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'La rivoluzione ci ha dato diritti e dignitÓ, casa, lavoro', intervista alla ministra venezuelana dei popoli indigeni Aloa Nu˝ez

 


di Geraldina Colotti


Allegra e colorata, non passa inosservata, Aloa Nuñez, Ministra dei popoli indigeni e vicepresidente per i popoli indigeni del Partito socialista unito del Venezuela (PSUV). La incontriamo durante le giornate del Foro di San Paolo, che si sono svolte a Caracas anche per ricordare i 65 anni dalla nascita di Hugo Chávez, ex presidente del Venezuela, scomparso il 5 marzo del 2013.

A vent’anni dall’inizio della rivoluzione bolivariana, qual è il bilancio dei popoli originari e il tuo di donna e militante?

Prima della rivoluzione bolivariana, la precedente costituzione, quella del 1961, conteneva un solo articolo riguardo al riconoscimento dei popoli indigeni e delle loro comunità: il 77 in cui si auspicava che gli indigeni potessero far parte della nazione. Come dire che non eravamo neanche considerati parte della nazione. Le battaglie delle nostre antenate e dei nostri antenati non ebbero esito se non con la rivoluzione bolivariana. Già prima di essere eletto presidente, Chavez firmò una dichiarazione di impegno in cui prometteva che avrebbe saldato il debito storico con le nostre popolazioni, accumulato in oltre 500 anni. E mantenne la parola. Quando venne lanciata l’Assemblea nazionale costituente, incorporò tre rappresentanti indigeni. Si passò così da un articolo che ci denigrava a un capitolo che ci riconosceva in tutti i nostri diritti, fin dal preambolo della costituzione che definiva il Venezuela come una società multiculturale e multilingue. Da allora cominciò a cambiare la nozione di quel che significava essere venezuelano e essere indigeno. Noi giovani ricevemmo slancio per le nostre battaglie. Io allora avevo 17 anni, ero appena entrata nell’università nel Zulia, dove vivevo. Appartengo al popolo wayu. Abbiamo occupato il rettorato per far valere i nostri diritti nelle università pubbliche a cui avevano accesso soprattutto i ricchi. Ho iniziato come coordinatrice dell’Associazione degli studenti indigeni, crescendo con la rivoluzione e acquisendo ogni giorno di più la certezza che se l’imperialismo ci attacca con ogni mezzo, è perché siamo sulla strada giusta, perché contrapponiamo un sistema di inclusione alla ricerca sfrenata del profitto e al beneficio per pochi, che caratterizza il sistema capitalista. La gran maggioranza della popolazione indigena del Venezuela è chavista, perché la rivoluzione ci ha dato diritti e dignità, casa, lavoro, esercizio libero della nostra cultura, e noi consideriamo Chávez come il nostro libertador. Per quanto ci sia ancora molto da fare, i principi sanciti nella nostra costituzione non sono rimasti lettera morta come in altri paesi. Ora lavoriamo all’organizzazione del potere popolare indigeno.

In che modo?

Il presidente ci ha invitato a costruire un movimento unitario a partire dal PSUV, e lo abbiamo denominato Movimento indigeno unito del Venezuela. Ad agosto si organizzerà il congresso. Abbiamo già realizzato oltre 1.160 assemblee nelle 2.500 comunità esistenti. Secondo il censimento realizzato nel 2001, siamo il 2,7% della popolazione: circa 724.000 abitanti corrispondenti a 44 popoli indigeni, 36 dei quali hanno mantenuto il proprio idioma. Il Ministero dei popoli indigeni ha la funzione di fare da tramite con le istituzioni del paese per orientare le politiche pubbliche.

Spesso si levano lamentele secondo le quali vi sarebbero favoritismi nei confronti della etnia wayu a cui tu appartieni. E’ così?

Sì, lo so, mi chiedono spesso: perché vai sempre nel Zulia? Bisogna però considerare che, secondo le statistiche, lì vive il 60% della nostra popolazione. In Amazona o nello stato di Bolivar c’è una maggior diversità di popoli indigeni, nel primo 19, nell’altro 16, però numericamente la popolazione è minore. Nel Zulia vi sono 440.000 nativi, i wayu sono il 55% della popolazione indigena. Tuttavia, in questo nuovo movimento unitario abbiamo stabilito un portavoce per ognuno dei nostri popoli, e questo vale anche per i wayu benché siano più numerosi. Portiamo avanti un principio di equità, che verrà ulteriormente sviluppato anche nei lavori dell’Assemblea Nazionale Costituente.

Qualche anno fa si è parlato dei nativi pemones in merito agli sforzi compiuti dal governo bolivariano per riportare indietro la Pietra Cueca, simbolo identitario della popolazione, venduta alla Germania. Ora, invece, i pemones sequestrano i rappresentanti del governo, lo accusano di massacri e prestano il fianco alle manovre dell’opposizione. Che sta succedendo?

In merito alla pietra Cueca stiamo facendo il necessario per riportarla in patria, appoggiando la richiesta dei pemones, con i quali ci riuniremo nei prossimi giorni. Purtroppo, l’immagine dell’indigeno puro, innocente e profuso di un’aura quasi soprannaturale che diffondono i grandi media, è molto lontana dalla realtà, soprattutto dove vi sono grandi interessi. Bisogna invece guardare alle contraddizioni per come si presentano e alle cause che le producono. La Gran Sabana è una zona mineraria dove esiste il traffico illegale di oro. Il governo ha stabilito l’Arco Minero appunto per regolare lo sfruttamento minerario, organizzare i minatori e toglierli dal traffico illegale in una zona che contiene il Parco nazionale, una delle zone sottoposte ad amministrazione speciale (ABRAE). Non si può negare che esistano pemones che si dedicano al traffico illegale dell’oro, ma moltissimi altri partecipano legalmente all’economia locale, allo sviluppo del turismo di prossimità. Dobbiamo lavorare al recupero di questi fratelli deviati dall’influenza del capitalismo. Negli scontri tra trafficanti di oro e la FANB nessuno ha raccontato della presenza di franco tiratori che sparavano sui due lati.  Il 23 febbraio, Emilio Gonzalez, sindaco della Gran Sabana, ha comprato delle casse di viveri e ha diffuso le foto di indigeni che li trasportavano in barca, facendo credere che si trattasse degli “aiuti umanitari” inviati dagli USA per Guaidó. Altri mercenari hanno sequestrato un camion e vi hanno apposto la scritta “aiuti umanitari”.
Lo hanno denunciato gli stessi leader delle comunità indigene. Il sindaco si è poi inventato una inesistente repressione per lasciare l’incarico e fuggire in Brasile, e così il governo regionale ha dovuto assumere la responsabilità di tutto il municipio.

Cos’è successo il 23 febbraio alla frontiera con il Brasile?

Mentre l’opposizione stava organizzando il suo show con gli “aiuti umanitari”, insieme al professor Aristobulo e ad altri compagni e compagne del partito ci siamo recati alla frontiera tra Venezuela e Brasile, per organizzare una mobilitazione. Ci siamo riuniti con il consiglio dei caciques del popolo pemon. Gruppi mercenari contrattati dal sindaco cercavano di provocare violenze. Hanno attaccato la guarnigione dove ci trovavamo, mentre parte del contingente militare si era recato all’aeroporto dove l’opposizione aveva organizzato un’altra parte dello show. Chi ha fatto lo sforzo più grande per difenderci sono state miliziane e miliziani del popolo pemon, che hanno parlato con il resto della popolazione per disinnescare quell’azione armata che era stata predisposta per provocare un massacro da usare a fini mediatici. Un colonnello che era uscito per parlamentare è stato aggredito e ferito con spray urticante, ma non ha voluto dar ordine alle nostre truppe di rispondere. Loro sparavano e dal nostro campo si rispondeva solo con bombe lacrimogene. Molti indigeni si sono presi gli spari e hanno rischiato la vita. Noi non volevamo andarcene, ma a un certo punto è arrivato l’ordine di lasciare la guarnigione perché eravamo noi l’obiettivo degli attacchi. Mentre il nostro elicottero si alzava in volo, sono arrivati degli spari e ce la siamo vista brutta. Ma il loro piano è fallito, quando hanno visto tutta quella gioventù agguerrita lottare per il proprio spazio, se ne sono andati. La unica via per la partecipazione piena dei popoli indigeni è la rivoluzione bolivariana. Lo abbiamo visto nel 2002 quando sono state sospese le garanzie costituzionali per tornare alla situazione precedente, toglierci di nuovo i nostri diritti. Per questo non crediamo alle false promesse dell’opposizione, sappiamo chi sono e cosa sono capaci di fare.

E tutto questo risulta nel rapporto dell’Alta Commissaria per i diritti umani Michelle Bachelet?

Assolutamente no, è una vergogna. Il rapporto non ha neanche nominato la riunione che abbiamo avuto per una mattinata intera a Puerto Ordaz con la commissione tecnica di Bachelet. Oltre 70 persone, in maggioranza indigene, hanno testimoniato su quei fatti, hanno raccontato di aver ricevuto gli spari di quegli assassini, ma la loro voce è stata cancellata.

A proposito dell’Arco Minerario, qual è la posizione dei popoli indigeni?

Nell’Arco Minerario si trovano ricchezze naturali da proteggere, purtroppo si tratta di una zona dove l’estrattivismo illegale è diffuso da molto tempo. Si deve regolare lo sfruttamento delle risorse con il minor impatto possibile, organizzare i minatori, definire un territorio controllato insieme alle 115 comunità indigene che vivono lì. Abbiamo consultato tutti, sia le imprese che le comunità, le concessioni che sono state approvate hanno avuto il consenso delle popolazioni indigene, tutto è stato fatto nel rispetto della consulta previa libera e informata. Le tappe del progetto vengono discusse a approvate dalle comunità locali. Alcuni componenti delle comunità indigene locali hanno deciso di far parte della ricerca dall’interno dell’impresa, altri dall’esterno e vengono consultati per ogni decisione.

Quali proposte portano i popoli originari nell’Assemblea Nazionale Costituente?

Dobbiamo avanzare nella decolonizzazione reale del Venezuela e per questo l’educazione interculturale non deve solo essere indirizzata ai popoli indigeni, ma essere rivolta a tutti, a tutta la società, solo così possiamo riconoscerci e riconoscere da dove veniamo, noi indigeni non dobbiamo chiuderci in una bolla. Poi c’è da precisare meglio il rapporto tra la giustizia indigena e quella ordinaria, stabilire relazioni giuste e regole certe. Inoltre bisogna includere nella costituzione il decreto che stabilisce che a eleggere i rappresentanti politici degli indigeni devono essere gli stessi indigeni.
 
Qual è la condizione della donna nelle comunità originarie?

Io sono femminista, nel senso che credo nella assoluta e reciproca complementarietà dell’essere femminile e maschile. La donna, soprattutto nel popolo wayu è un essere speciale. La nostra è una società matrilineare, se una donna wayu si sposa con un non wayu i figli mantengono l’identità wayu, se un uomo wayu si sposa con una che non è della comunità, i figli perdono il lignaggio che si dà per via materna. La donna è simbolo di pace, amore, unità. In altre popolazioni indigene, invece, non esiste lo stesso rispetto, la donna lavora molto ma viene dopo l’uomo, certe volte nelle riunioni deve chiedere il permesso all’uomo per partecipare. Stiamo lavorando perché questa situazione cambi, coinvolgendo le donne nell’attività politica. In questo Foro di San Paolo ci siamo resi conto che la rappresentanza indigena è a maggioranza composta da donne: ci sono 4 uomini su 25 rappresentanti.

Che cosa vi aspettate dal Foro di San Paolo?

In questo ultimo anno, si è andato consolidando lo spazio di incontro dei popoli originari di diversi paesi. Vogliamo che da questo spazio nasca una commissione di lavoro permanente che unifichi tutte le organizzazioni indigene di sinistra che fanno vita nel Foro e che questo ci permetta di definirci come fratelli e sorelle senza frontiera, che qui ci siamo ritrovati a discutere di colonizzazione, diplomazia dei popoli indigeni, uniti nell’appoggio al presidente Nicolas Maduro, nel rifiuto delle sanzioni e del blocco economico-finanziario e nel respingere il vergognoso rapporto di Michelle Bachelet.
 
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