La propaganda del "diritto di autodifesa di Israele" è il miglior alleato della guerra

La propaganda del "diritto di autodifesa di Israele" è il miglior alleato della guerra

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di Luca Busca

 

Premessa

Il fervido dibattito in merito alla questione palestinese vede una sempre maggiore fetta di popolazione indignarsi nei confronti di quello che a tutti gli effetti ha assunto le caratteristiche di un genocidio. Nonostante un intenso battage mediatico chiamato a promuovere il sostegno a Israele, quasi tutti hanno ormai capito che continuando così la guerra non finirà mai e la questione palestinese rimarrà sempre aperta. Diverso il discorso quando al dibattito partecipano anche soggetti appartenenti alla comunità ebraica. La maggior parte, almeno di quelli che conosco io, è su posizioni antitetiche a quelle di Netanyahu e spesso di area pacifista.

Malgrado ciò sono pochissimi coloro che si dissociano dal genocidio in atto. Questa strana posizione oscillante tra la voglia di pace e lo sterminio è riassumibile nel motto strombazzato da tutti i media occidentali: “il diritto all’autodifesa di Israele”. Personalmente non mi sorprende il contenuto di questa opinione, né le traballanti motivazioni a suo sostegno, perché trovo perfettamente normale che un gruppo fortemente identitario, come è la comunità ebraica, si compatti intorno a un’idea anche se non completamente condivisa.

Ogni opinione poi è degna di rispetto per chi, come me, non crede nel sistema delle competenze e della delega a terzi del sapere e del pensiero critico, né crede in alcun dogma di carattere religioso o scientifico. In sostanza per chi, invece di credere, pensa è facile convincersi che lo facciano anche gli altri. In questo caso mi sorprende, però, la scarsa coscienza in merito a due fattori che caratterizzano l’espressione di qualsiasi opinione inclusa quella del “diritto all’autodifesa di Israele”.

Come tutte le opinioni, anche questa si basa sull’interpretazione soggettiva dei fatti. Ovviamente nell’ambito del pensiero critico non esiste la pretesa di possedere la Verità assoluta né quella di considerare un “fatto” come inoppugnabile. Ogni evento cambia radicalmente aspetto secondo il punto di osservazione e la percezione dell’osservatore. Ognuno di noi assume quindi come propria quell’interpretazione del fatto che sente più vicina e su questa si forma un’opinione. Ogni opinione, poi, conquista più o meno credibilità in base al livello di condivisione della propria interpretazione dei fatti.  La condivisibilità è soggetta a molte variabili come il condizionamento mediatico, l’appartenenza a un gruppo identitario, la capacità e la possibilità di assumere informazioni da fonti alternative, etc. Per fare un esempio, ancora ci sono in giro per il mondo nostalgici fascisti che sono convinti che quando c’era lui i treni arrivavano in orario. Recentemente molte persone hanno creduto che un gruppo di nazisti fosse divenuto “buono” leggendo Kant!

Allo stato attuale l’interpretazione dei fatti su cui si fonda “il diritto all’autodifesa di Israele”, nonostante il gigantesco battage mediatico, è condivisa da una minoranza della popolazione occidentale che non supera il 25%, schiacciata da quel 60% che pensa sia necessario “cessare immediatamente il fuoco” e un 15% di coloro che si rifiutano fermamente di avere una propria opinione. Questo non impedisce ai governanti dei paesi “democratici” di perseguire un interesse diverso da quello del popolo che dovrebbero rappresentare e di manganellare, sempre “democraticamente”, chi protesta in piazza o all’università. Se esaminiamo invece il resto del mondo, parimenti soggetto a una miriade di condizionamenti ma molto diversi tra loro, l’interpretazione dei fatti israeliana non raccoglie consenso alcuno.

Tuttavia non necessariamente la maggioranza possiede la Verità assoluta e neanche l’opinione più “giusta”. Chi dissente dalla maggioranza ha tutto il diritto di avere un’opinione propria diversa e di lottare per essa. È, però, importante che sia cosciente dell’essere minoranza e, soprattutto in un caso come questo, si domandi come mai la propria opinione sia condivisa in modo così scarso nonostante sia quella sostenuta dal potere vigente con tutti i suoi soverchianti mezzi di comunicazione. Questo atteggiamento è necessario per comprendere pienamente il secondo fattore fondamentale di cui essere coscienti: quando si esprime un’opinione bisogna farsi anche carico delle conseguenze.

Quando, come in questo caso, esprimo la mia è normale che faccia infuriare quella parte di mondo occidentale che crede nel “diritto all’autodifesa di Israele”. Quando gli studenti universitari esprimono qualcosa di simile alla mia opinione, spesso vengono manganellati. È un semplice rapporto di causa effetto, io ne sono cosciente, gli studenti universitari, purtroppo, anche. Il dubbio sorge in merito al livello di coscienza di chi sostiene la legittimità dell’autodifesa di Israele mediante il genocidio del popolo Palestinese. Infatti, la conseguenza inevitabile di questa opinione è l’incremento esponenziale dell’antisionismo nei due terzi della popolazione mondiale e nel 60% di quella occidentale.

Per carità, non in tutti i sei miliardi e mezzo di esseri umani che non condividono questa interpretazione dei fatti. Molti sono totalmente disinteressati al problema, una parte, tra cui io, essendo pacifista non diventerà mai anti-qualsiasi minoranza. Rimane però una cospicua parte di mondo che diventerà sempre più anti-sionista. Avere coscienza di questa inevitabile conseguenza significa anche evitare di dare del razzista e del “seminatore d’odio” a chiunque non sia d’accordo con “il diritto all’autodifesa di Israele”. E questo per due buone ragioni, la prima è il sacrosanto diritto ad avere un’opinione diversa, la seconda è perché la responsabilità della prosperità dell’odio è di chi commette o sostiene un genocidio no di chi lo critica.

In sostanza, come diceva un vecchio detto “chi è causa del proprio mal pianga se stesso!” Il razzismo, infatti, non ha nulla a che vedere con la critica della guerra e del genocidio. Non è suscitando i fantasmi del passato che si può cambiare la realtà del presente. Non si può dare dell’antisemita al mondo intero senza sapere che anche i palestinesi sono un popolo semita. Oggi ad essere antisemita e quindi razzista è soprattutto il governo israeliano. Questa ovviamente è un opinione e, in quanto tale, soggetta ai meccanismi sopra descritti, motivo per cui la argomento con le parole di Carlo Rovelli sicuramente più condivisibili delle mie:

“Mi permetta di dire una cosa che credo importante, e vorrei fosse più riconosciuta. La clava dell’accusa di antisemitismo viene brandita a ogni piè sospinto dal governo israeliano contro chiunque lo critichi. Questo è profondamente controproducente per il mondo ebraico, perché trasforma una questione politica e etica in una questione di presunta razza e religione. Leggere il mondo e i suoi inevitabili conflitti, le sue inevitabili gravi divergenze di idee, come conflitti fra razze e religioni: questo è esattamente il razzismo. È esattamente di questo che si alimenta l’antisemitismo. Catalogare le persone per razza, invece che per quello che fanno. La tattica di accusare di antisemitismo chi critica il governo di Israele sta alimentando il razzismo, perché trasforma una questione politica in una questione razziale. Fra i miliardi di persone che oggi chiedono al governo israeliano di fermarsi, c’è una parte molto importante del mondo ebraico.” (https://ilmanifesto.it/carlo-rovelli-aperti-al-mondo-ma-senza-collaborare-al-massacro).

 

L’interpretazione dei fatti

La teoria del “diritto all’autodifesa di Israele” si fonda innanzitutto sulla negazione che quello in corso sia un genocidio. Per verificarne l’attendibilità si può consultare il dizionario Treccani e analizzare la definizione del termine “genocidio”: “Grave crimine, di cui possono rendersi colpevoli singoli individui oppure organismi statali, consistente nella metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui, la dissociazione e dispersione dei gruppi familiari, l’imposizione della sterilizzazione e della prevenzione delle nascite, lo scardinamento di tutte le istituzioni sociali, politiche, religiose, culturali, la distruzione di monumenti storici e di documenti d’archivio, ecc.”

Alla luce di quanto sta accadendo in Palestina è facile affermare che tutti gli elementi elencati sono stati perseguiti da Israele tranne “l’imposizione della sterilizzazione”. Infatti la “prevenzione delle nascite” è stata ottenuta uccidendo direttamente i neonati nelle incubatrici e le madri prima del parto. (repubblica.it-14-11-2023-ospedali neonati morti). Inoltre, anche la Corte Internazionale di Giustizia si è pronunciata in merito con la storica sentenza del 26 gennaio 2024. Ovviamente Israele, con il beneplacito degli Stati Uniti, ha disatteso le misure cautelari previste dimostrando ancor di più l’intento genocida del suo operato. In particolare, oltre a impedire la consegna degli aiuti, ha organizzato un vero e proprio tiro al bersaglio nei confronti dei Palestinesi in fila per ottenere quei pochi che erano riusciti a passare il blocco. (savethechildren.it-gaza-104-persone-uccise-fila-il-cibo).

Un’altra costante dell’interpretazione del “diritto all’autodifesa di Israele” è l’equiparazione tra l’atto terroristico del 7 ottobre e il genocidio in corso. Anche qui il dizionario Treccani è utile a dirimere la questione, il termine “terrorismo” viene così definito: “L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e simili.” È bene specificare che l’aggettivo illegittima riferito alla violenza si rifà al diritto internazionale che, lungi dall’essere pacifista, ammette diverse possibilità e modalità di utilizzo legittimo della violenza.

La lettura dell’elenco delle “azioni” terroristiche evidenzia come la pratica terroristica sia fatta di episodi singoli, anziché essere una forma di guerra basata su un’azione continua, sull’organizzazione di strategie articolate, sulla definizione di un fronte, etc. La storia ci insegna, infatti, che il terrorismo è stato sempre utilizzato da minoranze con l’intento di “incutere terrore in una collettività organizzata per destabilizzarne l’ordine”. È la guerra dei deboli contro i forti. Mettere sullo stesso piano un atto terroristico e un genocidio è impossibile concettualmente. Non si può paragonare l’incutere terrore per destabilizzare con l’annientamento di un’etnia.

Non è solo un problema di numeri di morti che varia a seconda delle situazioni. Se, ad esempio, si prende in considerazione l’ultima guerra mondiale il genocidio del popolo ebraico ha fatto nettamente meno vittime della guerra stessa 6 milioni contro 68 complessivi). In Rwanda nel 1994 vennero uccise circa 900 mila persone, con la complicità di Francia, Belgio e la chiesa cattolica locale. Quasi tutte le vittime erano di etnia Tutsi trucidate dagli Hutu per questioni razziali. I nazisti sterminarono anche 150 mila tra Sinti e Rom, ma la questione è di scarso interesse perché il razzismo nei loro confronti è ancora vivo e vegeto.

Più che i numeri a fare la differenza, con proporzioni drammatiche, tra terrorismo e genocidio sono l’intento e la disparità dei mezzi messi in campo. Il primo è opera di un gruppo militare espressione di una minoranza, il secondo può essere realizzato solo da chi è al potere per mezzo di istituzioni statali in grado di programmare una strategia di lunga durata. Un valido esempio è costituito dalle stragi che hanno afflitto l’Italia tra il 1969 e il 1980. Fatte passare per anni come attentati terroristici addebitati spesso agli anarchici, a volte anche gettandoli dalla finestra della questura, si sono alla fine rivelate azioni svolte con fondamentali complicità istituzionali. I mezzi e il numero di vittime furono nettamente maggiori di quelli degli attentati terroristici cui venivano associate all’epoca e, una volta appurata la realtà, cambiarono il proprio nome e divennero “strategia della tensione”, evidenziando capacità organizzative del tutto diverse dal terrorismo.

In quest’ottica di equiparazione viene spesso citato lo statuto di Hamas, in cui sarebbe previsto il genocidio del popolo ebraico o la sua estirpazione dalla Palestina. Le due versioni, però pur essendo molto distanti tra loro, risultano entrambe almeno discutibili. La prima tende a identificare l’attacco terroristico del 7 ottobre come un genocidio. Ma si tratta di un palese ossimoro in quanto il terrorismo è l’arma dei dominati mentre il genocidio può essere perpetrato solo da chi domina. Il fatto, invece, che Hamas voglia estirpare il popolo ebraico dalla Palestina è una posizione molto probabile, comune a tutti i movimenti antisionisti del mondo. Non solo era anche comune a tutti i movimenti anticolonialisti del ‘900, il cui intento era proprio quello di cacciare coloro che occupavano abusivamente i propri territori e ne impedivano l’autonomia politica, ivi inclusa la Saty?graha di Gandhi, la differenza è data solo all’impiego o meno della violenza.

Che Hamas nei suoi intenti politici aspiri alla conquista dell’autonomia palestinese negata prima dal protettorato britannico, poi dalla costituzione dello Stato di Israele e, infine, dall’occupazione dei territori assegnati dall’Onu allo Stato palestinese è cosa ovvia, e per realizzarla deve necessariamente liberare i propri territori dalla presenza israeliana. Il fatto che intenda realizzare il proprio scopo con l’uso della violenza nasce dalla frustrazione di tutti i fallimenti delle precedenti iniziative pacifiche. In entrambi i casi quella che sfugge, però, è la sostanziale differenza tra Israele e Hamas. Il primo è uno Stato e quindi pratica un genocidio a livello istituzionale, con tanto di approvazione “democratica” in Parlamento, con il supporto dell’Impero e i richiami ufficiali della Nazioni Unite che cadono nel vuoto. Hamas non è uno Stato ma un partito politico, il suo statuto non è una Carta Costituzionale ma solo un programma di intenti con un valore completamente diverso.

Infine, per capire è sempre meglio informarsi alla fonte. Sono andato, quindi, on line e ho trovato questa traduzione in italiano dello Statuto di Hamas. La sua attendibilità non è certificata come nella sua versione originale, va detto però che il Cesnur (Centro Studi sulle Nuove Religioni) è un’organizzazione internazionale fondata in Italia nel 1988 da un gruppo di accademici e studiosi di scienze religiose europei e americani. È indipendente da qualunque organizzazione religiosa o confessionale e non si capisce perché dovrebbe alterare il testo di uno statuto. Dalla lettura del documento non emerge alcun intento genocida e neanche di eradicazione del popolo ebraico. Appare evidente, invece, un deciso antisionismo e una profonda impronta islamica sunnita: www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.

La teoria del “diritto all’autodifesa di Israele” trova uno dei suoi pilastri nella difesa della Democrazia, di cui il paese sionista sarebbe l’unica espressione in Medio Oriente. Israele sarebbe democratica perché il governo è liberamente eletto. Assolta questa incombenza, il sistema resta “democratico” anche quando adotta provvedimenti contrari al rispetto dei diritti umani e civili di base. Per capire meglio Israele può infrangere tutte le norme del diritto internazionale come occupare territori non suoi, inserirci dei coloni, organizzarli in partito, far eleggere i rappresentanti di colonie non riconosciute al governo. Può costringere la popolazione palestinese al coprifuoco aprendo e chiudendo i check point posti a controllo dei territori occupati. Può annientare la libertà di stampa uccidendo i giornalisti, oltre cento dal 7 ottobre più qualche decina prima del genocidio. Può massacrare 13 mila bambini come “danno collaterale”. Può approvare una legge che definisce Israele come la casa nazionale del popolo ebraico, stabilendo di fatto una differenza dei diritti tra cittadini ebrei e minoranza araba. In sostanza essendo un paese democratico si può permettere di fare tutto ciò che è tipico di una dittatura.

D’altra parte la situazione non è molto diversa nel resto dell’Impero Statunitense. La democrazia, anche nella sua accezione limitata della rappresentanza, dovrebbe essere un po’ più articolata del semplice processo elettorale, che ormai avviene in quasi tutto il mondo risultando, però, “libero” solo quando vince una forza politica vicina all’Occidente. Ad esempio, i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario dovrebbero essere separati e regolati da una carta costituzionale che dovrebbe tutelare i diritti inalienabili di tutti i cittadini. In Italia ad esempio il paese “ripudia la guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti”, ma questo non ci impedisce di bombardare la Jugoslavia, la Libia, di dare il nostro supporto a tutte le guerre della Nato e partecipare attivamente a tante altre. Ogni qual volta si crea un piccolo problema di gestione, come per esempio la libertà di scegliere la propria cura, si inserisce una postilla e si aggiusta tutto secondo le esigenze “democratiche”.

Il nostro Parlamento è ormai esautorato dalla sua funzione legislativa per mezzo dell’uso indiscriminato di decreti e richieste di fiducia. Il Governo ha demandato all’Europa la propria sovranità. La magistratura è stata politicizzata con il ricatto delle nomine. Non conosco la carta costituzionale di Israele, ma non credo preveda l’utilizzo del genocidio per sanare i conflitti. Così come quella degli Stati Uniti non prevede quello della tortura, fatto che non gli impedisce di praticarla a Guantanamo, ad Abu Graib e non di rado uccidere rappresentanti della minoranza nera. In Italia ci accontentiamo di uccidere giovani carcerati (Stefano Cucchi e tanti altri) e torturare studenti e non solo durante le proteste di Genova del 2001. Inoltre, è difficile comprendere cosa si intende per libere elezioni se l’offerta della rappresentanza è talmente omologata ai voleri Imperiali che la partecipazione si assottiglia sempre più. Definire democratiche queste istituzioni è piuttosto presuntuoso soprattutto alla luce del fatto che questo modo di agire, la “democrazia”, pretende di essere esportabile a suon di bombe!

Israele più che un paese democratico sembra essere una colonia statunitense, un enclave militare in Medio Oriente deputata a destabilizzare la zona. Area questa che riveste una grande importanza internazionale a causa delle risorse petrolifere presenti sul territorio. Lo stato sionista, nei settantasei anni della sua storia, non ha mai vissuto un giorno di pace. Ha cambiato spesso nemico, scegliendo di volta in volta quello più consono alle esigenze dell’Impero di cui fa parte. Già nel 1948 entrò in guerra con Egitto, Siria, Transgiordania, Iraq e Libano. Ovviamente vinse grazie al supporto americano e occupò la Galilea orientale, il Negev e una striscia di territorio fino a Gerusalemme, insediandosi nella metà occidentale. L’attrito con l’Egitto durò anni e sfociò nella guerra del 1956, vinta da Israele grazie all’intervento diretto delle frange britannica e francese dell’Impero, fortemente danneggiate dalla nazionalizzazione del canale di Suez da parte di Nasser. L’intervento dell’Onu fece sì che i territori egiziani tornassero in possesso dei legittimi “proprietari”, in cambio Israele ottenne lo sblocco della navigazione nel golfo di ?Aqaba, che l’Egitto aveva impedito con la chiusura dello Stretto di Tiran.

Nel 1967 è la volta della guerra “dei sei giorni”, Israele distrusse l’aviazione di Egitto, Siria, Giordania e Iraq e occupò Gaza e il Sinai a danno dell’Egitto, la Cisgiordania e la parte araba di Gerusalemme a danno della Giordania, gli altopiani del Golan a danno della Siria. Nel 1973 ebbe luogo la guerra del Kippur, fermata anche questa solo grazie all’intervento dell’Onu che restituì il Sinai all’Egitto sempre in cambio della riapertura del Canale di Suez chiuso dal 1967. Nel frattempo la situazione geopolitica del Medio Oriente comincia a cambiare: l’Iraq tra un colpo di stato e l’altro manda al potere il partito Ba’th di ispirazione socialista e panaraba e favorevole a un avvicinamento all’Unione Sovietica.

Solo nel 1979, con la presa del potere da parte di Saddam Hussein si registra un’inversione di rotta a favore dell’Impero. Sempre nel 1979 la rivoluzione islamica degli Ayatollah spodestò il regime filo americano e instaurò la Repubblica Islamica. Suddam Hussein fu usato nella guerra contro l’Iran fino a quando non “alzò troppo la cresta” e fu abbattuto dal micidiale uno due di Bush padre e figlio, impiccato in perfetto stile far west e sostituito da governi fantoccio.

Nel 1970 in Egitto era salito al potere Anwar al-Sadat, che introdusse progressivamente l’economia di mercato avvicinandosi sempre più all’Impero statunitense. Nel 1978 il sodalizio raggiunge il suo apice con gli accordi di Camp David che valsero al terzo Presidente della Repubblica egiziana il Nobel per la Pace e gli costarono il sogno panarabo. Da allora l’Egitto, tra Mubarak e Al-Sisi, non si è più allontanato dai dettami statunitensi.

La Giordania nel 1980 si schierò con l’Iraq nella guerra contro l’Iran in cambio di petrolio, finendo così nel vortice dei voleri imperiali. Tra gli anni ‘90 e il 2000 l’economia di mercato ha dato luogo a forti privatizzazioni, esportazioni di fosfati e acciaio. Questo non ha impedito le grosse difficoltà economiche che tengono lontana, per ora, la Giordania dai conflitti medio orientali.

Il Libano invece è stato silenziato con l’invio di oltre 2 milioni di profughi palestinesi, determinati dalla nascita e dall’espansione dello Stato ebraico. La conseguente guerra civile ha devastato un paese che aveva trovato un raro equilibrio nella convivenza di cattolici maroniti, musulmani sunniti, musulmani sciiti, cristiani greco-ortodossi e drusi. Nonostante ciò, nel 1978 e nel 1982, Israele, in anticipo sui tempi, invase il Libano per sradicare il male palestinese dal sud del paese. Dal 1989, dopo il ripristino della pace interna, si sono susseguite infinite scaramucce tra Hezbollah e Israele tanto per tenere alta la tensione.

Anche la Siria, dove i sunniti sono prevalenti, ha vissuto anni di tranquillità e rispetto delle minoranze religiose sotto il governo filo sovietico di ??fi? al-Asad. Nel 2000 gli è succeduto il figlio Bašš?r al-Asad, l’odierno Assad, indicato come dittatore sanguinario o attento riformatore secondo le convenienze del momento. La primavera araba dà spazio ad alcune rivendicazioni che, nonostante una nuova carta costituzionale e un referendum che conferma Assad alla guida del paese, sfociano ben presto in una guerra civile con il governo sostenuto da Russia e Cina e la variegata opposizione islamica sostenuta dall’Impero anglo-americano. I curdi entrano in gioco sconfiggendo l’opposizione e sostituendosi a loro nella guerra civile. Abbandonati dagli americani vengono attaccati dai turchi, ma raggiungono un accordo con il Governo di Assad. Dal 2018 è iniziato un lento processo di ricostruzione, rallentato dall’embargo Occidentale. La guerra civile ha distrutto il paese portando la Siria ai vertici mondiali della triste classifica dei flussi migratori, nonostante contasse solo poco più di 20 milioni di abitanti.

Gli interventi statunitensi nell’area non si contano più ormai. La maggior parte di essi è stata ed è indirizzata ad alimentare la faida tra sunniti e sciiti che, però, prima del 1980 non aveva mai acquisito le caratteristiche di una guerra. Gli americani hanno finanziato oltre a Saddam Hussein contro l’Iran, anche i Talebani contro l’Unione Sovietica, generando così prima al-Qaeda e poi l’Isis. Hanno fomentato la guerra in Siria e quella nello Yemen, appoggiando l’Arabia Saudita. Hanno ucciso il generale Soleimani e organizzato altre amene scorribande per inasprire i conflitti con l’Iran. Israele ha seguito i precetti imperiali, proclamando l’Iran nemico pubblico numero uno. Il raid al consolato iraniano in Siria del 1° aprile scorso, che ha ucciso tredici persone tra cui il generale Mohammad Reza Zahedi, è l’espressione palese della volontà di elevare il livello di scontro.

L’attacco è una palese violazione del principio di inviolabilità delle sedi diplomatiche, ancor di più perché eseguito da un esercito regolare, quello israeliano, in un paese sovrano terzo, la Siria, nei confronti di un paese che non è in guerra, l’Iran. In sostanza l’inizio di una guerra senza neanche il preavviso della dichiarazione. In base all’articolo 51 della Carta dell’Onu all’Iran viene “riconosciuto, in quanto oggetto di un attacco armato contro uno Stato membro dell'ONU, il diritto di autotutela individuale o collettiva, fino a quando il Consiglio di Sicurezza non abbia adottato le misure necessarie per il mantenimento della pace.”

Attacco avvenuto il 14 aprile con centinaia tra missili e droni, respinti per il 99% a detta della propaganda Occidentale. Israele ovviamente ha risposto immediatamente con un attacco a una base militare il 19 aprile e via guerreggiando. Mentre scrivo Europa e Stati Uniti stanno studiando nuove sanzioni economiche contro l’Iran e l’incremento degli aiuti a Israele per spiegare al mondo il profondo senso di giustizia della “democrazia”..

Se Israele avesse a cuore solo la propria sicurezza non avrebbe alcun interesse ad inasprire conflitti in Medio Oriente. Certamente non è il popolo israeliano ad aver voluto 75 anni di guerre e di terrorismo, non è nel suo interesse. Nonostante questa evidenza, qualsiasi governo sia stato “democraticamente” eletto, da quelli di sinistra del Mapei e dei Laburisti a quelli di destra del Likud, stranamente ha continuato a perseguire le politiche di guerra e di occupazione di territori, nonostante i molteplici richiami dell’Onu in merito:

“Ricordiamo pure che l’ONU definì il sionismo una forma di razzismo, ma qualche anno più tardi, su pressante richiesta degli USA, tale dichiarazione fu annullata. Va osservato che nel Consiglio di sicurezza dell’ONU siedono in permanenza USA, Russia, Francia, Inghilterra e Cina che hanno il diritto di veto. In totale il Consiglio di sicurezza ha emanato circa 69 risoluzioni concernenti la Palestina e/o Israele. Altre 29 risoluzioni sono state bloccate dal veto degli USA perché erano sfavorevoli a Israele . Quasi sempre gli USA hanno richiesto delle modifiche attenuanti. Per questo motivo molte risoluzioni emanate dal Consiglio di sicurezza e concernenti Israele sono piuttosto blande e/o non sono imperative.

Va pure osservato che l’ONU, e in particolare il Consiglio di Sicurezza, sono sempre stati perfettamente a conoscenza della situazione reale in quanto informati accuratamente dalle speciali commissioni di vigilanza o d’inchiesta dell’ONU create di volta in volta (per esempio il rapporto ufficiale dell’ONU sui territori occupati da Israele del 1995). Israele si è quasi sempre opposto alla presenza di osservatori internazionali o dell’ONU, e quando tale presenza era inevitabile ne ha spesso intralciato l’opera anche con la forza (per esempio nel 1948 i sionisti hanno ucciso il conte Bernadotte inviato speciale dell’ONU, nel 2002 hanno rifiutato la commissione d’inchiesta su Jenin). Spesso Israele ha ignorato le risoluzioni o altri accordi in modo platonico e provocatorio (per esempio annunciando la creazione di nuovi insediamenti nei territori occupati proprio il giorno successivo all’ingiunzione/accordo di sospendere gli insediamenti, ecc.).

Nell’autunno 2000 l’ONU ha votato (contrari solo USA e Israele) ben 8 risoluzioni di condanna di Israele per la sua politica nei territori occupati e deciso l’invio di osservatori internazionali e di una commissione di inchiesta il cui lavoro è però ostacolato dal divieto israeliano di indagare sul terreno. Successivamente altre risoluzioni che intimavano a Israele di ritirarsi dai territori occupati sono rimaste lettera morta. Malgrado possieda già un armamento nucleare, Israele non ha firmato il trattato contro la proliferazioni delle armi nucleari, contro le mine antiuomo, ecc. Israele non ha applicato gli accordi di Ginevra adducendo come pretesto che non era applicabile ai “terroristi” palestinesi. Fino a pochi mesi fa nelle carceri israeliane la tortura era legale e veniva applicata regolarmente.” (www.assopace.org-focus-palestina-le-risoluzioni-del-consiglio-di-sicurezza-e-dell-assemblea-generale-dell-onu).

Ultimamente, nonostante i pubblici, quanto finti, richiami finalizzati al contenimento del genocidio gli Stati Uniti, di fronte alla richiesta vincolante di un immediato cessate il fuoco presentata al Consiglio di Sicurezza, nel dicembre 2023, hanno posto il veto. (unric.org-gli-stati-uniti-mettono-il-veto-alla-risoluzione-su-gaza-che-chiedeva-un-immediato-cessate-il-fuoco-umanitario). A oggi nessuna delibera dell’Assemblea e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stata rispettata da Israele che non ha però sofferto alcuna conseguenza.

Viene spontaneo domandarsi, vista l’esclusione del popolo israeliano, chi può avere interesse a mantenere il Medio Oriente in uno stato permanente di guerra? A chi fanno comodo questi conflitti? Ovviamente le ostilità sono necessarie agli Stati Uniti per continuare ad applicare la propria strategia del divide et impera, mantenendo alta la tensione tra i vari paesi. In questo modo nessuna forza o alleanza araba può conquistare quella posizione dominante che potrebbe ristabilire l’equilibrio nella regione. Israele, sin dalla sua nascita, ha avuto questa funzione destabilizzante e la ha realizzata per mezzo di guerre dirette nei paesi limitrofi e innescando ripetutamente la questione palestinese con l’occupazione di nuovi territori e vessazioni continue alla popolazione.

Negli ultimi tempi Arabia Saudita e Iran hanno raggiunto un accordo di pace per lo Yemen e sono entrati, insieme a Emirati Arabi Uniti ed Egitto, nei BRICS. Sicuramente non buone notizie per l’egemonia commerciale americana nella zona. Così improvvisamente la questione palestinese si è riaccesa con la “follia” di Hamas che, con moto scassate e improvvisati deltaplani, ha bucato il leggendario Iron Dome e aggirato la mitica “intelligence” del Mossad. Come risposta Israele ha prontamente organizzato un vero e proprio genocidio che non può lasciar indifferenti né i vicini paesi arabi né le coscienze sopravvissute all’olocausto dello spirito critico occidentale.

A ben guardare, infatti, non è neanche la prima volta che sunniti e sciiti trovano il modo di convivere pacificamente tra loro e anche con le minoranze cristiane, dei drusi e altre ancora. L’Impero Ottomano ha controllato la regione sino al termine della I guerra mondiale senza grossi problemi nella gestione delle diverse religioni presenti nei territori, nell’800 fu anche stabilita l’uguaglianza di fronte alla legge tra le diverse confessioni. Solo in pieno declino, nel 2015, i “Giovani Turchi” al governo dell’Impero, in un delirio a metà strada tra il nazionalismo e la jih?d islamica, decisero di sterminare la popolazione armena rea di essere cristiana e vicina alla Russia. Nessun attrito però tra sunniti e sciiti.

Fino alla II guerra mondiale la zona è stata in gran parte protettorato britannico, in piccola parte francese e in altra, come la Turchia, l’Arabia Saudita e la Persia (Iran dal 1935), indipendente ma non troppo. Anche in questo caso pochi e nulli i problemi tra le diverse confessioni.

Dal 1948, anno della costituzione dello Stato di Israele, progressivamente cominciarono a conquistare l’indipendenza anche gli Stati limitrofi e non mancano esempi di convivenza pacifica, come quelli del Libano, della Siria, dell’Iraq, etc. precedentemente illustrati. Lo Yemen è un paese in cui sunniti e sciiti si equivalgono come numero e fino al 2014 hanno convissuto pacificamente. In Arabia Saudita e negli Emirati Arabi le minoranze sciite vengono rispettate dalle schiaccianti maggioranze sunnite senza alcun problema. Ma l’esempio più eclatante è la simbiosi tra i “cattivi” del momento: Hamas, composto interamente da sunniti, strettamente alleato, finanziato e sostenuto dall’Iran dove gli sciiti sono il 90%. L’Isis, invece, è a maggioranza sunnita con una minoranza di wahhabiti, gli oltranzisti che hanno dato vita ad al-Qaeda e al movimento dei talebani. Inspiegabilmente il Califfato non sostiene i fratelli palestinesi, preferendo prendere le difese dell’Ucraina facendo attentati in Russia.

Da questa breve analisi risulta evidente che la divisione e i conflitti in Medio Oriente seguivano e seguono una logica diversa di quella della faida tra sunniti e sciiti. Alla luce delle infinite ingerenze, forniture di armi, aiuti e quant’altro, praticate dagli Stati Uniti a favore di discutibili collaboratori, è più probabile che sia la necessità dell’Impero Americano di dover sopperire alla perdita dell’egemonia economica con quella militare a disegnare l’instabilità conflittuale dell’area. Ed è abbastanza chiaro che per raggiungere lo scopo usi Israele.

Sebbene ufficialmente gli Usa abbiano una sola base militare sul territorio israeliano, nel Negev, regione a sud del Paese (ansa.it-prima-base-militare-usa-in-israele), la collaborazione militare è strettissima. Israele sembra possedere un arsenale nucleare che la colloca al sesto posto tra le potenze nucleari dopo America, Unione Sovietica, Inghilterra, Francia e Cina. Grazie alla tecnologia gentilmente offerta da qualche misterioso benefattore, queste testate vengono prodotte  in uno stabilimento segreto collocato, guarda caso, proprio nel deserto del Negev. (www.peacelink.it-pace). Dal 7 ottobre al 6 marzo gli Stati Uniti hanno effettuato oltre cento invii di materiale bellico a supporto del genocidio palestinese. (washingtonpost.com-06-03-2024-us-weapons-israel-gaza).

Dopo l’assalto al consolato iraniano e al successivo botta e risposta, una coalizione bipartisan del Congresso americano ha presentato una mozione per incrementare i finanziamenti per la “difesa” di Israele, nonostante i vari, quanto finti, predicozzi di Biden e compagnia guerrafondaia sulla maggiore attenzione ai danni collaterali, come i 13 mila bambini massacrati. (www.washingtonpost.com). Il 20 aprile anche Trump si è adeguato e il provvedimento è passato alla camera con 60 miliardi di aiuti all’Ucraina e 26 a Israele di cui 9 per gli aiuti a Gaza! (www.ansa.it-20-04-2024-camera-usa-approva-gli-aiuti-allucraina).

Inoltre, “Il principale fornitore di armi ad Israele sono gli Stati Uniti, [95%] che fin dalla nascita dello stato di Israele, nel 1948, hanno contribuito a finanziare l’esercito israeliano e il settore industriale bellico del paese. Attualmente forniscono armi per un valore di 3,8 miliardi di dollari ogni anno (3,5 miliardi di euro), in base all’ultimo accordo decennale firmato nel 2016 che stanziava 38 miliardi di dollari (35 miliardi di euro) in aiuti militari, di cui 5 (4,6 in euro) destinati alla difesa missilistica. Israele poi usa i fondi che riceve dagli Stati Uniti per acquistare armamenti dalle industrie statunitensi.

La lunga relazione fra i due paesi prevede che Israele possa contare sul cosiddetto “vantaggio militare qualitativo”: dal 1973 gli Stati Uniti si impegnano a fornire al governo israeliano armi di qualità migliore rispetto ad altri paesi del Medio Oriente suoi alleati. Nella pratica questo accordo significa che Israele ha una sorta di diritto di prelazione sulle ultime tecnologie belliche prodotte da aziende statunitensi. L’accordo è stato sfruttato ad esempio per richiedere una fornitura di 50 jet F-35 Joint Strike Fighter, considerati i più tecnologicamente avanzati mai costruiti.

Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, il Senato americano ha approvato lo stanziamento di ulteriori 14 miliardi di dollari di aiuti (12,9 miliardi di euro), che comprendono fondi per il sistema antimissilistico «Iron Dome» ...”. (ilpost.it-10-04-2024-chi-vende-le-armi-a-israele). Pensare che gli investimenti americani possano essere una forma di beneficienza è puerile. In un’economia di mercato ogni dollaro speso deve rientrare e anche con un margine di utile. Seppur giganteschi, i proventi della fortissima lobby delle armi statunitense, non possono giustificare da soli investimenti di questa portata. È logico pensare quindi che ci sia un ulteriore ritorno economico, come nelle licenze di sfruttamento dei pozzi petroliferi iracheni, e, soprattutto, un tornaconto politico importante.

 

Conclusioni

L’elemento che più di ogni altro mina la credibilità della teoria del “diritto all’autodifesa di Israele” è la ricerca della Pace, che resta solo presunta. Un paese che si trova in guerra da 75 anni farebbe di tutto per ottenere la pace, se il suo scopo fosse quello della sopravvivenza. Nello specifico della questione israelo-palestinese la pace invece è una chimera inseguita a parole ma sfuggita nei fatti. Il problema pace in realtà sarebbe più semplice di quanto appare a prima vista. Infatti, le ipotesi di soluzione del problema apparse dalla nascita dello Stato di Israele in Palestina sono solo quattro.

  1. Un unico Stato a gestione democratica sotto l’egida delle Nazioni Unite. La soluzione è stata rifiutata drasticamente da Israele, con la motivazione della differenza numerica della popolazione, che assicurerebbe alla maggioranza araba di governare senza soluzione di continuità. È chiaro che trovarsi costantemente all’opposizione in un sistema democratico moderno non fornisce garanzie idonee di sicurezza. Fatto ben noto ai nativi americani e alle minoranze afro e ispano-americane, agli aborigeni australiani, ai filorussi in Donbass, ai cattolici irlandesi, etc. etc.
  2. La soluzione a due Stati. In realtà più che una soluzione è uno stato di fatto stabilito all’atto della costituzione dello Stato di Israele con la risoluzione dell’Assemblea Generale dell'ONU n. 181 del 29 novembre 1947. Il Piano di partizione della Palestina prevedeva due Stati, uno arabo e l’altro ebraico con Gerusalemme dotata di uno statuto particolare sotto l’egida dell’ONU. La soluzione ovviamente non risultò gradita agli Stati arabi limitrofi che persero così porzioni di territorio.

Motivo per cui sono cominciate le guerre sopra descritte che, grazie al sostanziale supporto della casa madre imperiale, hanno portato in dote nuovi territori. Una volta obbligata dalle Nazioni Unite alla pace con i vicini paesi sovrani, Israele ha proseguito la sua politica di colonizzazione dei territori attribuiti all’ancora nascente Stato Palestinese. Ancora oggi la Palestina ha raggiunto solo lo stato di paese osservatore all’Onu e non è riconosciuto dalla comunità internazionale Occidentale. Per capire la portata del fenomeno della colonizzazione, condannato da decine di risoluzioni di Assemblea e Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, basta mettere a confronto l’evoluzione cartografica dei confini di divisione tra i “due Stati”:

 

 

Oltre ad occupare territori, Israele ha approntato, già da molti anni, delle “linee di sicurezza” dotate di check point per controllare il passaggio dei palestinesi. Questo sia per la Striscia di Gaza sia per la Cisgiordania. Sono previsti orari rigidi al di fuori dei quali il passaggio è impedito come ha spiegato molto bene Francesca Mannocchi nei suoi reportage. (www.la7.it-propagandalive-reportage-di-francesca-mannocchi-da-tel-aviv è fortemente consigliata anche la visione degli altri).

Tra il 1993 e il 1995 furono firmati gli accordi di Oslo 1 e 2. Nonostante un premio Nobel e tante belle speranze, la destra israeliana prima uccise Rabin e poi intensificò il processo di colonizzazione della Cisgiordania, dando così ampia dimostrazione di non aver alcuna intenzione di rispettare gli accordi. Eppure sarebbe facile, anche il cattivissimo Ismaïl Haniyeh, capo dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato: “Sciogliamo il nostro braccio armato se nasce uno Stato palestinese entro i confini del 1967”. (www.ansa.it-18-04-2024-hamas-sciogliamo-braccio-armato-se-nasce-stato-palestinese) Con i confini del 1967 si intendono in realtà quelli esistenti prima della guerra del Kippur, stabiliti dall’Onu nel 1947, quindi la completa restituzione dei territori occupati. Con Stato Palestinese si intende, invece, indipendenza e autodeterminazione, senza la presenza dell’esercito israeliano per gestire il lager a cielo aperto di Gaza e l’occupazione della Cisgiordania.

  1. La terza soluzione è costituita dallo spostamento dello Stato Ebraico in un luogo più protetto. Ad esempio una porzione di territorio all’interno degli Stati Uniti che metterebbe al sicuro l’intera popolazione dagli attentati terroristici islamici. Una sorta di 51° Stato della federazione, che costerebbe anche meno ai cittadini americani. Infatti, se i tanti miliardi di dollari spesi in armi fossero investiti in strutture e infrastrutture produttive, la laboriosa popolazione israeliana nel giro di pochi anni diventerebbe una risorsa per lo Stato Federale anziché essere un costo.

La pace in Medio Oriente sarebbe assicurata dalla Lega Araba che, in assenza di ingerenze statunitensi, troverebbe il suo equilibrio come ha sempre fatto nei secoli scorsi. Per ulteriore sicurezza si potrebbe spostare la sede delle Nazioni Unite a Gerusalemme creando, così, quell’extraterritorialità che garantirebbe ai fedeli l’accesso ai propri luoghi sacri. Ovviamente più che una soluzione questa è un’utopia in quanto gli Stati Uniti non rinunceranno mai, almeno finché l’Impero resiste, a sobillare per mezzo di Israele divisioni, guerre e quant’altro torni utile per conservare quell’egemonia economica che sta rischiando di perdere. Il tutto trincerandosi dietro il principio etico-religioso ebraico della restituzione di una Terra Promessa, che lo stesso Dio ha garantito anche ai suoi fedeli cristiani e islamici.

  1. Infine, la quarta soluzione, quella che Israele e Stati Uniti stanno perpetrando da decenni: la deportazione nei paesi limitrofi dell’intera popolazione palestinese. 2 milioni di profughi furono collocati in Libano, molti altri in Giordania a causa dell’espansione dei territori occupati, un bel po’ uccisi (circa 70 mila dal 1948), con l’attuale genocidio poi chi non morirà di fame sicuramente troverà il modo di scappare da qualche parte. Rispetto alla soluzione n. 3 questa, a parità di scarsa eticità di principio, presenta anche tre sostanziali differenze: la prima è che è una soluzione in atto senza nessun avvallo internazionale; la seconda è che non porterà mai la pace ma stratificherà ulteriormente l’odio antisionista; la terza è l’unica accettata e sostenuta da Israele.

Quanto scritto sin qui resta comunque un’interpretazione soggettiva dei fatti e quindi, come tutte le altre, soggetta al vaglio della sua condivisibilità. A sua difesa va detto che le fonti usate per la ricostruzione dei fatti sono tutte mainstream, cioè fonti occidentali dedite più al sostegno che alla critica dell’operato di Israele. Questo dimostra le crepe profonde che caratterizzano la credibilità della tesi del “diritto all’autodifesa di Israele”. In conclusione la mia opinione, costruita su questa ricostruzione dei fatti, varia poco rispetto alla premessa esposta all’inizio di questo testo.

Fermo restando il rispetto per le opinioni diverse dalla mia, credo che la scarsa condivisibilità della tesi filo israeliana risieda fondamentalmente nei risultati raggiunti sino ad oggi. In 75 anni non un passo è stato fatto verso la pace. Negli ultimi sette mesi Israele è riuscito a massacrare tanti palestinesi quanti ne aveva uccisi negli anni precedenti. L’odio è cresciuto a dismisura e la coscienza del popolo israeliano in merito alle conseguenze dell’operato del proprio governo si è abbassata. Coscienza significa anche farsi carico delle proprie responsabilità e, quando le cose non funzionano, cambiare rotta, trovare altre soluzioni.

È vero che spesso il popolo non condivide le scelte della rappresentanza che ha eletto. Spesso si vota in base a condizionamenti non sempre così palesi. La paura, quella in cui il popolo ebraico ormai vive da 17 secoli, è il peggiore dei consiglieri. Giustificazioni queste che però perdono consistenza di fronte a un genocidio. Un crimine orribile da cui il popolo ebraico dovrebbe dissociarsi con forza per poter dimostrare al mondo di non essere complice di atti che hanno come unico scopo l’espansione infinita di quell’odio antisionista che destabilizza e tiene viva la tensione in Medio Oriente. Odio che non sfumerà in tempi brevi e che porterà conseguenze per decenni. È necessario sviluppare la coscienza in merito alle proprie responsabilità se si vuole conquistare quella serenità che solo la pace può portare. Solo elevando la propria coscienza si possono comprendere le ragioni dell’altro e, soprattutto, gli interessi che muovono le pedine sulla scacchiera della guerra.

Arroccarsi sul “diritto all’autodifesa di Israele” significa semplicemente rinunciare alla pace, significa voler vivere in perenne stato di guerra. Anche nel momento in cui Israele e gli Stati Uniti riuscissero a rendere definitiva la soluzione n. 4, ci saranno sempre milioni di sunniti o di sciiti pronti a ribellarsi all’imperialismo statunitense. La pace non si può ottenere seminando odio, occupando territori, compiendo un genocidio. La pace si raggiunge solo sedendosi a un tavolo e comprendendo le ragioni dell’altro, cosa che Israele ha solo fatto finta di fare, mancando poi di rispettare gli accordi raggiunti.

Sta quindi al popolo ebraico in Israele e nel resto del mondo cambiare rotta e intraprendere la strada verso quella pace che non ha mai avuto.

Luca Busca

Luca Busca

Inizio il mio percorso giornalistico nel 1982, nel 1984 ottengo l’iscrizione all’albo dei pubblicisti come collaboratore del quotidiano La Repubblica e dell’Agenzia Giornalistica Telegraph. Entrato nel mondo musicale live come ufficio stampa, fondo, alla fine del 1984, la mia prima azienda di organizzazione di eventi musicali.  Dal 1987 al 2002 ho curato sei edizioni del Roma Live Festival, la rassegna Rock della capitale.
Come direttore di produzione ho poi partecipato alla realizzazione di Reality show, lavorando in Messico, Santo Domingo, Kenya, Sudafrica e India. Sono stato
commerciante, e amministratore di un’azienda che si occupava di fotovoltaico. Nel frattempo sono tornato a fare il giornalista occupandomi prima di arte (Next Exit), di viaggi (omonimo inserto di Repubblica) e ora di vino e olio per la rivista e la guida Bibenda. Sono anche docente presso la Fondazione Italiana Sommelier. Da un paio di anni scrivo per il blog Sinistrainrete e l’AntiDiplomatico

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