L'esercito neoliberale in affanno

L'esercito neoliberale in affanno

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di Paolo Desogus

Con la crisi del parlamentarismo e la fine dei partiti tradizionali si è formata in Italia una melassa antipolitica, apparentemente "in", perbene, al passo coi tempi, che agisce soprattutto sui social media.



Giornalisti affiliati a quotidiani liberal che non legge più nessuno, scrittori da strapazzo, docenti universitari con qualche comparsata televisiva alle spalle, starlette della musica, del cinema e del teatro senza arte né parte: da tempo questo esercito di influencer più o meno accreditati partecipa attivamente al discorso politico per promuovere la propria immagine.

In questa comitiva di borghesucci, donne in carriera, rampolli dell'Italia bene non manca anche qualche politico, ma in generale si tratta di influencer con agganci più o meno forti con associazioni, case editrici, giornali, centri studi, gruppi di potere, consorterie a loro volta dipendenti da grandi cordate economico-finanziarie.

La loro funzione è  quella di imporre stili e modi di comportamento improntati all'ideologia neoliberale per mezzo di posture vagamente intellettuali, tendenze cosmopolite, suggestioni liberal. 

Instagram e Twitter sono le loro piattaforme predilette. La loro comunicazione è comunque autogestita, ma solo apparentemente libera perché è finalizzata all'autoproduzione a alla personale ascesa sociale. In base alla capacità e ai contenuti che questi influencer sono in grado di trasmettere si aprono per loro nuove possibilità di guadagnare una pubblicazione importante, un articolo su qualche rivista, un'intervista, un'apparizione da Fazio o dalla Gruber, o ancora un invito a qualche evento riservato e soprattutto frequentato da quel mondo che conta. E che all'occorrenza paga.

Con la crisi prodotta dall'epidemia questo mondo, apparentemente solido, sta entrando in crisi. L'elemento ideologico neoliberale che lo teneva insieme è in affanno: l'antistatalismo feroce, l'interclassismo, l'esaltazione della politica estemporanea, leggera e disimpegnata (vedi alla voce Sardine), la trasfigurazione del discorso politico in gesto estetico, in posa acchiappa like, tutta questa roba rischia di non funzionare più. I loro post stonano con l'attuale contesto. Le loro foto sono ora fuori posto, troppo lontane dal paese reale.

Basta scorrere le pagine di Twitter per assistere a una vera e propria crisi di nervi di queste figure non abbastanza note per essere vip, ma sufficientemente influenti per formare insieme un esercito che sino a ieri distribuiva dal basso quotidiane pillole di ideologia neoliberale. Di fronte però alla richiesta di protezione da parte dei cittadini, ovvero la richiesta di più stato, più intervento pubblico questo mondo non sa più come reagire. Tanto per fare qualche esempio la scrittrice di casa Einaudi, Fuani Marino, qualche giorno fa invitava a fottersene della salute degli ultrasettantenni; la seguiva la giornalista di Repubblica Guia Soncini in un attacco al sistema sanitario nazionale a suo avviso inadeguato: se si pagasse per andare in ospedale ci sarebbero, secondo lei, meno malati. Non manca nemmeno Fedez, già punto di riferimento politico-culturale di Repubblica, che insieme alla compagna ha donato 100mila euro al San Raffaele, ospedale privato diretta emanazione dei grandi potentati che hanno distrutto la sanità lombarda: fare buone azioni sì, ma solo se sono anche un investimento in amicizie importanti.

Si potrebbero fare lunghe liste di queste figure che ambiscono a far parte dello star system televisivo e mediatico. Si tratta di un esercito di influencer, a cui non di rado si associano persino dei politici. È di oggi ad esempio l'attacco infame di Giorgio Gori che denunciava l'abbandono da parte dei medici pubblici dei malati più gravi, lasciati morire senza cure. Si tratta ovviamente di falsità, lanciate disperatamente per contrastare l'inattesa avanzata delle idee che ora promuovono più stato, più sanità pubblica, più solidarietà e meno individualismo..

Badate, non c'è nessun complotto, non c'è una coordinazione. Si tratta di un sistema che si autoregola e che coinvolge soprattutto figure medie del mondo dei social, in molti casi solo alla ricerca di qualche strapuntino, di qualche posto al sole in un giornale, una casa editrice, un programma televisivo. Questo esercito agisce dal basso seguendo non direttive sui contenuti, ma sul loro messaggio ideologico. Non ci vorrebbe nulla per spazzarlo via. Basterebbe la politica, quella vera. Quella che non rinuncia alle prospettive culturali concrete, come ad esempio quella per un nuovo socialismo.

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