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 Momenti drammatici in Cile. Parlano due protagonisti dell’opposizione a Piñera

 
 
– Articolo di Michele Metta –
 

I fratelli Lorena e Danilo Monteverde sono due dei ragazzi sommatisi all’oltre un milione di persone scese in strada a Santiago, la Capitale del Cile, questo venerdì, per dire basta a Piñera, il presidente di Destra che, nei giorni precedenti, aveva drammaticamente imposto il “toque de queda”, il coprifuoco, e mandato i carrarmati a tentare di schiacciare la democratica protesta popolare contro il suo governo che, da un capo all’altro del Paese andino, montava; coprifuoco e carrarmati, come non accadeva dai tempi di Pinochet, il dittatore impostosi grazie a un golpe militare voluto e appoggiato dalla statunitense CIA.

 
Inevitabile partire da lì, dal colossale gesto di donne e uomini di ogni età che in un monumentale fiume, con coraggio, hanno levato il loro NO.
 

La prima a rispondermi è Lorena. Mi spiega commossa come in quel momento abbia come non mai avuto chiaro il senso della frase “El pueblo unido jamás será vencido”. “Il popolo unito non sarà mai sconfitto”. L’ha visto, il nobile significato di quelle parole, nell’essere tutti mano nella mano, gli uni con gli altri, abbracciati, in nome delle libertà civili. Le fa eco Danilo, aggiungendo di aver sentito palpabile, tra cartelli e bandiere che si levavano, la presenza di quei cileni che si opposero a Pinochet, e che persero la vita. Era essere i loro eredi: una sensazione da pelle d’oca, che ha colmato ognuno di orgoglio.
 

Entrambi sottolineano come è solo il primo passo verso un Cile finalmente diverso. Perché, ora che quella storica marcia è terminata, sorgono e si moltiplicano i Comitati cittadini per il cambio della Costituzione, affinché la Carta Fondamentale perda definitivamente tutti i connotati che hanno finora condannato il Cile al perpetuarsi di una disuguaglianza sociale fondata sul liberismo selvaggio introdotto da Pinochet ma non esauritosi con la caduta del tiranno; disuguaglianza che non può né deve essere tollerata oltre.

 
Né può essere tollerata – aggiungono – l’ideologia pinochetista che ancora pervade in larga misura il corpo dei Carabinieri del Cile. E, infatti, sono stati proprio Carabinieri infiltratisi in incognito tra i manifestanti quelli che hanno dato luogo alle violenze. È stata la maniera cercata – mi spiegano – per tentare di far credere che il loro non fosse un movimento democratico di popolo, ma di esaltati pronti al saccheggio e alla brutalità.
Una finzione – sottolinea Lorena – andata avanti nel mentre i Carabinieri stessi sparavano senza pensarci due volte contro gente pacifica, provocando morti su morti. Parole che Lorena prontamente accompagna a tabelle ufficiali. Le leggo, e sono dati che modificano il corso del mio respiro: 997 feriti ricoverati negli ospedali, non pochi dei quali gravi, come quelli che hanno subìto danni permanenti alla vista; 3162 detenuti, di cui 343 minori d’età. La fotografia del Cile sotto Piñera: quella di una Nazione che non può purtroppo dirsi democratica. Danilo mi descrive come stiano emergendo prove di veri e propri centri di tortura di Stato, come quello che nei giorni passati ha agito presso un Commissariato di Santiago, nella zona di Peñalolen; o quello impiantato nei sotterranei della metro Baquedano, in pieno centro cittadino. Tutto reso possibile dai poteri speciali conferiti alle Forze Armate da Piñera. Quei poteri speciali che hanno condotto all’impune prelievo di inermi dalle loro stesse case.
 

Abusi che stavano per spingersi fino all’arresto di una equipe di giornalisti in viaggio dall’Argentina per documentare l’evolversi degli eventi. “Ma ce ne siamo accorti per tempo, e siamo riusciti a evitarlo”, chiosa fiero Danilo.
 
Già, il diritto all’informazione. Chiedo se ritengano che giornali e TV cileni l’abbiano garantita, e sia Lorena che Danilo sono concordi nel dirmi che stampa e televisione del loro Paese sono purtroppo stati servi del potere, fornendo la versione di comodo di gente inferocita senza un motivo, in preda a follia collettiva. Tutto il contrario di quel che davvero accadeva.
 

Ma proseguono dicendomi che la manifestazione di massa ha costretto anche i mezzi di informazione più accondiscendenti con Piñera a mostrare il mare magnifico e tranquillo che ha percorso il Cile tutto, dal Nord sabbioso al Sud innevato. Che i gesti di speranza sono molteplici, come quello che ha visto protagonista il ventunenne militare David Veloso Codocedo, il quale, di fronte all’ordine di attaccare i propri stessi connazionali, ha deposto la propria arma al suolo, innanzi al suo ufficiale superiore. Un atto di grande coraggio, pagato con il carcere.
 

Entrambi i fratelli concludono dicendosi pieni di speranza, anche se aggiungono che le parole dei più anziani, di chi il golpe pinochetista l’ha vissuto, li invitano indubbiamente a restare vigili, perché la dittatura non ritorni.
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