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"E' con la sinistra dei 'diritti umani' modello Usa che si vuole sconfiggere l'integrazione dell'America Latina"

 

Verso il Vertice di Lima del 13 e 14 aprile. Intervista a Martin Guerra, Primo segretario di Izquierda socialista del Perù. "Ci stiamo organizzando per fare una grande marcia dei popoli, cosciente e organizzata, a fianco del Venezuela, di Cuba e dei presidenti dell'Alba.


di Geraldina Colotti


Al Vertice delle Americhe, che si apre a Lima il 13 e 14 aprile, tutto è pronto per accogliere Trump e gli oltre 500 militari nordamericani a cui il governo peruviano ha spalancato le porte, mostrando la totale subalternità agli Usa. Per contro, il cosiddetto Gruppo di Lima intensifica gli attacchi al Venezuela, e insiste nell'escludere Maduro dalla Cumbre. Intanto, l'arco dei paesi neoliberisti sta appoggiando la grottesca pantomima del “governo in esilio” che è arrivato ad “eleggere” il ricercato Antonio Ledezma come “presidente alternativo” a quello legittimo. Il “modello siriano” contro la Patria Grande e il socialismo bolivariano.


Durante le giornate internazionali Tod@s somos Venezuela, che si sono svolte a Caracas di recente, ne abbiamo parlato con Martin Guerra, Primo segretario di Izquierda socialista del Perù.

 

Quali sono le politiche e gli obiettivi della sua organizzazione?

La nostra organizzazione nasce in continuità ideale ma anche da una rottura con una certa sinistra latinoamericana che ha abbandonato o tradito la prospettiva rivoluzionaria, e oggi si presenta divisa, frammentata e disorientata. Per questo, abbiamo deciso di fondare una organizzazione, di giovani e meno giovani, molti dei quali hanno lottato contro la dittatura di Alberto Fujimori. Izquierda socialista intende superare dogmatismi e settarismi, ma anche raccogliere e rivendicare gli insegnamenti di Mariategui, della rivoluzione sovietica, di quella cinese, cubana, jugoslava, albanese. Senza dimenticare il contributo innovativo e fondamentale della rivoluzione bolivariana, oggi, dal Venezuela. Il nostro obiettivo è quello di costruire un'alternativa radicale al capitalismo, una prospettiva rivoluzionaria basata sull'alleanza di operai, contadini e di tutti quei settori sociali colpiti dalle politiche neoliberiste per costruire una società socialista.

 

Il Perù ha liberato il dittatore Fujimori, ma tiene in carcere i prigionieri politici delle passate guerriglie e anzi rinnova mandati di cattura a militanti molto anziani, che sono in carcere da diversi decenni. Qual è la vostra posizione in merito?

Accordandosi con i fujimoristi, il presidente Pedro Pablo Kuczynski ha evitato il carcere e ha consentito che uscisse dalla prigione un genocida come Fujimori. Un atteggiamento ben diverso ha tenuto e tiene l'establishment contro i prigionieri politici, a cui non viene neanche attenuato il carcere duro, benché siano anziani e malati. La solita doppia faccia del capitalismo. La posizione della nostra organizzazione è chiara: qualunque siano le differenze che ci possano essere con i prigionieri politici, dobbiamo lottare per la loro libertà, dobbiamo avere a cuore la condizione di qualunque compagna e compagno. Dobbiamo aver chiaro quale sia il nostro nemico: il capitalismo e i governi che ne servono gli interessi. In Perù abbiamo un governo tra i più subalterni dell'America Latina, che svende le risorse del paese e l'indipendenza. Un governo impresentabile e corrotto, come dimostra il profilo di Kuczynski. Ma anche quello di altri ex presidenti non è da meno. Ne abbiamo avuti diversi, colpevoli di furti e genocidi. Uno di loro, Francisco Morales Bermudez, nel 2017 è stato condannato all'ergastolo nel processo a Plan Condor che si è svolto a Roma: in questo caso per l'omicidio di cittadini italo-latinoamericani compiuto dalla rete criminale a guida Cia che ha agito per conto dei dittatori del Cono Sur negli anni 1970 e '80. I media non ne parlano, ma Bermudez è libero, non sta pagando per i suoi delitti. Certo è molto anziano, ma i crimini di lesa umanità non si prescrivono.

Anche Alan Garcia è libero, Toledo è in fuga. Tutti hanno rubato le risorse del paese e imposto politiche neoliberiste e criminali. Di fronte a una evidente crisi di legittimità di questa classe politica, è il momento che la sinistra rivoluzionaria si faccia avanti con decisione: senza farsi paralizzare dalla ricerca di una unità artificiale di tutte le componenti, ma costruendo una valida alternativa di potere che affronti anche la guerra mediatica in corso contro il Venezuela bolivariano.


Dal 13 al 14, a Lima c'è il Vertice delle Americhe. Il governo peruviano spalanca le porte a Trump e alle sue truppe militari, ma impedisce la partecipazione di Nicolas Maduro. Che pensa di fare la sua organizzazione?

Intanto, occorre combattere le posizioni di certe componenti che si dicono di sinistra, oppure anarchiche e che ripetono la cantilena che “Maduro non è Chavez”, come se gli esseri umani non fossero diversi uno dall'altro. Chavez è stato indubbiamente un leader carismatico, ma ha agito all'interno di un processo, di un gruppo dirigente, come sta facendo ora Maduro, non si è certo mosso da solo. Inoltre, a Maduro è toccato affrontare attacchi di ogni tipo che si sono moltiplicati, e finora ne è uscito benissimo, in sinergia con il suo gruppo dirigente e con la creatività del suo popolo. Con grande scorno dei suoi detrattori, Maduro ha dimostrato di essere uno stratega, opponendo risposte efficaci ad ogni nuovo attacco economico e politico delle classi dominanti e dei grandi poteri internazionali: dall'Assemblea Nazionale Costituente, ai Clap, i Comitati di rifornimento e autoproduzione. Purtroppo, anche in Perù è presente una sinistra dei “diritti umani” modello Usa, che riceve molto denaro per influenzare sindacati e organizzazioni. Così molti, in buona o in mala fede, finiscono per essere funzionali alle posizioni del governo e anche di certe mafie interessate a che le cose in America Latina vadano in senso inverso a quello dell'integrazione solidale sud-sud. Invece occorre reagire perché, oggi, difendere il Venezuela nonostante le differenze anche forti che vi possano essere, significa difendere l'avamposto più avanzato proprio in termini di diritti umani. Maduro e il suo popolo stanno mandando un messaggio importante non solo ai popoli dell'America Latina, ma a quelli dell'Africa, dell'Asia, dell'Europa libertaria: a tutti i diseredati del pianeta. Oltre al vertice ufficiale, a Lima, si svoleranno anche quelli alternativi, quello dei Popoli, quello indigeno, bisogna unire le forze per organizzare una grande marcia di sostegno al Venezuela.

 

Anche i venezuelani all'estero si mobiliteranno per sostenere Trump contro Maduro. Che potrà succedere?

In Perù vi sono circa 300.000 venezuelani. Nella stragrande maggioranza si tratta di un'immigrazione politica: persone a cui il governo peruviano ha pagato il viaggio o l'ospitalità o a cui ha offerto bonus e assistenza, anche per portare illegalmente nel paese bambini venezuelani sottratti alle famiglie con la complicità di Ong statunitensi. Ma quel che non viene detto è che il governo di Kuczynski ha reso possibile il voto di questi venezuelani alle prossime elezioni municipali e regionali di ottobre a tempo di record. Una corsia preferenziale fatta apposta per portare voti alla destra, considerando che da 300.000 il numero di questi “migranti speciali” potrebbe salire a 600.000. E' questo tipo di opposizione che marcerà contro Maduro nei giorni del vertice. Nella maggior parte si tratta di mercenari ben foraggiati per cercare di esportare le “guarimbas” a Lima, già viste a più riprese in Venezuela. Ci stiamo organizzando per fare una grande marcia dei popoli, cosciente e organizzata, a fianco del Venezuela, di Cuba e dei presidenti dell'Alba.

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