La visita di Xi nelle "crepe" dell'Ue e della NATO

La visita di Xi nelle "crepe" dell'Ue e della NATO

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di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico

Probabilmente le visite di stato del Presidente cinese Xi Jinping in corso in vari stati europei in questi giorni passeranno alla storia come il momento nel quale si è sancita la definitiva rottura tra la Cina e l'Unione Europea, oltre che per il tentativo cinese di introdurre – comunque – due cavalli di troia nell'architettura europea provando così a minarla dall'interno.

Lo stesso Financial Times ha così commentato l'arrivo del Presidente Xi Jinping nel Vecchio Continente dopo cinque anni di assenza: «Xi is probing for cracks in the EU and Nato» [«Xi sta sondando le crepe nell'UE e nella NATO»].

-Secondo la disamina del giornale economico britannico la Cina, per ragioni strategiche ed economiche, vorrebbe rompere l'unità della NATO e dell'UE, ed è a questo che mirava con le visite in Francia, Serbia e Ungheria: «Each of these countries is seen as a potential lever to open cracks in the West» [«Ciascuno di questi paesi è visto come una potenziale leva per aprire crepe in Occidente».]

- Più Precisamente, argomenta FT, secondo Pechino, il Presidente Macron, “affascina” per la sua retorica sull'autonomia strategica europea rispetto agli Stati Uniti, ma poi conclude: «but the Chinese risk overestimating the radicalism of Macron's ideas when it comes to NATO». [«ma i cinesi rischiano di sopravvalutare il radicalismo delle idee di Macron quando si tratta della NATO».]

- Anche visita in Serbia porta con sé un "messaggio geopolitico" ha scritto il giornale britannico, questo perché coincide con il 25° anniversario del bombardamento della NATO sull'ambasciata cinese a Belgrado durante la guerra del 1999 .

Se il Financial Times non è stato tenero con il Celeste Impero, il Telegraph forse è stato ancora più duro, visto che sostiene che Pechino avrebbe lanciato “una guerra economica contro l'Occidente”. A dimostrazione di questo il giornale londinese di orientamento conservatore, indica come prova le seguenti circostanze: ci sarebbero sospetti degli inquirenti che ad hackerare il Ministero della Difesa britannica - con la conseguente perdita di informazioni riservate - sarebbero stati proprio i cinesi. Altra prova, secondo il Telegraph, sarebbe che la Cina ha assiduamente coltivato, promosso e pagato un contingente di sostenitori di alto rango nei più importanti circoli politici, finanziari, imprenditoriali, legali, accademici e di  qualsiasi altro tipo al fine di facilitare silenziosamente il suo percorso verso l’accesso, l’influenza e il controllo della ricchezza e del potenziale di innovazione del Regno Unito.

Personalmente ritengo che le argomentazioni del Financial Times abbiano fondamento e che in un secondo momento, siano state suffragate dalle circostanze. Al contrario risultano pretestuose e particolarmente aggressive le critiche del Telegraph; in una situazione di grave crisi geopolitica come quella che stiamo vivendo, tutti i paesi sostanzialmente in lotta tentano di spiare o hackerare gli altri per carpire informazioni che potrebbero rivelarsi vitali, certamente questo lo fanno anche gli inglesi il cui esercito ha un'intera brigata (la 77° Bgt) adibita esclusivamente al Cyber Warfare. Il medesimo discorso vale per quanto riguarda la presunta lobby di sostenitori che Pechino avrebbe creato. La cosa in sé è possibile, un po' come fanno tutte le grandi potenze, risulta invece difficile credere che i cinesi lo abbiano fatto con la finalità di derubare gli inglesi delle loro ricchezze, non foss'altro che, per il semplice fatto che i ricchi sono i cinesi e che semmai sono i britannici ad aver bisogno delle ricchezze dell'Impero di Mezzo per andare avanti. Lo stesso ragionamento si può fare al riguardo del “potenziale di innovazione” britannico; Pechino è avanti anni luce all'Europa (e anche alla Gran Bretagna) per quanto riguarda l'innovazione tecnologica in tutti i campi. Forse in Europa dovremmo abbandonare la mentalità coloniale e accettare il fatto che i nostri ex colonizzati ci hanno superato.

Se queste illustrate erano le aspettative (soprattutto da parte anglosassone e Nato) le cronache, a partire dalla visita di Xi a Parigi, hanno dimostrato che il viaggio si è concluso in un nulla di fatto dal punto di vista militare, diplomatico e geostrategico infatti il Presidente cinese ha ribadito di non essere interessato alla sedicente conferenza di pace sull'Ucraina che si terrà in Svizzera. E' infatti assente, perché non invitato alla conferenza, il suo principale alleato (la Russia) che è, peraltro, anche parte in causa del conflitto. L'unica apertura, poco più che simbolica, che Macron ha ricevuto da Xi è stata l'adesione alla proposta di tregua olimpica in Ucraina lanciata da Macron stesso. Sul piano economico invece è da segnalare che il Presidente francese si è detto disponibile ad accogliere investimenti cinesi nel suo paese (bella forza, con una posizione finanziaria netta in passivo per 1000 miliardi di dollari, gli investimenti esteri sono vitali per evitare alla Francia la bancarotta in stile argentino, nda) mentre si è detto preoccupato per la concorrenza sulle auto elettriche che i cinesi possono fare alle case automobilistiche francesi ed europee, visto l'enorme vantaggio sia di processo che di prodotto acquisito dall'industria cinese.

Da notare che al vertice tra Xi e Macron ha partecipato anche la von der Leyen (verrebbe da pensare che a Washington hanno deciso di tenere il Presidente francese a guinzaglio stretto) la quale, facendo il verso alla Yellen, ha accusato Pechino di avere un eccesso di  capacità produttiva che poi viene “smaltita” con politiche commerciali aggressive sui mercati mondiali che danneggiano gli altri competitors compresi quelli europei. A tale proposito la Presidente della Commissione ha affermato che l'EU è pronta ad imporre dure misure di interdizione commerciali ai prodotti cinesi. Da notare però che anche Macron ha parlato di eccessivi squilibri nella bilancia commerciale con la Cina in una intervista al quotidiano la Tribune, segno questo di quanto il tema abbia importanza strategica. 

Va anche detto che i cinesi, sull'argomento, non sentono ragioni e sono pronti a rispondere colpo su colpo anche ad eventuali dazi imposti dall'Unione Europea. Infatti è di qualche tempo fa la notizia che le autorità di Pechino hanno aperto un'inchiesta per violazione delle regole di mercato per quanto riguarda l'importazione di brandy europeo in Cina. Insomma, i “mandarini rossi” hanno già la scappatoia legale per imporre misure di ritorsione all'Europa su un suo prodotto d'eccellenza e di grande successo in Cina. 

La visita a Belgrado di Xi può essere considerata la rappresentazione di un idillio tra le élites dei due paesi. Questo sia a causa del fatto che 25 anni fa avvenne – da parte della Nato - il bombardamento dell'ambasciata cinese a Belgrado, sia a causa delle vicende legate al Kosovo e a Taiwan sulle quali i due presidenti hanno di fatto costruito un parallelismo politico per il quale la Serbia incassa l'appoggio cinese contro l'indipendenza del Kosovo. La gemma certamente più preziosa posta a suggello di questo idillio è stata l'annuncio di un accordo di libero scambio che verrà firmato dai due paesi il 1° Luglio di quest'anno. Accordo che non è certamente una buona notizia per l'Unione Europea, perché Belgrado è candidato ad entrare nell'Unione Europea e dunque nel mercato comune: l'esistenza di un accordo di libero scambio con il Celeste Impero rende la Serbia un cavallo di troia attraverso il quale Pechino potrebbe aggirare eventuali dazi e sanzioni europee.

Ultima tappa di Xi è stata quella a Budapest, dunque in un paese già facente parte della UE anche se politicamente dissidente sia su temi etici, sia sui rapporti con la Russia. Dunque anche in questo caso Xi trova un insperato alleato in Orban che è anche “socio in affari” per quanto riguarda lo strategico settore dell'automotive. Infatti la casa automobilistica cinese Byd produrrà le sue auto elettriche in uno stabilimento in in costruzione a Szeged, nel sud dell'Ungheria. Peraltro nel territorio ungherese è già presente una fabbrica di autobus elettrici sempre della Byd: fatto questo che attesta come l'Ungheria sia il trampolino di lancio dal quale il settore automotive elettrico cinese lancia la sua sfida ai concorrenti europei. Inutile dire che la localizzazione all'interno dell'area del mercato unico europeo è uno scudo micidiale che rende impossibile qualsiasi minaccia di sanzioni o dazi che gli altri leader europei volessero mettere alle temutissime auto cinesi.

In definitiva se per i cinesi l'incontro principale Xi con Macron e la von der Leyen è da ritenersi andato male, va comunque aggiunto che i cinesi hanno forse trovato due cavalli di Troia in Belgrado e Budapest in grado di espugnare la Fortezza Europea.

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