"Noi ex-dipendenti dell’Ambasciata libica, sotto il ricatto di un governo che non c’è"

"Noi ex-dipendenti dell’Ambasciata libica, sotto il ricatto di un governo che non c’è"

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di Michelangelo Severgnini

 

Conobbi Hatem Abed ormai un anno fa, quando si trattò di allestire la prima presentazione del libro “L’Urlo - schiavi in cambio di petrolio”. Fui omaggiato all’improvviso della visita di Abdul Hadi Al-Huweej, politico libico, che aveva anche scritto la prefazione del libro. Cercammo pertanto all’ultimo momento un traduttore dall’Arabo all’Italiano nei dintorni di Roma ed è così che lo conobbi. (nella foto mentre traduce durante la presentazione).

Una persona preparata, sempre disponibile e di una gentilezza d’altri tempi. Insomma, un vero Palestinese!

In questo ultimo anno ci siamo sentiti diverse volte e il suo contributo è stato sempre prezioso, non solo per la sua preparazione, ma anche per quei tratti mani di cui parlavo che aggiungono sempre qualcosa di assai prezioso.

Ora che la vicenda che lo coinvolge è uscita allo scoperto, ho deciso di intervistarlo io, di farmi raccontare cosa sta passando e di farci spiegare il senso di tutto questo. 

Di recente infatti lui e i suoi colleghi, in tutto 11 ex-dipendenti dell’Ambasciata libica in Italia, hanno scritto un appello perché vengano riconosciuti i loro diritti dopo l’ingiusto licenziamento avvenuto il 31 dicembre 2020.

Nelle pieghe di questa vicenda infatti non c’è soltanto una storia personale, ma la storia di un pezzo d’Italia e delle sue relazioni con la Libia.

Anzi, il comportamento arrogante e quel senso d’impunità che accompagnano oggi il cosiddetto governo di Tripoli, così evidenti in questa vicenda, sono lo specchio di una situazione denunciata tante volte nell’Urlo.

 

 

Quando hai cominciato a lavorare per l'Ambasciata libica d'Italia? In cosa consisteva il lavoro e come ti sei trovato? Immagino ci sarà stato parecchio lavoro in occasione del trattato di amicizia Italia-Libia...

Ho cominciato a lavorare in ambasciata all'inizio del 2001. Per la cronaca, allora era denominata "Ufficio Popolare della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista". All'inizio il mio lavoro consisteva nella traduzione della corrispondenza e degli articoli dei giornali riguardanti la Libia, il mondo arabo, l'Africa e sulla situazione politica e sociale ed economica italiana, perché mi sembrava che la Libia fosse molto interessata a rafforzare i rapporti con l'Italia e sanare le ferite del passato soprattutto dopo la visita del presidente Massimo D'Alema nel ’99 e la restituzione della Venere di Leptis Magna.

Certamente mi ricordo benissimo i giorni delle trattative intense per Concludere il trattato di amicizia e partenariato tra L'Italia e la Libia, firmato nella città di Bengasi il 30 agosto 2008.

Dalle due parti c'era tanta voglia e volontà di chiudere la pagina del passato e aprirne una nuova basata sul rispetto reciproco e sulla cooperazione proficua per i due popoli. I libici contavano molto sul know-how italiano e gli Italiani aspiravano agli investimenti Libici in Italia. Per me e per i miei colleghi, dal 2008 fino al febbraio 2011, è stato un periodo molto impegnativo nel cercare e fornire informazioni su tutti i settori citati nel trattato. L'argomento della costruzione dell'autostrada di circa 1700 km lungo la costa libica ha richiesto uno sforzo particolare.

 

Tutto cambia nel 2011. Come hai vissuto quel periodo a livello personale e qual era l'atmosfera all'interno dell'Ambasciata? Ci racconti qualche episodio di quei mesi?

Il 17 febbraio 2011 è cambiato tutto. C'erano molte avvisaglie di cambiamento traumatico fin dallo scoppio delle primavere arabe. Le proteste erano giuste e genuine ma contare sull'aiuto delle potenze straniere è stato fatale.

Mentre aspettavo l'arrivo di delegazioni politiche, uomini d'affari e studenti, sono incominciati ad arrivare tantissimi feriti di guerra e perlopiù giovanissimi in condizioni tragiche. Provenivano da tutte le parti della Libia. Tutti erano convinti che il loro sacrificio sarebbe servito e liberarli dalla tirannia, acquistare la libertà e prendere in mano Il loro destino e quello della loro patria. Invece è arrivato l'Isis e tanti altri attori internazionali per metter mano sulle immense risorse del paese dividendolo in zone di influenza e mettendo i fratelli libici l'uno contro l'altro. Una situazione che purtroppo permane fino a questo momento.

All'interno dell'ambasciata regnava un clima di confusione e incertezza. Allora l'ambasciatore e i diplomatici erano quelli accreditati dal governo di Gheddafi, gli stessi che dovevano provvedere al sostegno e alla cura dei feriti. Ci sono stati tante manifestazioni e tentativi di assalto all'ambasciata. Noi dipendenti locali eravamo tra due fuochi e certe volte dovevamo essere scortati per entrare e uscire dal lavoro. Malgrado tutti i pericoli per la nostra incolumità abbiamo continuato a servire l'ambasciata sperando in tempi migliori per la Libia e allo stesso momento aiutare I feriti libici perché ricevessero le cure più idonee. Io personalmente oltre a mettermi a disposizione per le traduzioni nelle cliniche e negli ospedali h24, provvedevo anche alla produzione di tutti i referti medici con l'obiettivo che un giorno nascerà uno Stato che avrebbe riconosciuto loro la pensione di guerra. 

Gli episodi particolari sono tantissimi. Quelli all'interno dell'ambasciata rimarranno conservati nella mia memoria. All'esterno conservo due episodi molto eloquenti. Il primo quello di un ragazzo giovanissimo arrivato in fin di vita fasciato con un telo a seguito dello scoppio di un ordigno. Al suo risveglio, dopo un intervento chirurgico delicatissimo e lunghissimo da parte dei medici italiani, ha chiesto quando potrà tornare al fronte e utilizzare le armi, con nomi che forse il più esperto avrebbe difficoltà a riconoscere. Il secondo episodio consiste nell'arrivo del ministro della cultura e della società civile del governo Zeidan, che ripeteva come una mantra: "Chiedo agli amici italiani di sostenerci con la formazione professionale, penne, matite per i nostri giovani, come unico strumento per togliere le armi dalle loro mani”.

 

Cos'è successo negli anni successivi? Come le trasformazioni in Libia hanno avuto ripercussioni sull'attività dell'ambasciata?

Negli anni successivi la situazione secondo me è peggiorata fino a ciò che oggi vediamo a occhio nudo. 

Sono arrivati diversi ambasciatori e incaricati di affari. Per la verità molti volevano migliorare e rafforzare le relazioni tra i due paesi. Noi dipendenti locali non ci siamo mai risparmiati nel mettere a disposizione tutte le nostre capacità personali e professionali per raggiungere quell'obiettivo.

 

Nel 2014 si tengono le prime elezioni in Libia, ma il parlamento eletto non viene riconosciuto. L'anno seguente Sarraj viene nominato primo ministro a Tripoli dalla comunità internazionale. Da allora, di fatto, esistono 2 governi in Libia. A quale di questi governi faceva capo l'Ambasciata?

 

L'ambasciata faceva capo al governo riconosciuto dallo Stato italiano. Quindi, quello di Tripoli. Per la verità credo che i governi italiani hanno cercato sempre di mantenere delle linee aperte con le due parti, Conferma di ciò la conferenza per la Libia a Palermo nei giorni 12 e 13 novembre 2018.

 

Come si è arrivati al licenziamento e quali sono i torti che avete subito in quanto dipendenti dell'Ambasciata?

I segnali dell'intenzione di licenziamento sono comparsi all'inizio del 2019 quando sono incominciate ad arrivare le lettere di provvedimenti disciplinari basati su motivi difficili da comprendere. Poi sono arrivate, a scaglioni, le lettere di licenziamento vere e proprie. Infine sono stati licenziati tutti i dipendenti locali dell'ambasciata, Una quarantina. Io e il mio gruppo, 11 persone, abbiamo ricevuto due lettere di licenziamento. La prima, il 16 Novembre 2020, con il pretesto di "attuare le direttive del ministero degli esteri libico e per rispettare il tetto massimo di 23 dipendenti tra quelli che non hanno superato i cinque anni di servizio presso l'ambasciata". La seconda, il 31 dicembre 2020, In piena pandemia COVID-19, e in contrasto con i decreti governativi italiani, che riporta: "... per motivi economico-politici interni, le comunichiamo la nostra decisione di dover recedere il suo rapporto di lavoro.... per soppressione della sua posizione lavorativa non altrimenti ed ulteriormente utilizzabile da parte della nostra amministrazione". Dall'ora più di 10 famiglie sono in difficoltà, alcune in gravissima difficoltà con lo sfratto esecutivo con bambini a carico o chi come me che ha superato i 65 anni di età, con 2 figli all'università e un affitto gravoso da versare quasi regolarmente per non trovarmi con la notifica dello sfratto tra le mani.

 

Quali sono oggi le vostre rivendicazioni e nei confronti di chi? 

Le nostre rivendicazioni sono quelle sancite dalla nostra costituzione e dalle nostre leggi. Abbiamo fatto tantissimi tentativi di conciliazione e quando stavamo sul punto di sottoscrivere un accordo amichevole e soddisfacente per le due parti, a febbraio scorso, con quattro ministeri libici, ci siamo trovati con ricorso dell'ambasciata contro la sentenza in nostro favore presa nel giugno dell'anno scorso. 

A questo punto sembra chiaro l'intento dell'esasperazione e del ricatto, credendo che l'immunità diplomatica possa esimere l'ambasciata dai suoi doveri nei confronti dei lavoratori licenziati. 

E noi abbiamo lanciato un appello affinché le istituzioni italiane e le persone di buon senso e di coscienza possano intervenire presso le autorità libiche per trovare una soluzione equa e rispettosa nei confronti di tante persone che hanno dedicato una buona parte della loro vita con il senso di sacrificio e la dedizione al servizio della Libia.

 

Come credi che evolverà la questione in Libia? Nuove elezioni e un governo eletto e una Libia unita pensi possano essere una soluzione anche per voi?

Confesso che vedendo la situazione internazionale oggi nutro poche speranze che si possa migliorare la situazione in Libia ed in altri paesi del Mediterraneo in tempi brevi.

Ma rimango convinto che se i popoli del Mediterraneo volessero tornare a convivere pacificamente con scambi fiorenti in tutti i settori dovrebbero far sentire la loro voce per la pace, la giustizia, la non interferenza negli affari interni degli altri paesi. Inoltre vanno tolti tutti i muri fisici e burocratici per permettere a tutti il libero movimento e l'accesso alla conoscenza e alla formazione.

L'Italia oggi ha bisogno di mercati, manodopera giovanile e risorse naturali. Tutto ciò si trova a due passi dal sud del paese. Tutto in cambio del suo know-how, apprezzatissimo da quelle parti. Noi cittadini delle due sponde del Mare Nostrum siamo disponibilissimi, con grande piacere, a dare il nostro contributo, per il bene di tutti e soprattutto per lasciare un mondo migliore di quello che abbiamo vissuto alle nuove generazioni di quest'area del pianeta.

 

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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