di sottomarini a propulsione nucleare (fatto senza precedenti, se si esclude la collaborazione anglo-statunitense), che scalza così una commessa già stipulata da parte del paese oceanico con la Francia di ben 52 miliardi di euro.

Per gli appassionati di queste vicende, ricordiamo che i sottomarini francesi dovevano essere riadattati da propulsione nucleare a quella a diesel per espressa richiesta del governo di Canberra, in quanto la confinante Nuova Zelanda non consente il transito a mezzi nucleari nelle proprie vastissime acque, cosa che avrebbe di molto limitato il raggio di azione dei sottomarini. Invece questa volta il governo australiano, non solo straccia il contratto con la Francia, ma accetta di commissionare agli USA sottomarini che non potranno operare in un vastissimo settore di interesse del continente oceanico. Quindi è più che evidente che la proiezione geografico-militare dei nuovi arrivi sarà il settore asiatico. Da qui si capiscono le ferme proteste del governo cinese, che vede di colpo aumentare in prospettiva le minacce dirette verso la propria area. Infatti la cessione della tecnologia USA non può che avvenire con la finalità di aggiungere queste potenti e sofisticate armi di attacco al proprio arsenale, pagato però dai contribuenti australiani.

Questa disdetta si aggiunge all’analoga disdetta di fine agosto delle fregate di classe Frimm di produzione italofrancese per un importo di 26 miliardi, a favore ancora una volta di un membro della nuova alleanza anglofona, in questo caso la Gran Bretagna. Contrariamente a quanto accadde ad agosto, questa volta la Francia fa la voce grossa. (Dimentica però, che simile sgarbo fece alla Russia nel 2015, rifiutando di consegnare le già allestite portaelicotteri della classe Mistral e pagando in fine una penale di un miliardo di euro alla Russia – sottolinea con malcelata velenosità la portavoce del ministero degli esteri russo.)

Comunque, ai due pesi e alle due misure ci siamo ormai abituati.

Invece dall’altro grande paese del continente oceanico, vengono segnali opposti. Significativo il fatto che la Nuova Zelanda, appartenente storicamente all’alleanza anglofona (Five Eyes) che univa i servizi segreti di cinque nazioni (Usa, Canada, Gran Bretagna, Australia e appunto Nuova Zelanda), ne è uscita. Di ciò ci informa acutamente un articolo dei compagni del Partito Comunista di Gran Bretagna (marxista-leninista), CPGB(m-l), che riprende e commenta l’informazione apparsa sul Times del 20 aprile (“Five Eyes on China cut to four as New Zealand puts trade first”):

«La Nuova Zelanda ha rotto con gli alleati anglofoni per aver utilizzato la rete di condivisione di informazioni “Five Eyes” per affrontare la Cina, annullando un accordo per espandere il mandato della rete. Nanaia Mahuta, il ministro degli Esteri, ha dichiarato che la Nuova Zelanda era “a disagio” a fare pressioni sulla Cina e voleva portare avanti le proprie relazioni bilaterali. La rete, una partnership dell’era della guerra fredda per condividere l’intelligence, ha preso una nuova svolta l’anno scorso quando ha iniziato a rilasciare dichiarazioni come un’unica entità, inclusa la condanna dei diritti umani della Cina.»

Evidentemente, più che di “disagio”, dovremmo dire che la Nuova Zelanda non si vuole imbarcare nella folle strategia guerrafondaia in cui gli USA stanno precipitando il mondo. Non c’è altra spiegazione per giustificare come mai un paese relativamente piccolo si privi di un così importante vantaggio strategico, riservato solo a 4 nazioni, di collaborare direttamente con gli USA. Il prezzo da pagare per stare a quel tavolo sarà diventato troppo rischioso.

Tornado all’AUKUS, la cosa estremamente grave, a parte i non trascurabili problemi sui profitti che tali commesse coinvolgono, è il cambiamento degli equilibri strategici nell’area asiatica. Sembra che gli USA stiano facendo di tutto per escludere l’Europa da quello scacchiere, nonostante i forti interessi francesi nell’enorme regione (popolata da oltre 500 mila abitanti dei Territori appartenenti alla Francia) e imbarcare la Gran Bretagna post brexit nella gestione delle nuove manovre. Ricordiamo che al momento una flotta inglese, guidata dalla portaerei HMS Queen Elizabeth (la terza al mondo per grandezza) di recente costruzione (2017), sta facendo rotta verso le acque dell’Asia Pacifica.

La Cina rappresenta il sesto mercato di esportazione e il quarto mercato di importazione per Londra. Le frizioni con Pechino potrebbero ripercuotersi sugli scambi commerciali. Il gioco vale la candela? Quali forze economiche spingono in questa direzione? Evidentemente interessi che vogliono fare dell’Inghilterra (anche a costo di lasciare andare regioni recalcitranti, come Scozia e Irlanda) la più grande piattaforma finanziaria del mondo, sorretta da una proiezione militare in stretta alleanza con analoghi settori statunitensi, che oggi si manifestano nell’Amministrazione Biden.

Come risponde l’Europa all’accelerazione improvvisa della mutazione degli scenari internazionali?

La risposta della Presidente von der Leyen viene veicolata attraverso una ridicola retorica. Fa uso di una propaganda che cerca di accreditarne un’immagine di mamma premurosa ma inflessibile, affettuosa ma determinata. Ha fatto scalpore la sua affermazione di poco tempo fa in cui rivendicava la possibilità di coniugare per le donne il lavoro fuori casa e le cure familiari, a cui sappiamo le donne sono spesso dedicate, ricordando che lei è madre di cinque figli. Possiamo solo immaginare il coro di irripetibili improperi che le donne lavoratrici di tutta Europa hanno inviato alla sempre ben pettinata Presidente.

Quindi Ursula riceve come una vecchia amica la nostra eroina sportiva Bebe Vio, anche qui veicolando l’immagine che è solo dalla nostra volontà che dipendono i risultati conseguiti. Pronuncia un discorso in cui i giovani sono “al centro” delle sue preoccupazioni:

«Perciò tutto quello che facciamo – dal Green Deal a NextGenerationEU – è finalizzato a proteggere il loro futuro. Ma dobbiamo stare attenti a far sì che non vi siano nuovi intoppi, perché l’Europa ha bisogno di tutti i suoi giovani. Dobbiamo incoraggiare coloro che non ce la fanno, coloro che non hanno lavoro, coloro che non seguono corsi di studio o di formazione.»

E la soluzione è bell’e trovata!

«Per questo motivo proporremo che il 2022 sia l’anno europeo dei giovani: un anno dedicato a valorizzare i giovani che si sono tanto sacrificati per gli altri. Saranno i giovani a dover condurre i dibattiti della Conferenza sul futuro dell’Europa.»

Che bella invenzione!

L’esercito europeo comincia con seimila militari, di cui cinquemila pronti a agire in qualunque parte del mondo (!), a cui si aggiungerà supporto aereo e navale. E questo sembra essenziale per l’agenda europea. I premier dei paesi che contano hanno già dato il proprio assenso. Le decisioni non verranno più prese all’unanimità ma passeranno direttamente attraverso la Commissione.

Quanto costerà? Dopo aver parlato di donne coraggiose e giovani intraprendenti, il discorso della Presidente su questo glissa.

I giochi internazionali si cominciano a delineare e ci sono avvisaglie non tranquillizzanti. Nel Pacifico rullano i tamburi di guerra, mentre in Europa ci si prepara a menare le mani.

Contro chi? Cosa c’è dietro la cortina fumogena dei giovani e delle donne coraggiose?

C’è la riforma del bilancio dell’Unione Europea per fare spazio al nuovo esercito europeo.

Il fallimento afgano viene usato come scusa per giustificare l’operazione: “non eravamo preparati, non eravamo coordinati, se avessimo avuto la nostra autonomia avremmo potuto fare di meglio e difendere le donne afgane!” Tutte scuse che non c’entrano niente con lo scenario di guerra che si profila in Europa.

A che si preparano? A un conflitto che si scatenerà nel Pacifico e che avrà certamente le sue ripercussioni in Europa? Vogliono intimorire la Russia e sganciarla dall’alleanza strategica con la Cina, prima di aggredire quest’ultima?

Ricordano questi signori che è prevista la morte di 85 milioni di europei nei primi 45 minuti di un conflitto generalizzato?

Vanno fermati! Vanno fermati a tutti i costi!

E a fermarli possono essere solo i popoli europei che si ribellano a questi disegni malefici. La Nuova Zelanda, non certo una potenza globale né regionale, ci dimostra che è possibile.

L’Italia, i lavoratori italiani, non hanno nulla da guadagnare, né nel breve periodo né nel lungo.

Non facciamo noi le guerre degli Stati Uniti.

Facciamo sbriciolare il consenso che questi pazzi cercano di ottenere coi loro sorrisi e le le loro moine.

 

*Pubblicato su gentile concessione dell'Autore 

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