Censura di film russi e maccartismo: il sindaco di Bologna passa alle purghe interne

Censura di film russi e maccartismo: il sindaco di Bologna passa alle purghe interne

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di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

Il film russo “Il Testimone” ha conquistato la prima e la seconda pagina del Corriere di Bologna di oggi, per la purga dei Verdi dalla maggioranza che sostiene il sindaco del PD, Matteo Lepore. “Il sindaco vi ha fatto fuori”, ha detto il leader delle Sardine Mattia Sartori a Davide Celli, unico rappresentante del partito al Consiglio comunale. E’ stato cacciato perché contrario alla censura della pellicola patrocinata dal ministero della Cultura russo.

Come un tiranno furioso, Lepore accusa i Verdi di difendere i “pro-Putin” per un “pugno di voti”. “C’è un limite a tutto”, chiosa. Nei giorni scorsi aveva fatto pressione  sulla casa di quartiere “Villa Paradiso”per l’annullamento della proiezione del film, in programma il 27 gennaio.

“Convocheremo a stretto giro il gestore dello spazio in convenzione: è inaccettabile utilizzare una sede istituzionale per attività di propaganda, siamo contrari a questa iniziativa”, si legge in una nota stampa dai toni che suggeriscono una velata minaccia. Tra le righe si intuisce una possibilità di revoca della convenzione, se il diktat del sindaco non verrà eseguito.

La stessa aria di censura e maccartismo si respira a Modena, dove il sindaco Gian Carlo Muzzarelli intende revocare la sala concessa per la conferenza/mostra “La rinascita di Mariupol”, che avrebbe dovuto vedere la presenza del console generale della Federazione Russa, Dmitry Shtodin.

Tra le ragioni a sostegno della decisione, Muzzarelli elenca in una nota il “contrasto con l’articolo 3 dello Statuto comunale”  che  si pone come obiettivo la “promozione della piena affermazione dei valori di giustizia, di libertà, di democrazia e di pace".

La stessa amministrazione comunale, appena un mese fa, aveva decorato una piazza con un insolito addobbo natalizio: un carro armato guidato da Babbo Natale. Sull’”opera d’arte” spiccava la bandiera di Israele, lo Stato che sta radendo letteralmente al suolo Gaza e massacrando i suoi abitanti, causando oltre 22mila vittime, per quasi la metà bambini. Ogni commento su come questa installazione possa promuovere la pace e gli altri valori democratici, così come all’articolo 3 del citato statuto, è superfluo.  

Al contrario delle tanto vituperate dittature, la censura delle democrazie liberali si distingue per il suo carattere preventivo. Si dubita infatti che i sindaci dei due capoluoghi emiliani abbiano visionato film ed esposizione, prima di metterli all’indice. L’isteria mostrata da Lepore e Muzzarelli, così come quella di altri esponenti del PD, è talmente grottesca da strappare una risata.

L’onorevole Lia Quartapelle, per giustificare la censura, parla di “offensiva culturale” e di “campagna di disinformazione” coordinata, suggerendo che Mosca abbia scagliato una “guerra ibrida contro l’Italia”, come si legge sul suo account X. Siamo alla paranoia.

Insomma, qualsiasi manifestazione di un pensiero indipendente, alternativo o di opposizione alla linea della NATO, è parte di un più ampio complotto di Putin contro l’Italia. Chi non condivide la linea politica del PD non è un libero cittadino di un Paese democratico con un pensiero diverso dalla linea del governo, è un nemico. Con buona pace dell’art. 21 della Costituzione.

Com’è possibile che proprio i democratici siano diventati i più intransigenti censori? Si potrebbe parafrasare Marx e affermare – a ragione – che quando i liberali parlano di libertà e democrazia, non parlano di libertà di tutti, ma solo della loro.  Tutto ciò che entra in conflitto con il pensiero della classe dominante non ha diritto di esistenza nella democrazia liberale.

I fatti di Bologna e Modena si devono incastonare in un quadro globale più allarmante di attacco globale alla libertà di pensiero e di stampa nel sedicente mondo libero. Mentre in Italia giornalisti ed attivisti diventano vittime dell’isteria censorea di improbabili pasdaran della pace e della libertà, in altre “democrazie” sono perseguitati, incarcerati e assassinati deliberatamente. Israele ha sterminato la famiglia del caporedattore di Al Jazeera a Gaza, Wael Al – Dahdouh. A fine ottobre aveva seppellito la moglie, la figlia Sham, il figlio Mohamed e il nipote ancora neonato. Domenica un drone israeliano ha preso di mira e sparato contro l’auto del figlio Hamza, anch’egli giornalista, uccidendolo. Nell’attacco è morto un collega. Sono oltre 110 i giornalisti assassinati deliberatamente a Gaza dall’”unica democrazia in Medio Oriente”. Il drammatico bilancio aumenta di giorno in giorno.

La cosiddetta “giovane democrazia imperfetta” dell’Ucraina arresta non solo giornalisti e blogger, ma anche normali cittadini per i loro status sui social o, addirittura, per indossare magliette con simboli dell’Unione Sovietica. A fine settembre la BBC ha documentato le detenzioni di anziani per alcuni like sulla piattaforma Odnoklasnyky. La persecuzione delle idee in Ucraina si è spinta fino allo smantellamento delle statue e all’eliminazione dei libri in lingua russa, di autori russi o ucraini che scrivevano in russo, di testi ucraini dell’era sovietica. Il Corriere ha addirittura trovato delle argomentazioni per giustificare questi atti, che rimandano al più oscuro passato dell’Europa.

Allo stesso tempo, Kiev ha deliberatamente mirato a giornalisti e rappresentanti della stampa russa. A luglio è stato ucciso il corrispondente di Ria Novosti, Rotislav Zhuravlev, mentre si lavorava sul fronte assieme ad altri colleghi. Il suo veicolo è stato attaccato con munizioni a grappolo. Un mese dopo un drone ucraino ha preso di mira un corrispondente di News Front, ferendolo. La stessa Margherita Simonyan, redattore capo di Rossija Segodnja, ha subito tentativi di omicidio. Il punto più basso, forse, è stato toccato dai giornalisti ucraini che hanno addirittura pubblicato un comunicato per giustificare l’eliminazione dei loro colleghi russi.

Anche nel giardino europeo i giornalisti vengono perseguitati nel silenzio complice dei liberali. A parte il caso di Julian Assange, si ricorda quello di Pablo Gonzales, da quasi due anni detenuto in un carcere di sicurezza polacco, senza processo e senza accuse chiare. La sua colpa: aver documentato la guerra in Donbass e avere il doppio passaporto spagnolo e russo.

La cancellazione di ogni punto di vista indipendente è diventata una necessità esistenziale per una democrazia alla deriva, entrata in conflitto con i valori su cui si fonda. Non è possibile far coincidere il valore dell’antifascismo con il sostegno al battaglione Azov. Non è possibile ammettere il diritto all’autodeterminazione dei popoli e supportare l’Euromaidan e le altre destabilizzazioni, in Venezuela, Libia, Siria, Bielorussia. Non è possibile ripudiare la guerra e appoggiare ogni guerra degli USA e della NATO. Non è possibile sostenere il diritto dei georgiani a manifestare per l’Europa e allo stesso tempo appoggiare la repressione dei manifestanti in Francia. Non è possibile celebrare il 27 gennaio il Giorno della Memoria e sostenere il massacro di Israele contro i palestinesi di Gaza. Non è possibile definirsi democratici e sostenere il governo di Zelensky, che perseguita oppositori politici, giornalisti, credenti ortodossi e normali cittadini accusati di “aspettare il mondo russo”. Non è possibile definirsi “mondo libero” e allo stesso tempo impedire la libertà di pensiero, di manifestazione e di stampa.

Un sistema socio-politico che per legittimarsi ha bisogno di cancella ogni posizione con cui non vuole o non può confrontarsi, si potrebbe definire con un termine che piace tanto ai liberali: totalitarismo. Questo è la strada che abbiamo intrapreso seguendo i pifferai magici delle democrazie liberali.

 

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