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Il tweet di Salvini e la distinzione fallace tra liberalismo e liberismo

 

di Thomas Fazi
 

Il tweet di Salvini che invoca «un’alternativa liberale», al di là della comicità involontaria della cosa, ha riacceso (almeno nella mia bolla) l’annoso dibattito, tutto italiano, su una presunta dicotomia tra “liberismo” e “liberalismo”. Vediamo di fare un po’ di chiarezza. Tanto per cominciare, va detto che i termini liberale/liberalismo sono oggetto di una certa confusione anche all’estero. Basti pensare che il termine “liberal” negli Stati Uniti è sinonimo di “centrosinistra” (Partito Democratico) e di un moderato interventismo in economia – un’eredità dell’adozione del termine da parte di Roosevelt negli anni Trenta per descrivere le politiche interventiste (e dunque, a rigor di logica, antiliberali) del New Deal –, mentre per indicare ciò che noi chiamiamo liberismo – che poi altro non è che il liberalismo economico – si usa il termine “economic liberalism” o “free market economics”.


 

Ciò detto, che nella storia siano esistite diversi correnti del liberalismo – financo di stampo socialista! – è evidente. Tuttavia, mi pare difficile asserire – come spesso fanno i liberali, consapevoli della cattiva fama di cui gode il liberismo – che il liberalismo sia qualcosa di completamente diverso dal liberismo, appunto. Il liberalismo delle origini, infatti, aveva molto più in comune con quello che oggi chiamiamo liberismo che con ciò che oggi viene comunemente associato al liberalismo tout court, cioè il liberalismo democratico, in verità una corrente relativamente recente del liberalismo.


Anzi, il liberalismo delle origini – da Locke in giù – non aveva proprio nulla a che vedere con la democrazia nell’accezione moderna del termine (suffragio universale, partecipazione popolare al potere politico ecc.); esso, come è noto, si concentra quasi esclusivamente sull’affermazione di una serie di libertà individuali “innate” e “inalienabili” – che successivamente, è vero, sono state integrate nelle moderne liberaldemocrazie – e in particolare sulla difesa dei diritti proprietari della nascente borghesia contro le ingerenze dello Stato monarchico e del potere politico più in generale.


Tra i suddetti diritti (in verità limitati e circoscritti a una minoranza della popolazione) la proprietà privata era considerata come il diritto per eccellenza, al quale subordinare tutti gli altri diritti e da salvaguardare attraverso una netta separazione tra politica (governo) ed economia (che Marx avrebbe poi stigmatizzato come uno degli elementi fondanti del capitalismo). Francamente mi pare difficile non cogliere le affinità con quello che oggi chiamiamo liberismo.


Per di più, il termine liberaldemocrazia tende ad oscurare il fatto che la moderna fusione tra liberalismo (inteso come garanzia di diritti civili e politici) e democrazia fu il frutto di conflitti violentissimi, che spesso videro democratici e liberali su fronti opposti della barricata. Karl Polanyi, per esempio, a proposito della lotta per il suffragio universale in Inghilterra, cioè nella madrepatria del liberalismo, ci ricorda «l’orrore provato dai liberali degli anni Quaranta [dell’Ottocento] di fronte all’idea del governo popolare» – cioè del suffragio universale – a riprova del fatto che «il concetto di democrazia era estraneo alle classi medie inglesi». Buona parte dei principali pensatori liberali dell’epoca – inglesi e non: Pitt, Peel, de Tocqueville, Macaulay – erano infatti profondamente preoccupati (a ragione) del fatto che «il governo popolare avrebbe contenuto un pericolo per il sistema economico», nota sempre Polanyi.


In altri paesi europei – incluso il nostro: vedi Giolitti – andò diversamente, e furono proprio i liberali a battersi per l’estensione del suffragio universale, cooptando così le classi popolari nella loro battaglia contro i poteri precostituiti (salvo poi, il più delle volte, scaricarli successivamente). Il caso più noto è, ovviamente, quello della Francia rivoluzionaria. Ciò detto, anche quando furono costretti ad arrendersi all’inevitabilità dell’estensione del suffragio universale a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, i liberali non smisero di battersi contro l’idea di “governo del popolo”, in cui cioè le masse potessero accedere direttamente al controllo delle leve dell’economia.


Lo scenario era cambiato ma l’obiettivo era sempre lo stesso: salvaguardare i diritti proprietari delle classi capitalistiche. Come scrive sempre Polanyi, nel corso dell’Ottocento, nel contesto di crescenti pressioni da parte dei lavoratori a favore dell’estensione del suffragio universale, il liberalismo «acquistò un significato completamente nuovo»: «non più la proprietà commerciale ma quella industriale doveva essere protetta e non contro la corona ma contro il popolo».


La soluzione adottata, in un contesto di progressiva estensione dei diritti democratici, fu di rimarcare con forza la netta divisione tra politica (governo) ed economia, “blindando” legalmente e costituzionalmente i diritti e i rapporti proprietari alla base del capitalismo in maniera tale da renderli immuni a qualunque pretesa democratica di modificarli. L’esempio più noto (che in realtà anticipa la diffusione del suffragio universale in Europa) è quella della costituzione americana, la quale, scrive Polanyi, «isolò completamente la sfera economica dalla giurisdizione della costituzione mettendo con ciò la proprietà privata sotto la massima protezione possibile e creò l’unica società di mercato nel mondo che avesse delle basi giuridiche. Nonostante il suffragio universale gli elettori americani erano impotenti contro i proprietari».


Alla luce dell’analisi di Polanyi, dunque, si evince come sia difficilmente sostenibile l’idea che si possa tracciare una distinzione netta tra liberalismo politico (buono) e liberalismo economico o liberismo (cattivo), soprattutto se consideriamo che, in particolar modo dall’inizio del Novecento in poi, l’obiettivo cardinale dei principali pensatori liberali diventa precisamente quello di salvaguardare il capitalismo dagli effetti deleteri – per il capitale, ça va sans dire – della democrazia di massa, soprattutto con l’affermarsi della scuola neoliberale e globalista, esplicitamente antidemocratica, a partire dagli anni Trenta in poi.


Per quel che riguarda l’Italia, credo si debba distinguere tra l’impatto che ha avuto il pensiero liberale nell’Ottocento, in cui effettivamente ha svolto un ruolo importante nell’allargamento dei diritti politici nel nostro paese, da quello che avuto nel corso del Novecento, in cui l’obiettivo principale dei liberali – basti pensare all’esponente italiano più noto, Luigi Einaudi – è stato, all’opposto, quello di circoscrivere il più possibile la sfera dell’azione democratica in economia. Questo si palesò con l’appoggio di molti liberali (incluso Einaudi) al primo fascismo; ma in realtà anche nel secondo dopoguerra – nonostante l’adozione di una carta costituzionale che rigettava con forza il liberalismo economico, che Meuccio Ruini, presidente della Commissione costituzionale, in sede costituente definì sarcasticamente «la scienza dell’ottocento» – l’antikeynesismo di Einaudi (incarnato dal suo pupillo Guido Carli, prima governatore della Banca d’Italia e poi ministro del Tesoro al tempo della firma del Trattato di Maastricht) continuò ad esercitare una forte presa egemonica su tutti i partiti del dopoguerra, incluso il PCI.


È fuori di dubbio, infatti, che l’assunto liberale secondo cui l’intervento pubblico è di per sé sinonimo di “deviazione” rispetto all’operato “naturale” del mercato, convinzione diffusa anche tra le fila del PCI, abbia contribuito a introiettare anche nella sinistra l’ideologia del “vincolo esterno”, cioè della necessità di delegare a un controllore esterno – in questo caso l’Unione europea – la gestione di questioni economiche troppo complesse per essere affidate alla “partitocrazia”.


Per quanto riguarda poi l’asserzione – comune tra i liberali – secondo cui il neoliberismo non sarebbe stato mai applicato in Italia perché lo Stato ha sempre avuto un ruolo di peso nell’economia (e in parte ce l’ha ancora oggi), questo si basa su un’errata concezione di quale sia la reale natura del neoliberismo: si pensa, cioè, che il neoliberismo equivalga a una “ritirata” dello Stato a favore del mercato; in realtà – come era ben chiaro ai teorici del neoliberismo: Hayek, von Mises ecc. – l’introduzione del regime neoliberale ha comportato un ampio e permanente intervento statale, con la differenza rispetto al regime keynesiano che non interviene per mediare tra gli interessi del capitale e quelli del lavoro ma unicamente per consegnare le leve di comando della politica economica nelle mani del capitale e soprattutto degli interessi finanziari, per esempio promuovendo processi di sovranazionalizzazione dei processi decisionali.


In quest’ottica, si può a ragione parlare di una radicale neoliberalizzazione del capitalismo italiano negli ultimi decenni. Insomma, se proprio si vuole trovare qualcosa di buono da salvare della tradizione liberale, da una prospettiva socialista, è la salvaguardia dei diritti individuali, che andrebbero però allargati per includere anche i diritti economici. È invece assolutamente da superare la separazione tra sfera economica e sfera democratica, principio cardine tanto del pensiero liberale. La lotta contro il liberismo, dunque, è in re ipsa lotta contro il liberalismo.

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