L'intervista/Coronavirus. «Il sistema lombardo è collassato perché non è stato...

Coronavirus. «Il sistema lombardo è collassato perché non è stato fatto nulla di quello che prescrivono i piani pandemici», intervista al dottor Giani (seconda parte)

 


di Fabrizio Verde
 

Continua il percorso di interviste intrapreso da l’AntiDiplomatico per permettere ai propri lettori di orientarsi adeguatamente in questa fase di grande confusione segnata dallo scoppio della pandemia del nuovo coronavirus Covid-19. A oltre un mese dall’istituzione delle prime zone rosse e con quasi tutta l’Italia confinata in casa per il cosiddetto lockdown, tante sono le domande che si affastellano nelle menti dei cittadini italiani. 

 

Abbiamo quindi deciso di porre alcune domande al dottor Enrico Giani. Specializzato in Igiene e Medicina Preventiva, nonché specialista in Medicina Tradizionale Cinese, Agopuntore e autore di un volume che ripercorre la storia del sistema sanitario nazionale (Breve storia del sistema sanitario nazionale). Un libro che racconta la storia di decenni di lotte, rivendicazioni e conquiste in tema di diritto alla salute, con particolare riferimento alla grande rivolta del 1968 ed alla legge istitutiva del Sistema Sanitario del 1978, dove viene denunciato il percorso contro riformatore che ha permesso ai governi ed alle mafie sanitarie, di depredare e demolire la sanità pubblica e gratuita, a favore di quella privata, a pagamento ed asservita alle logiche di profitto.  

Con il dottor Giani abbiamo realizzato una chiacchierata prolifica e ricca di spunti interessanti che proponiamo ai nostri lettori divisa in due parti. 

In questa seconda parte il dottor Giani ci ha spiegato quali sono le misure da implementare per affrontare un'epidemia e perchè il sistema lombardo è collassato sotto il peso della pandemia da Covid-19.



Intervista
 

Quali sono le possibili strategie per fronteggiare un 'epidemia?


Per combattere un'epidemia in via preliminare occorre chiarirsi qual è l'obiettivo che si intende raggiungere. Dunque se l'obiettivo strategico che ci prefiggiamo è quello di prevenire l'evento, allora significa che dobbiamo agire per trattare alla radice le cause che l'hanno determinata. Questo significa che se il Covid-19 è il frutto di esperimenti di ingegneria genetica vanno individuati e chiusi i laboratori che operano in tal senso e significa che nell'immediato occorre una moratoria come quella che ha riguardato all'inizio degli anni '60 per intenderci la proliferazione dei missili nucleari. Se invece è il frutto di un “salto di specie” va individuato con certezza e debellato al più presto il serbatoio naturale (o i serbatoi naturali) del virus, ad esempio vietando drasticamente il mercato degli animali esotici e gli allevamenti intensivi. Le vaste campagne contro i cosiddetti “grandi flagelli” promosse da Mao Tze Tung negli anni '50 del secolo scorso, nelle quali venne coinvolta attivamente la popolazione, possono costituire un esempio in tal senso. Esse infatti non solo riuscirono a debellare il serbatoio naturali dei principali agenti microbici che infestavano la Cina come il topo, la zanzare e la mosche, cause di millenarie epidemie come la peste, il tifo, la malaria, ma stimolarono il fiorire delle Comuni popolari, che avrebbero dovuto nelle sue intenzioni fungere anche da sentinelle epidemiologiche se non fossero state smantellate dai governi capitalisti che si sono susseguiti alla guida della Cina a partire dall'inizio degli '80.

Se viceversa l'obiettivo che ci prefiggiamo è il semplice contenimento di una epidemia, semmai perché l'infezione ha già attecchito nella popolazione, dobbiamo allora agire non più sulla “radice” del problema bensì sulle sue “manifestazioni” principali. Occorre allora un efficiente “sistema di sorveglianza epidemiologica”, che è l'unico mezzo comprovato in grado di garantire il rispetto delle condizioni e dei tempi di isolamento di coloro (i cosiddetti “pazienti 0”) che sono risultati positivi alle indagini cliniche e di laboratorio. Questa sorveglianza non può essere improvvisata, ma deve essere affidata ad un esercito di personale esperto da assumere in via prioritaria presso le ASL ed i Dipartimenti di Prevenzione che non solo andrebbero decuplicati su tutto il territorio nazionale ma anche dotati di propri laboratori attrezzati per l'analisi rapida di un numero consistente di tamponi. Accanto a questo esercito, ne serve un altro che vada a costruire un nuovo sistema di assistenza domiciliare integrato e capillare da affiancare ai medici ed ai pediatri di base ed al personale infermieristico che opera sul territorio attraverso un sistema di sentinelle epidemiologiche che allo stato attuale può essere costituito solo dalle “guardie mediche” territoriali. Ovviamente tutto il personale che opera a contatto con i pazienti e con i loro liquidi biologici va dotato di adeguati mezzi di protezione individuali, con relativi corsi di formazione da estendere al più presto anche agli insegnanti ed agli delle scuole ed agli organi di informazione. Occorre quindi un piano di assunzioni straordinario che ponga termine al blocco del turn over ed al numero chiuso per l'ingresso a tutte le Facoltà universitarie, in modo da avere presto a disposizione una quantità sufficiente di personale specializzato. C'è bisogno anche di allestire per i soggetti in isolamento fiduciario confinati a domicilio, forme non raffazzonate di assistenza indiretta (telefonica, telematica, radiofonica, televisiva, etc) che possa mettere a loro disposizione un team di psicologi e psicoterapeuti, di assistenti sociali e di infettivologi in collegamento costante con il più alto livello dell'organizzazione emergenziale (ad oggi di fatto accentrata nelle mani dei governatori, nel Capo della Protezione civile e nel Comitato tecnico-scientifico alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, etc).


Per quanto riguarda sia la diagnosi sia i trattamenti occorre procedere senz'altro all'integrazione delle conoscenze, quanto meno tra la medicina occidentale e la medicina tradizionale cinese.


Per quanto riguarda il sistema ospedaliero occorre, anche requisendo se è necessario le strutture private ed alberghiere, potere allestire rapidamente un sistema di degenza e di rianimazione che sia “a compartimenti stagni”. L'ideale da questo punto di vista sarebbe avere un numero sufficiente di “ospedali ad hoc”, ben collegati alla rete stradale e dotati di elisoccorso. In una fase intermedia, sapendo che in strutture con percorsi non separati il rischio di contagio è altissimo, occorre provvedere a separare, come se fossero strutture nettamente isolate, i reparti/padiglioni e le stanze adibite alla gestione dei pazienti infettati dal resto dei pazienti (e del personale) della struttura. Visto che in tal caso la separazione dei pazienti da prendere in carico dovrebbe avvenire esclusivamente all'esterno della struttura, le tende da campo andrebbero dotate non solo della possibilità di erogare l'ossigeno ma anche di laboratori per il processamento rapido dei tamponi, che restano uno strumento diagnostico fondamentale anche in fase di dimissione dei pazienti guariti o convalescenti. Per evitare che gli ospedali diventino i principali serbatoi di infezione è necessario quindi non solo fornire adeguata protezione al personale sanitario, in primo luogo al personale addetto al primo soccorso, ma anche sottoporre a screening ripetuti quanto meno il personale impegnato nei reparti Covit ed i loro familiari.


Infine vorrei rimarcare il ruolo niente affatto secondario degli specialisti nell'analisi statistica dei dati epidemiologici. Sappiamo infatti che il picco delle ospedalizzazioni in terapia intensiva o sub-intensiva e quindi della mortalità, che è il dato che desta più allarme (essenzialmente per la gravissima carenza di posti letto, di personale e di attrezzature dedicate alla rianimazione in cui versa la sanità pubblica italiana) segue sempre di alcune settimane il picco dei contagi. Sappiamo quindi che per rilevare questo picco, e quindi per fare delle previsioni attendibili in merito ai tempi per modulare l'allentamento o l'inasprimento delle restrizioni imposte alla popolazione, bisogna studiare non tanto il tasso di morbidità e mortalità tra i contagiati bensì il tasso di incremento giornaliero del numero dei contagiati regione per regione, comune per comune. Questo indice sembra cominciare a stabilizzarsi nelle regioni del Nord segnalando che il virus potrebbe cominciare a circolare di meno in questi territori. Tenuto conto però che l'effettuazione dei tamponi solo nei pazienti pluri-sintomatici sta sottostimando in tutto il paese la prevalenza della malattia nella popolazione e sovrastimando il suo tasso di letalità, c'è il serio rischio che, a causa appunto della non corretta raccolta, analisi e comunicazione dei dati, i decisori politici possano dichiarare già avvenuto “il picco” quando in realtà ci troviamo nel pieno o peggio alla vigilia di una crescita esponenziale. Per fare previsioni attendibili si dovrebbero quindi fare i tamponi a tutti, cosa che ovviamente è impraticabile. In alternativa si dovrebbero allestire studi “random” che possano “inferire” i dati sull'andamento dell'epidemia nella popolazione generale di una determinata macro-area. Una di queste macro-aree potrebbe essere ad esempio la Lombardia per il Nord, il Lazio per il Centro e la Campania per il Sud. Tutto questo perché dobbiamo renderci conto che le curve delle epidemie si muovono come le onde del mare, viaggiando in maniera differenziata nelle varie zone geografiche del paese e nei vari paese del mondo, mettendo a dura prova le capacità analitiche anche dei più potenti programmi di analisi statistica. Per questo occorrono team che sappiano non solo scambiarsi i dati provenienti dalle diverse zone del paese e tra i vari paesi ma ragionarci sopra. Il lavoro degli statistici non è quindi un lavoro teorico ed astratto bensì incredibilmente concreto perché essi sono gli unici a potere stabilire con cognizione di causa l'efficacia o meno di misure come il “coprifuoco”, gli unici a potere stabilire quando, dove ed in che misura, il confinamento domestico sta avendo un effetto nel ridurre e “diluire” il picco dei contagi ed il conseguente picco delle ospedalizzazioni.


Lo stesso discorso vale per i tempi differenziati con i quali sarà necessario dichiarare terminata questa ondata epidemica. Tutto questo dipende essenzialmente dalla corretta raccolta dei dati sui tamponi e le altre indagini sierologiche effettuati sui cosiddetti contatti che per definizione sono quelle persone venuta in rapporto stretto con un caso confermato o sospetto da 2 fino a 14 giorni prima dell'inizio dell'inchiesta epidemiologica. Si può ben capire quindi che, rispetto ad una comune influenza o raffreddore, nel quale il tempo di incubazione è breve, l'inchiesta epidemiologica per questa tipologia di coronavirus è ben più complicata. Basti pensare al numero di contatti che in condizioni di vita normali può avere avuto nei 14 giorni precedenti, un medico, un addetto ad un mensa, un sacerdote, etc.


Tutto questo dimostra che occorre dotarsi di un sistema di sorveglianza epidemiologico che sebbene centralmente governato (e non solo a livello nazionale ma continentale e mondiale) sia altamente flessibile e facilmente riadattabile alle mutevoli esigenze del momento. Gli attuali organismi, come l'OMS e l'Istituto Superiore di Sanità da questo punto di vista stanno mostrando serissimi limiti perché sembrano in grado al massimo di dare indicazioni generali che vanno poco al di là del buon senso comune, risultando talvolta, all'atto pratico, persino paradossali. E' il caso dell'invito alla popolazione a tapparsi in casa mentre si lasciano aperte le fabbriche anche le più inutili e dannose, come quelle belliche ed automobilistiche. E' il caso delle campagne tendenti a limitare al massimo le attività individuali all'aperto, come le passeggiate o il gioco dei bambini, che tra l'altro sappiamo non possono rimanere confinati in spazi ristretti molto a lungo pena di danneggiarne seriamente la salute mentale. Senza considerare la problematica scottante del dilagare dei casi di violenza domestica sulle donne che non è stata minimamente considerata, e che certamente non verrà conteggiata in sede di bilancio dei provvedimenti adottati dal governo. E' il caso delle scarsissime indicazioni in merito alla circolazione dei treni, quando persino un antico proverbio ci ricorda che “le malattie vengono in carrozza e se ne vanno a piedi”, e quando è evidente che il trasporto ferroviario in condizioni di picco epidemico andrebbe fermato del tutto e, come è avvenuto in Cina ed in Francia, medicalizzato per permettere il trasporto in sicurezza dei malati.


Infine, ma non per ordine di importanza, occorre tenere presente che per combattere una epidemia uno dei più validi alleati può essere un servizio pubblico di informazione televisiva assolutamente affidabile e trasparente, che contribuisca ad informare e a formare, con lo strumento della persuasione e non con quello della repressione e della sanzione pecuniaria, la popolazione sulle misure da rispettare, un servizio per intenderci più simile a quello dei documentari della BBC o della sudamericana Telesur che ai nostri talk show televisivi, utili solo a circuire e rimbambire la popolazione.

 

Come mai il sistema sanitario lombardo, indicato da tutti come modello virtuoso, è praticamente collassato?


Il sistema lombardo è collassato perché nulla di quello che si doveva fare secondo quanto prescrivono i piani pandemici predisposti a seguito della precedente epidemia di SARS è stato fatto. In primo luogo quando sono stati identificati i primi casi si è trascurato di isolare tempestivamente i cosiddetti “contatti”, ossia i soggetti che sono venuti “faccia a faccia a meno di un metro e per più di 15 minuti con il caso probabile o confermato”, oppure i soggetti che hanno avuto “un contatto fisico diretto con un caso probabile o confermato”, o ancora i soggetti che hanno “preso in cura diretta un paziente con probabile o confermata diagnosi di malattia, senza l'uso di una protezione personale adeguata”. I decisori politici secondo me hanno tardato nel prendere le misure necessarie, non tanto per attendismo o menefreghismo, ma perché nella maggior parte dei casi non conoscevano cosa significa “isolare un contatto” nel corso di una epidemia ad alta contagiosità come quella che si stava profilando all'orizzonte già dall'inizio del mese di gennaio. Il personale sanitario si è trovato per conseguenza del tutto impreparato per affrontare la situazione. Si è trovato privo di mascherine, di tute, di guanti, ma anche della attrezzatura più basilare per potere assistere i pazienti più gravi. Si è trovato privo del supporto di una efficiente rete di sorveglianza epidemiologica. E' accaduto così che “pazienti Covid” e degenti si mischiassero estendendo a dismisura i contagi e mettendo il personale di fronte alla scelta drammatica di contagiare o essere contagiati. Con la messa in quarantena di una parte del personale l'intero sistema ospedaliero è andato il tilt. La schizofrenia con la quale il governo ha deciso di affrontare l'emergenza ha fatto il resto, basta pensare ai “treni della vergogna” carichi di migranti e pendolari di ritorno, spinti da una “manina” a scappare verso il Sud allo scopo probabilmente di alleggerire il carico di pazienti sulla sanità del Nord, basta pensare alle modalità con la quale si è inteso reprimere la protesta nelle carceri.


Se a tutto questo aggiungiamo la difficoltà, che ancora oggi a due mesi dall'inizio dell'epidemia persiste, nell'avere un risultato in tempo utile dei tamponi effettuati per il sovraccarico dei pochi centri abilitati, per la mancanza dei reagenti, per la necessità di escludere i falsi negativi, o ancora più semplicemente per la carenza di personale, capiamo bene a quale superlavoro sono chiamati non solo i medici e gli infermieri ma anche i tecnici dei pochi servizi di prevenzione sopravvissuti al dimezzamento delle ASL, che è bene ricordarlo non hanno risparmiato la “virtuosa” Emilia-Romagna. Tutto questo ha determinato quasi ovunque la malagestione sia dei pazienti ricoverati che di quelli confinati a domicilio, costretti molto probabilmente a fare un uso eccessivo di disinfettanti e di farmaci (antinfiammatori, cortisonici, antibiotici, etc) che in certi casi possono avere sicuramente aggravato il quadro clinico (basta ricordare che i farmaci anti-ipertensivi chiamti ACE-inibitori sono specificamente controindicati in caso di positività al coronavirus). A bocce ferme dovremo capire quanto ha inciso l'inquinamento ambientale sulla diffusione del virus e sui quadri polmonari più gravi ed anche se le lungo-degenze improvvisate hanno favorito infezioni e sovra-infezioni batteriche che oramai purtroppo in tutto il mondo rappresentano tra le prime causa di morte.

Questi ultimi interrogativi aprono un discorso più vasto che ci ricorda che questo inizio di millennio è stato caratterizzato da un aumento senza precedenti della CO2 e da una diminuzione senza precedenti della biodiversità a tutti livelli del sistema ecologico e che questa diminuzione di biodiversità non ha risparmiato “il microbioma” che solo di recente abbiamo scoperto essere associato a tutti i livelli trofici del pianeta, dalle piante agli insetti, dagli erbivori ai predatori. Per affrontare le sfide sanitarie del nostro tempo occorre quindi prendere coscienza che è stata una “pia illusione” pensare di essere riusciti a debellare le malattie infettive che colpiscono l'uomo e gli animali attraverso quella sorta di “guerra lampo” che è il bombardamento farmacologico. Anzi, possiamo dire che gli approcci terapeutici basati sui cosiddetti “proiettili magici”, come i vaccini, i cortisonici, gli antibiotici, a lungo termine si stanno rivelando più nefasti che benefici, laddove stanno portando all'estinzione di specie batteriche che erano diventate preziosi amici dei nostri tessuti (simbionti), oppure rendendo maggiormente virulente delle specie batteriche e virali normalmente tenute sotto controllo dal nostro sistema immunitario (opportunisti ospedalieri), infine permettendo l'emergere di specie sconosciute che rischiano di diventare sempre più virulente proprio a causa delle riduzione delle biodiversità delle specie nostre alleate. Infine mi preme ribadire che non è pensabile fare finta che i disastri planetari che sono sotto gli occhi di tutti, come la deforestazione, l'aumento della temperatura globale, le pratiche agricole e di allevamento intensive, la speculazione edilizia, l'urbanizzazione selvaggia, l'invasione della chimica in tutti gli ambienti di vita e di lavoro, non abbiano nessuna influenza sulle patologie che stanno colpendo la specie umana.


Leggi la prima parte dell'intervista

 

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