MIG29. Armi a Kiev e le ragioni dietro il "cambio di strategia" Nato

MIG29. Armi a Kiev e le ragioni dietro il "cambio di strategia" Nato

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La Slovacchia - che è un membro della NATO - sta fornendo all’Ucraina degli aerei da combattimento MIG29, velivoli sovietici teoricamente ancora validi, ma di cui non è dato sapere lo stato di usura.

L’invio di aerei da caccia è un salto di qualità non indifferente, che si inserisce con coerenza nelle strategie NATO ma che potrebbe determinare un’accelerazione del conflitto.

Mandare in Ucraina armi di produzione sovietica piuttosto che armi occidentali è una cosa che ha senso dal punto di vista tecnico e che al contempo nasconde precisi interessi economici.

Prendiamo il caso dei carri armati: sono stati inviati in Ucraina i Leopard di produzione tedesca. Per addestrare adeguatamente gli equipaggi e i meccanici ucraini all’uso di quei veicoli potranno servire mesi e in una situazione emergenziale come quella attuale non è facile togliere uomini dal campo di battaglia per mandarli all’estero ad esercitarsi.

Ovviamente i carristi ucraini sanno già usare i veicoli di produzione sovietica e i derivati. Ancor più problematica sarà la logistica, i carri Leopard sono dotati di armamento che ovviamente è nei calibri della NATO e quindi le munizioni che attualmente adopera l’esercito ucraino non sono adatte.

Ciò significa che nella struttura logistica praticamente si raddoppia il lavoro. Tutto ciò - unito a forti dubbi sulle qualità tecniche dei Leopard- fa pensare che l’invio di armi occidentali possa non essere di grande aiuto all’esercito ucraino, ovviamente sempre che quelle armi le adoperino gli ucraini e non dei soldati della NATO che magari figurino come mercenari di agenzie private oppure come volontari.

Per queste ragioni da un punto di vista puramente tecnico, è molto più razionale inviare in Ucraina armamenti di produzione sovietica o simili (come i MIG29) piuttosto che quelli occidentali. Mandare ad esempio gli F35 non avrebbe senso: i piloti non li sanno adoperare, i meccanici non li sanno riparare, le armi in dotazione sono di diverso tipo, la struttura non si integra con quella attualmente in uso in Ucraina, etc. 

I paesi ex-patto di Varsavia inviando i propri armamenti di epoca sovietica accelererebbero il processo di conversione negli standard NATO: comprando nuove armi che verosimilmente gli saranno vendute dagli americani.

Sarebbe sbagliato pensare che gli Stati Uniti impongano ai membri della NATO di inviare le proprie armi in Ucraina solo al fine di alimentare lo scontro e in definitiva di aumentare la destabilizzazione. L’apparato militar-industriale statunitense vuole che i membri della NATO svuotino i propri arsenali al fine di farglieli rinnovare con propri prodotti.

Nelle forze NATO i prodotti e le forniture sono standardizzati, i principali fornitori (che in alcuni casi sono gli unici) sono proprio le industrie statunitensi. Gli USA obbligano i paesi della NATO a disfarsi di parte dei propri arsenali inviandoli in Ucraina: per non rimanere sguarniti -soprattutto in una fase così delicata- questi paesi sono costretti a comprare nuovi armamenti, che gli vengono venduti proprio dagli Stati Uniti.

Mentre i paesi europei si trovano a fronteggiare la peggiore crisi dal dopoguerra, devono anche subire un taglieggiamento da parte degli Stati Uniti, la stessa cosa che sta accadendo con le sanzioni commerciali. In sostanza, Washington sta fronteggiando la crisi che colpisce l’industria americana imponendo ai paesi della NATO l’acquisto di prodotti americani.

Questa iniezione di denaro europeo nel sistema americano è incrementata anche dalla pretesa della NATO che i membri aumentino la percentuale di PIL da destinare agli armamenti. Tutto ciò mentre da noi si taglia lo stato sociale e l’industria va a rotoli.

Alberto Fazolo

Alberto Fazolo

Alberto Fazolo. Laureato in Economia, esperto di Terzo Settore e sviluppo locale. Giornalista. Inizia l'attività giornalistica testimoniando la crisi del Kosovo e la dissoluzione della Jugoslavia. Ha trascorso due anni in Donbass, profondo conoscitore delle vicende ucraine. Attivo nei movimenti di solidarietà internazionalista, soprattutto in contrasto con le operazioni di "Regime change".

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