Venezuela. "Dalla guerriglia al governo, lo stesso assalto al cielo". Intervista esclusiva al dirigente sindacale Jacobo Torres

Venezuela. "Dalla guerriglia al governo, lo stesso assalto al cielo". Intervista esclusiva al dirigente sindacale Jacobo Torres

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di Geraldina Colotti

 

 

Jacobo Torres, sindacalista e rivoluzionario, è uno dei volti più rappresentativi della lotta di classe in Venezuela. Una voce particolarmente ascoltata in questo momento di passaggio della rivoluzione bolivariana.

 

Jacobo, grazie per aver accettato questa intervista. Vorremmo iniziare raccontando a chi non ti conosce a livello internazionale qual è stato il tuo percorso, durante la IV Repubblica e poi con la rivoluzione bolivariana

 

Ho 45 anni di militanza, praticamente tutta una vita. Ho iniziato quando avevo 12 anni, prima con il Partido de la Revolución Venezolana, el Prv. A partire dal 1979, quando avevo 16 anni, ho accompagnato il comandante Fausto, nome di battaglia nella guerriglia del nostro compianto compagno Ali Rodriguez Araque, nella costruzione della Tendencia Revolucionaria. In seguito sono stato un militante internazionalista del Ejercito Revolucionario del Pueblo, nel Fronte Farabundo Marti per la Liberazione Nazionale (FMLN), negli anni della guerra in Salvador. Ero membro della commissione politico-diplomatica dell’Erp. Poi, ovviamente, ho collaborato con i compagni sandinisti negli anni della guerra in Nicaragua e sempre con i compagni cubani, come rivoluzionario conseguente dell’America del Sud. In Venezuela ho partecipato alle due insurrezioni civico militari del 4 febbraio e del 27 novembre 1992 contro le democrazie camuffate della Quarta Repubblica e da allora ho sempre seguito la causa del comandante supremo della rivoluzione bolivariana, Hugo Chavez. Nella rivoluzione ho occupato sia incarichi di governo, di medio calibro possiamo dire, che sindacali, ma sempre dedicati all’azione politica. Ho militato nella Causa R e ho partecipato alla fondazione del PPT. Sono stato coordinatore della Fuerza Bolivariana de Trabajadores, fondata da Chávez en 2000, e prima di questo ho fatto parte del Frente Nacional Constituyente Obrero nel 1998, ho coordinato il gruppo di discussione degli articoli a carattere sociale della Costituzione Bolivariana del 1999. Sono stato militante del Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) dalla sua fondazione e prima ero membro del MVR. Oggi sono militante quasi a tempo completo del Movimiento Obrero Revolucionario “Ali Rodríguez Araque” (MOARA) nel settore elettrico.

 

 

Qual è il compito del MOARA e quali sono i suoi obiettivi?

 

In base a un’indicazione del presidente Nicolas Maduro, il proposito è quello di costruire un forte polo rivoluzionario di lavoratori nel settore elettrico, uno dei più sensibili e strategici della nostra economia e della nostra vita quotidiana. Dopo il terribile sabotaggio elettrico subito a marzo del 2019, superato grazie allo sforzo dei lavoratori, stiamo costruendo un movimento solido a partire dal Consiglio Produttivo dei Lavoratori e delle Lavoratrici, il nostro corpo combattente nel settore elettrico, che abbiamo deciso di dedicare al comandante Fausto. Per il recupero del sistema elettrico nazionale, è anche in costruzione la Brigata novembre vittorioso, alla quale sto lavorando insieme a diversi compagni nel coordinamento nazionale. Sempre rispondendo alla tua domanda sul mio ruolo oggi nella rivoluzione, oltre a essere stato eletto all’Assemblea Nazionale Costituente, che terminerà i suoi lavori il 31 di dicembre, sono coordinatore nazionale della Centrale Bolivariana Socialista dei Lavoratori. Lavoro con il compagno Adan Chavez nella vicepresidenza del partito e collaboro con la vicepresidenza operaia in tutti gli scenari che si presentano. 

 

Qual è la tua lettura della congiuntura economica in corso in Venezuela?

 

La situazione permane assai complicata. Veniamo da una guerra sistematica dagli anni del comandante Chavez. Una guerra che ha agito in tutti i campi, da quello economico a quello psicologico. Dal golpe del 2002, che grazie alla coscienza del nostro popolo e all’unione civico-militare siamo riusciti a risolvere in 48 ore, fino a oggi, abbiamo dovuto resistere a ogni tipo di attacco, infiltrazioni, sabotaggi, che si sono intensificati dopo la morte di Chavez. L’imperialismo e la destra hanno creduto che avrebbero potuto averla vinta con Nicolas Maduro. Invece, il primo presidente chavista e operaio, ha saputo dar loro filo da torcere, si è rivelato uno statista, un grande dirigente, ovviamente accompagnato dalla coscienza del nostro popolo organizzato e da una classe operaia che ogni giorno si rafforza di più nella costruzione del nostro modello socialista, nonostante le difficoltà. Dal 2015, da quando Obama ha definito il Venezuela “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti”, si è acuito il bloqueo economico-finanziario e si sono inasprite le “sanzioni”, che venivano presentate come misure volte a colpire il “regime” di Maduro e i funzionari dello Stato. Invece, se c’è una cosa chiarissima è che le misure coercitive unilaterali e l’insieme di attacchi che subiamo, non colpiscono solo la direzione chavista, ma l’intero popolo, indipendentemente dal colore politico. Ci hanno sottratto la raffineria Citgo, che ha sede negli Stati Uniti, l’impresa Monomeros in Colombia, si sono rubati gli attivi all’estero, ci hanno congelato i conti nelle banche europee, rubati i soldi destinati a cure mediche per i bambini malati di midollo osseo, già decise e pagate tramite Citgo. Ci hanno impedito di comparare all’estero alimenti e medicine, cercano di bloccarci dappertutto. Ma il nostro governo è riuscito a ammortizzare l’effetto della dollarizzazione speculativa e della crisi economica indotta dal bloqueo, mediante i sussidi e i bonus erogati attraverso il Carnet de la patria e le borse Clap, i Comitati di rifornimento e produzione che aiutano oltre 6 milioni di famiglie consegnando alimenti basici. Di certo non abbiamo risolto, ma solo attutito il colpo, mentre sta andando avanti il piano produttivo per essere quanto più possibile autosufficienti. Non riusciamo ancora a produrre tutto quel che consumiamo, ma almeno due elementi basici, il mais e il riso che mangiamo, oggi vengono prodotti in Venezuela.

 

Il feroce blocco economico-finanziario imposto dagli Stati Uniti e dai loro vassalli ha indubbiamente peggiorato il livello di vita dei lavoratori e delle lavoratrici, polverizzando il loro potere d’acquisto, nonostante i sussidi del governo. Perché si è arrivati a questo punto? Non vi sono stati anche errori nella conduzione della politica economica?

 

Errori se ne fanno e se ne faranno ancora. Siamo ancora di fronte a uno Stato capitalista, contro il quale abbiamo disegnato la costruzione del nostro Stato socialista, attraverso la comuna come unità primaria dello Stato e con la nostra classe operaia organizzata nei Consigli produttivi dei lavoratori e delle lavoratrici. Un progetto che permetta il controllo della classe operaia e del popolo organizzato nella costruzione del nuovo modello. Come lavoratori, ci impegniamo per la costruzione di un modello operaio contadino e comunale che, con questa simbiosi tra i fattori più importanti della rivoluzione arrivi al nuovo modello socialista come lo ha sognato Chávez. Certo, vi sono stati errori e ritardi sul piano economico riguardo al modo in cui smantellare il vecchio stato, e su come agire con quei funzionari che si comportano in modo burocratico e che frenano la spinta propulsiva verso il socialismo.

 

A proposito della questione dei salari, soprattutto quelli di chi lavora nel settore pubblico, si è sviluppato un vivace dibattito tra due militanti della rivoluzione, il dirigente del Psuv, Jesus Farias e l’economista marxista Pasqualina Curcio. Come stavano le cose secondo te?

 

Premetto che il dibattito si è svolto tra due compagni molto rispettabili, le cui concezioni sono parte della stessa ottica politica rivoluzionaria, che hanno entrambi la mia stima. Forse, però, avrebbero potuto governarlo meglio quel dibattito, tanto più che, per quel che ne penso, la questione dell’aumento salariale non era dirimente per come è stata posta. Pasqualina l’ha fatto cercando delle strade per combattere il modello capitalista e il blocco economico, Jesus ha argomentato da un punto di vista più pragmatico, partendo dalla necessità di venir fuori dalla crisi economica indotta dall’imperialismo. In entrambi i casi, il problema si è focalizzato sull’aumento salariale che, dal mio punto di vista, non è la questione principale. Intendiamoci, l’attacco al potere acquisitivo dei lavoratori è forte, ma senza misure addizionali, qualunque aumento salariale si polverizza per via della dollarizzazione artificiale e della guerra economica. Il salario minimo oggi è di 1.200.000 bolivar, ma con il processo di dollarizzazione artificiale equivale a un dollaro. Per questo, noi proponiamo che il salario sia ancorato, con o senza aumento, al Petro fluttuante, una misura assunta dal governo con la creazione della criptomoneta Petro sostanziata dalle grandi risorse naturali, di alto costo nel mondo, che possiede il nostro paese: oro, petrolio, diamanti, bauxite, coltan…. Il Petro si calcola sui 30-40 milioni di bolivar. Noi diciamo che con mezzo Petro possiamo risolvere il problema degli indicatori salariali pagati in bolivar, e non in dollari come sta facendo una parte del settore privato, che fa profitti stratosferici e può dare la miseria di 10 dollari ai lavoratori. La nostra proposta consentirebbe a noi lavoratori del settore pubblico di avere un salario proporzionato alle necessità. Con mezzo Petro potremmo stabilizzare il potere acquisitivo, aumentare la capacità di consumo e contribuire alla stabilizzazione economica. La seconda proposta, ancora più importante, però, è di portare al massimo la capacità di produrre quel che consumiamo. Con il blocco economico-finanziario non è più pensabile importare l’80% del nostro fabbisogno. Dobbiamo adeguare il nostro apparato produttivo alla necessità di produrre beni e servizi per la fruizione nazionale.

 

Di recente abbiamo partecipato a un incontro mondiale, quello della Piattaforma della Classe Operaia Antimperialista (PCOA). Qual è stata l’analisi di fondo e quali gli obiettivi?

 

La Plataforma de la Clase Obrera Antiimperialista (PCOA) è una iniziativa di Maduro seguita al Foro Sociale Mondiale. La nostra analisi, condivisa dai marxisti a livello internazionale, ritiene quella in corso una crisi strutturale del capitalismo a livello mondiale, molto più profonda di quella del 1929, o del 2008. Una crisi di grandi proporzioni e di lunga gittata che ogni giorno si approfondisce ulteriormente e che non si risolve nemmeno con le guerre imperialiste. Questo non vuol dire che il capitalismo è giunto a termine, ma che si sta scavando la tomba e che l’aumento delle proprie contraddizioni lo spinge verso la propria distruzione. In questo quadro, Maduro ha visto l’opportunità di portare la contraddizione in seno al nemico, negli Stati Uniti e in Europa, acuendo le contraddizioni tra borghesie e tra imperialismi: facendo loro assaggiare, insomma, un po’ della loro stessa medicina. In questo percorso, nella costruzione di uno spazio di confluenza antimperialista, consideriamo la classe operaia l’avanguardia, ma non escludiamo l’accompagnamento di quelli che Gramsci chiamava gli intellettuali organici. L’obiettivo è quello di costruire una rete di azione antimperialista che consenta di articolare la lotta per uscire dalla pandemia con una prospettiva diversa da quella del sistema capitalista come modello dominante della cosiddetta nuova normalità. Una prospettiva di maggior equità fra i popoli, maggiori possibilità di sviluppo e di crescita condivisa non solo per far fronte alla pandemia, ma per salvare l’umanità dalla barbarie, come dicevano Fidel e Chavez. La Piattaforma consente di dare nuova visibilità internazionalista alla lotta contro l’imperialismo Usa e i suoi alleati europei.

 

La legge contro il Bloqueo ha suscitato grandi discussioni. Che domande ti hanno fatto gli operai e come hai risposto?

 

La Ley contra el bloqueo si è prestata a diverse interpretazioni. C’è stato un settore che ha cercato di screditare quel che sta facendo il presidente per affrontare la crisi economica prodotta dal bloqueo e la burocrazia interna che, come un cancro, cerca di mangiarsi le istituzioni dello Stato. Usando un linguaggio sinistrese, questo settore ha fatto circolare l’idea che questa legge viola la sovranità dello Stato, che butta a mare l’eredità di Chavez, eccetera. Al contrario, la legge protegge le imprese basiche e strategiche che, in quanto patrimonio del popolo, non possono essere vendute, né affittate, né date in gestione. L’obiettivo della legge è quello di generare alleanze strategiche che ci permettano di avere delle entrate in divise, e che consentano un trasferimento di tecnologia tra chi viene a investire e il nostro Stato. C’è già una prima impresa che è stata fondata nel segno di questa legge, si chiama Ferroven e lavora nel campo aerospaziale, di aerei e treni. L’obiettivo è che al termine del contratto ci rimanga un capitale industriale e una capacità tecnica abbastanza forte per il nostro sviluppo. La Ley contra el bloqueo ha come obiettivo generale lo sviluppo, l’autonomia produttiva e anche l’aumento del potere acquisitivo dei lavoratori con uno specifico fondo ricavato da queste alleanze. Secondo i nostri calcoli, i risultati si vedranno nel primo quadrimestre del prossimo anno.

 

Come si è trasformato il sindacato nella rivoluzione bolivariana, quali fasi ha attraversato?

 

Per tutto il secolo XX, in uno scenario interclassista, avevamo un sindacato che faceva da comparsa alla classe dominante e che ci ha venduto alla socialdemocrazia. Nel secolo 21, è emersa la necessità di trasformare il sindacalismo in un organismo creativo, così come creativo, trasformatore della società e dell’essere umano e non sfruttato, dev’essere il lavoro. Per passare dallo sfruttamento alla creatività abbiamo bisogno sì di un sindacalismo di lotta, ma anche di un sindacalismo che aiuti a trasformare la società in cui viviamo, a fare la rivoluzione, a dare l’assalto al cielo come diceva Marx. Occorre quindi che i dirigenti sindacali sappiano anche dirigere lo Stato, in quanto avanguardia della classe operaia, che è il motore della trasformazione della società. Il nostro sindacalismo, quindi, si è venuto a poco a poco trasformando al ritmo della rivoluzione e delle sue contraddizioni. Oggi abbiamo una direzione sindacale che non si intende solo di conquiste, salari e sussidi, ma che ha imparato a occuparsi dello sviluppo dell’impresa, dell’innovazione tecnologica, di come sostenere la rivoluzione. Dal 2014, dal Congresso dei consigli produttivi dei lavoratori creati con l’appoggio del presidente Maduro e del sindacalismo rivoluzionario, si va costruendo questo nuovo modello sociale diretto dalla classe operaia, che prevede un piano intensivo di formazione ideologica che consenta in un futuro non lontano di fare il gran salto verso il socialismo e intanto affrontare il capitalismo che tuttavia persiste nella nostra società e nella nostra economia.

 

Un gruppo di organizzazioni e movimenti ha scelto di presentarsi autonomamente alle elezioni insieme al Partito Comunista venezuelano. Questo ha provocato molto disorientamento, sia nelle aree di base in Venezuela, che a livello internazionale. Molti compagni e compagne chiedono al PSUV di rispondere nel merito delle critiche teoriche e politiche rivolte da queste formazioni. Come risponderesti tu?

 

Parlo a titolo personale, non a nome del partito. Conosco da anni e sono amico di alcuni compagni che hanno deciso di accompagnare il Pcv in questa a mio avviso deplorevole avventura. Penso che sbaglino nell’esacerbare le contraddizioni, spesso in modo artificiale e opportunista, come sta facendo per motivi elettoralistici il Pcv. Invece di affrontare l’imperialismo, la destra, i nemici, si dedicano a squalificare Maduro e la rivoluzione. Ci accusano di aver svenduto il paese e la rivoluzione, e non si accorgono di portar acqua al mulino della destra per una bravata elettorale di poco costrutto. Né il popolo venezuelano, né gli alleati del Gran Polo Patriottico, né la maggioranza dei partiti e dei movimenti di solidarietà internazionale che appoggiano una rivoluzione seria, si sono lasciati irretire. Non abbiamo mai occultato l’esistenza di contraddizioni, mai abbiamo detto che in Venezuela c’è il socialismo. Diciamo che è necessario trasformare lo scenario capitalista che ancora persiste gettando le basi per un nuovo modello. Il modello capitalista non si trasforma per capriccio o per decreto, ma con una lotta di lunga durata, con una transizione che può durare decenni: perché non basta trasformare l’economia, occorre anche una rivoluzione culturale che consenta di abbandonare il modello della rendita, il modello capitalista. Occorre produrre nuovi codici che ci consentano di costruire una società collettiva, una direzione collettiva in mano alla classe operaia, alternativa a questo modello borghese corrotto e burocratico. Essendo quella del 6D una competizione democratica, auguriamo a questi compagni di avere successo. Penso, però, che, dopo la vittoria delle forze rivoluzionarie del PSUV, ci sarà qualcuno che andrà all’opposizione, qualcun altro che ritroverà il cammino della rivoluzione e andremo avanti.

 

Come costituente, quali sono le principali proposte, già diventate legge o che restano da approvare, presentate dalla classe operaia?

 

L’Assemblea Nazionale Costituente nasce contro le violenze della destra, le guarimbas del 2017. Il presidente lancia la proposta il 1° di Maggio, io ero presente ad accompagnare quella proposta. Con la ANC si è riusciti a riportare la pace e la stabilità politica nel paese. Siamo riusciti ad approvare 4 bilanci, cosa che sarebbe stata impossibile con un parlamento in stato di “ribellione” com’era quello in mano alla destra. Abbiamo blindato la costituzionalità del nostro Stato, approvato leggi importanti come quella contro il bloqueo e probabilmente qualcun’altra che sarà necessario approvare prima che l’Assemblea Nazionale Costituente concluda il  suo periodo, il 31 dicembre. Io penso di potermi ritenere soddisfatto, verso la storia e verso il nostro popolo.

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