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LA NUOVA FORMA DI PROTESTA PACIFICA PALESTINESE CHE RISCHIA DI METTERE IN CRISI ISRAELE

 
 

di Paola Di Lullo


È del 22 febbraio scorso la dichiarazione dello stato di emergenza su Gaza, dove l'economia è sull'orlo del completo collasso.


I residenti della Striscia di Gaza affrontano le conseguenze senza precedenti dell'undicesimo anno di embargo israeliano. Nonostante lo stato israeliano sia obbligato dal diritto internazionale a mantenere condizioni di vita decorose per le persone sotto assedio, il regime ha agito intenzionalmente per strangolare la popolazione civile. Il risultato: aiuti finanziari tagliati, soprattutto quelli provenienti dall'UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, tasso di disoccupazione superiore al 50%, oltre l'80% della popolazione sulla soglia della povertà.

E ancora: sistema fognario completamente fuori uso, liquami direttamente pompati in mare, inquinamento di tutte le falde acquifere, 97% dell'acqua non potabile ; una sola centrale elettrica, ancora funzionante, non può invece lavorare per mancanza di carburante, rendendo l'elettricità disponibile solo 2-6 ore al giorno.


Infine: umento dei crimini, a causa della povertà estrema, il 97% dell'acqua è imbevibile, l'unica centrale elettrica a Gaza non può funzionare a causa della mancanza di carburante e l'elettricità è disponibile solo tra 2-6 ore al giorno.


Proprio da Gaza, in questo desolante quadro, parte un'iniziativa tutta da seguire, quella del Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno) che, in una dichiarazione, ha affermato che i profughi palestinesi sono pronti ad intraprendere delle marce pacifiche verso Israele per tornare alle loro case in conformità con le risoluzioni internazionali. Il Comitato ha invitato i rifugiati a prepararsi per la marcia, poiché "Esistono risoluzioni internazionali sul diritto al ritorno dei rifugiati, in particolare la risoluzione 194, e quei rifugiati eserciteranno il loro diritto in maniera pacifica quando vorranno". "La guerra del 1948 è finita 70 anni fa e non c'è ragione per cui i rifugiati debbano rimanere lontani dalle loro case". La marcia sarà pacifica e popolare. Partirà da Gaza, Gerusalemme, la Cisgiordania, il Libano, la Giordania, la Siria e l'Egitto.


Fonti gazawe parlano di oltre un milione di persone, pronte a muoversi dalla Striscia verso il border che li separa dai Territori Occupati del '48, per attraversarlo ed entrare in Israele. La data della marcia non è specificata, per ovvi motivi di sicurezza, tuttavia si colloca tra fine marzo e maggio. Alcuni pensano che il giorno potrebbe essere il 30 marzo, che in Palestina è la giornata della terra.*

Il piano è questo: famiglie , non gruppi di militanti. Niente armi, niente pietre, niente copertoni incendiari. Eviteranno scontri con le truppe israeliane. Metteranno in campo non solo marce, ma anche sit in e veglie per attirare l'attenzione del mondo sulla RIsoluzione ONU 194.


E Israele, preparato a difendersi da attacchi militari di ogni genere, non è in grado di contenere ed arginare una simile iniziativa. Situazione difficile per uno stato militarizzato che solo con la violenza riesce a rispondere anche alla più pacifica delle iniziative. Per decenni, i soldati israeliani sono stati addestrati per ogni tipo di reazione, in ogni situazione di combattimento. Nel tentativo si assicurare un'occupazione sempre più vorace e permanente, questi soldati hanno ricevuto un addestramento minimo, avendo a che fare con una popolazione poco armata e quindi svantaggiata ed ormai priva di diritti umani. Ma una massa di uomini, donne e bambini che si dirigono pacificamente verso i confini, beh, no, quella non sono preparati ad affrontarla.


E ritorna il ricorso alla minaccia violenta. Dai cieli di Gaza, Apache israeliani starebbero lanciando agli abitanti della Striscia messaggi in pieno stile Protective Edge. Chiunque oserà avvicinarsi a meno di trecento metri (di territorio palestinese) dal confine, sarà ucciso.

 

Di seguito, tradotto, il testo completo della Dichiarazione :

LA GRANDE MARCIA DEL RITORNO - IL RITORNO È LA SCELTA DEL POPOLO

"Con fede e fiducia in Allah, e con la convinzione della sacralità del diritto al ritorno dei profughi palestinesi,

annunciamo l'inizio del ritorno nella nostra patria; abbiamo appena lanciato una marcia che si svilupperà, per tessere i fili del ritorno, dalle speranze dei nostri profughi, i sacrifici dei nostri prigionieri e feriti e le lotte del nostro popolo.

È la continuazione della nostra lunga lotta che include la Marcia del Ritorno del 2011 e la Marcia Globale a Gerusalemme del 2012.

La guerra del 1948 si è conclusa 70 anni fa e non vi è assolutamente alcuna motivazione per impedire ai rifugiati di tornare alle loro case.

Sono state adottate varie risoluzioni internazionali, in particolare la Risoluzione ONU 194 che chiede il ritorno dei profughi. Ora, la decisione è nelle loro mani perché hanno deciso di esercitare il loro diritto inalienabile di ritornare pacificamente quando vorranno.

Molti profughi palestinesi non sono stati espulsi molto lontano dalle loro case; molti vivono a poche centinaia di metri di distanza, o sono semplicemente separati dalle loro case da recinti di filo spinato. È arrivato il momento di tornare.

Le terre, i villaggi e le città dei profughi chiedono il loro ritorno; alcuni di loro sono rimasti disabitati dopo la Nakba. Quindi, perché i profughi non possono esercitare il loro diritto quando possiedono ancora i documenti di proprietà delle loro terre e le chiavi delle loro case?

I rifugiati sono stanchi della miseria dei campi; credono fermamente che le loro terre e le loro case siano più confortevoli dei campi di indegnità. Che cosa impedisce loro, quindi, di lasciare quei miserabili campi e riconquistare la loro dignità?

Non vi è più alcun motivo giustificabile per attendere ulteriori soluzioni politiche che restituiscano i rifugiati nelle loro case; o impediscano all'occupazione di espandere i suoi insediamenti, dalla confisca delle terre alle ripetute aggressioni ed assedi . Perché aspettare?

Il nostro popolo palestinese ha deciso di riprendersi i propri diritti, con i suoi sforzi e con il sostegno delle persone libere del mondo, per tornare pacificamente alle loro terre ed alle loro case, in conformità con le risoluzioni, le leggi ed i principi internazionali dei Diritti Umani.

Di conseguenza, uomini, donne e bambini profughi, provenienti da diversi campi profughi, organizzeranno pacifiche marce popolari verso la Palestina; innalzeranno la loro bandiera nazionale e saranno muniti della risoluzione 194 dell'ONU. Non chiedono altro che esercitare il loro diritto al ritorno.

Lanciamo un appello pubblico: preparatevi a tornare; è una vostra decisione; il suo raggiungimento è già in ritardo.

Stiamo tornando per volontà di Allah e per la determinazione del nostro popolo tenace, sia di coloro che vivono all'interno dei confini palestinesi sia di quelli della diaspora".

 

La pagina Facebook del Comitato :
https://www.facebook.com/maseera2018

 

FONTI : AL MASDAR NEWS
MIDDLE EAST MONITOR
HAARETZ

 

*Il 30 marzo 1976, il regime sionista assassinò sei Palestinesi e ne ferì un centinaio mentre stavano dimostrando in Galilea contro la confisca delle loro terre, su cui Israele intendeva costruire nuovi insediamenti. Il popolo palestinese ha designato questa giornata come la Giornata della Terra o Yom al-Ard per commemorare i caduti negli scontri e per ricordare i crimini israeliani e la lotta per la liberazione dall'occupazione.

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