Yemen. La straordinaria lotta di un piccolo grande paese contro l'imperialismo occidentale

Yemen. La straordinaria lotta di un piccolo grande paese contro l'imperialismo occidentale

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di Alberto Fazolo

Lo Yemen dopo decenni di guerre fatte per difendersi dalle aggressioni straniere, oggi lotta in solidarietà con la Resistenza palestinese. Lo fa contrastando gli interessi d’Israele e dell’imperialismo occidentale che incrociano nel Mar Rosso, ha sequestrato o colpito diverse navi di fronte alle proprie coste.

Il traffico marittimo nel Mar Rosso segue due direttrici, la principale è il Canale di Suez (che collega al Mediterraneo) e la seconda è verso il Golfo di Aquaba nella cui propaggine si affaccia Israele con il porto di Eilat. In questo momento il traffico marittimo da e per Suez è drasticamente ridotto, mentre quello verso Eilat è azzerato. Gli armatori preferiscono non addentrarsi nel Mar Rosso per non correre rischi, ma anche perché le compagnie di assicurazioni hanno significativamente alzato i premi. Per questo molte navi sono tornate a circumnavigare l’Africa passando il Capo di Buonasperanza. Tutto ciò si traduce inevitabilmente in un aumento dei tempi e dei costi di trasporto, ma anche in un crollo degli introiti per l’Egitto (cioè, i mancati pedaggi delle navi in transito a Suez), il Cairo già da tempo si trova in una situazione economica estremamente critica e questo colpo potrebbe essere non facile da incassare.

Ciò avviene in un momento molto particolare per i traffici marittimi mondiali: in contemporanea sono emerse criticità nella gestione del Canale di Panama. La siccità sta compromettendo il funzionamento della struttura e i passaggi di navi sono stati contingentati. Tutte le navi che non riescono ad utilizzarlo sono costrette a circumnavigare l’America Meridionale, anche qui con un aumento dei tempi e dei costi di trasporto. Tuttavia, nemmeno questa rotta è esente da rischi, innanzitutto quelli delle avverse condizioni meteo-marine, ma ci sono anche fattori umani. Questa rotta passa non lontano dalle isole Falkland/Malvinas che il neo eletto Presidente Argentino Milei ha dichiarato di volersi riprendere. L’ultimo tentativo in tal senso fu del 1982 e si tradusse in un disastroso conflitto. Al momento la possibilità di una nuova guerra nelle Falkland/Malvinas è estremamente remota, ma forse non così tanto da non far lievitare i prezzi delle assicurazioni marittime.

In definitiva, il commercio marittimo mondiale è in una fase estremamente critica. Il Paese più danneggiato da ciò è sicuramente chi produce le merci trasportate da queste navi, cioè la Cina. Proprio la Cina ha già dimostrato di avere la volontà e la capacità di risolvere in maniera pacifica questo genere di crisi. La cosa più logica da fare, sarebbe dargli fiducia e agevolarne l’azione. Invece, gli USA si muovono in direzione diametralmente opposta. Hanno lanciato una coalizione militare che presidierà i mari, vi prende parte anche la Marina Militare italiana (insieme a Regno Unito, Bahrein, Canada, Francia, Paesi Bassi, Norvegia, Seychelles e Spagna). Ciò complica ogni sforzo diplomatico e genera ulteriori crisi e destabilizzazioni da cui gli USA possono trarre beneficio.

Sia chiaro che non si tratta d’innescare una piccola crisi locale che riguarda solo il Mar Rosso, ma di una destabilizzazione globale. Ciò non per le ripercussioni sui traffici marittimi nel Mar Rosso, ma per il rischio di una escalation. Di fronte allo Yemen si trova Gibuti, un micro stato che di fatto è uno dei più importanti hub militari del mondo, vi hanno proprie basi USA, Germania, Spagna, Italia, Francia, Regno Unito, Cina e Arabia saudita. Da lì sarebbe molto agevole  controllare tutto il settore di mare a ridosso dello Yemen. Eppure la coalizione promossa dagli USA sarà di base in Bahrein, cioè a molte migliaia di chilometri di distanza dallo Yemen, nel bel mezzo del Golfo Persico e di fronte all’Iran. Va sottolineato che anche il Bahrein è un micro stato sulle coste dell’Arabia Saudita e che in caso di un aumento delle tensioni locali, potrebbero esserci delle ripercussioni nel processo di distensione in corso tra Riad e Teheran. Se la situazione nel Golfo Persico dovesse deteriorarsi, alla generale crisi dei traffici marittimi si potrebbe aggiungere anche quella regione, da cui passano ingenti quantitativi di idrocarburi.

Tutto questo, ovviamente, è a prescindere dalle destabilizzazioni che gli USA fomentano nei mari vicino a Taiwan.

A Washington sanno molto bene che il modo più agevole per fronteggiare il proprio declino è destabilizzare il resto del mondo. L’avviso ai naviganti è di prepararsi alla tempesta.

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