Verità per Regeni? La Cambridge University sceglie l'omertà: lo studio sui sindacati è "confidenziale"

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Verità per Regeni? La Cambridge University sceglie l'omertà: lo studio sui sindacati è "confidenziale"

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PICCOLE NOTE 


«Lo studio sui sindacati indipendenti egiziani di Giulio Regeni è “confidenziale”. È una specie di facoltà di non rispondere, quella di cui si avvale l’Università di Cambridge, interpellata con rogatoria internazionale dalla Procura della Repubblica di Roma nell’inchiesta sul sequestro e omicidio del ricercatore, avvenuti tra gennaio e febbraio scorsi al Cairo».

 

«L’ateneo britannico si nasconde dietro un’apposita norma, che consente di non rivelare dettagli su particolari lavori didattici. Un diniego che pone un interrogativo: da cosa deriva questa segretezza? Al momento non c’è una risposta chiara. Ma solo il sospetto – smentito in passato dallo stesso mondo accademico inglese – che il lavoro didattico di Giulio potesse finire anche sulle altre scrivanie oltre quella della docente di Cambdridge Maha Abdelrahman, egiziana trapiantata nel Regno Unito e definita una dissidente al governo di Al Sisi».

 

«La stessa professoressa, che col 28enne di Udine aveva una corrispondenza concentrata sui sindacati indipendenti, organismi fortemente contrastati dal governo egiziano, non ha voluto rispondere alle domande dei magistrati, proprio in virtù di quella norma che permette il silenzio». Così Ivan Cimmarusti sul Sole 24Ore dell’8 giugno.

 

Nell’articolo, Cimmarusti riporta che i magistrati hanno escluso categoricamente che Giulio Regeni fosse stato assoldato da qualche «intelligence» (si presume britannica), dal momento che, scrive ancora il cronista, non sono stati trovati versamenti sospetti sui suoi conti.

 

Davvero qualcuno può immaginare che un servizio segreto paghi un informatore tramite conti correnti di così facile reperibilità? Mi sovviene, al proposito, un racconto di fantascienza letto da ragazzo, nel quale un funzionario di un’Agenzia spiegava al suo informatore come sarebbe stato retribuito.

 

Egli doveva recarsi a un certo casinò in una certa data e a un certo tavolo e puntare su numeri da loro indicati poco prima. Tutto pulito, nessun rapporto tra il datore e il ricevente. E si parla di un metodo banalissimo in confronto a quelli consentiti dalla tecnologia moderna (basti pensare a darknet).

 

Insomma, la smentita dovrebbe essere meglio motivata per essere credibile (ma forse è colpa di una sintesi grezza da parte del cronista).

 

C’è un’altra e ancor più allarmante possibilità: che Regeni lavorasse a sua insaputa per qualche intelligence, per cui, ovviamente, non esisterebbe alcuna traccia di rapporti tra l’Agenzia e il ragazzo. Era convinto di fare una ricerca sul sociale, invece stava raccogliendo informazioni utili ad altri.

 

Ma ovviamente sono solo ipotesi, e pure vaghe. Quel che è certo è che questa reticenza britannica suona  come omertà. Contro la quale nessuno protesta “Verità per Regeni“, richiesta che viene indirizzata solo verso l’Egitto.

 

Se Regeni fosse stato a sua insaputa al servizio dell’intelligence britannica e questa volesse sviare le attenzioni dall’isola, avrebbe chiesto agli ambiti filo-britannici, che son tanti e rumorosi in Italia, di inscenare proteste del genere.



 

Ovviamente sono solo fantasie: Regeni non lavorava a sua insaputa per i servizi di informazione britannici e questi non hanno alimentato o favorito proteste in Italia (ancorché salviamo la buona fede dei tanti che hanno aderito alle manifestazioni), usando delle tante leve presenti nel nostro Paese (il libro di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino, Il golpe inglese, non è certo la bibbia, ma ha qualche spunto interessante in proposito).

 

Detto questo resta lo strazio per l’assassinio (e che assassinio…) di questo povero ragazzo, che certo non poteva immaginare che il suo lavoro di ricerca fosse così pericoloso.

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