Non stiamo tornando indietro di un secolo... ma di due!

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di Giuseppe Matranga

 

Ricordo bene quei giorni di settembre, subito dopo le elezioni politiche, la gente mormorava che dopo 100 anni stava tornando il fascismo, i giornali di opposizione, gli avversari politici durante i mesi della campagna elettorale non avevano fatto altro che parlare di ritorno al fascismo, rischio deriva autoritaria e innumerevoli altre idiozie del genere.

Vero è che tra le fila di questo governo i fascisti siano tanti, ma si tratta piuttosto di quei fascisti che si autodefiniscono tali solo perché non hanno mai realmente studiato la storia e si sono autoindottrinati di millanterie su un sistema autoritario fondato su sani principi e valori (quali non si sa), e oggi tengono il mezzobusto del duce in ottone sulla scivania dello studiolo.

La realtà invece a mio modesto parere è che questo governo non sia affatto il governo più fascista, di sicuro però è il governo più di destra di sempre, inteso come quello più liberista di sempre.

 Se è ormai innegabile che dagli anni Ottanta in poi la politica economica e sociale del nostro paese sia andata via via dirigendosi sempre più verso destra, fatta eccezione per qualche breve sobbalzo controcorrente, magari anch'esso sfruttato solo a fini meramente elettorali, come il reddito di cittadinanza, questo è forse il momento culmine dell'intero processo.

Se il "fascismo" si è visto solo sul decreto anti-rave, perché parliamoci chiaro, anche sul piano immigrazione - a parte permettere l’annegamento di qualche decina di famiglie di rifugiati di guerra - non hanno fatto molto, l'impianto liberista è realmente palesato dalle misure fiscali che drenano risorse dalle classi sociali più basse preservando le rendite finanziarie e quelle da capitale immobiliare.

La progressiva cancellazione dell'unica misura di contrasto alla povertà, il reddito di cittadinanza, senza andare incontro al problema disoccupazione con uno straccio di politiche attive per il lavoro, o programmi di investimento pubblico; in una situazione in cui i tassi d’inflazione corrono ben oltre la soglia del 10% erodendo giorno dopo giorno i redditi reali degli italiani, che vedendo i loro stipendi bloccati da ben vent’anni, avvicinarsi sempre più alla soglia di povertà.

 La ricetta perfetta per il nuovo Stato liberale.

Con la riforma fiscale che si intravede si prospettano ben 30 miliardi di entrate fiscali in meno che con tutta probabilità verranno finanziate con ulteriori tagli alla spesa e privatizzazioni, anche perché come chiede mamma Europa, bisogna tornare a ridurre il debito e per ridurre il debito c’è bisogno di tanti anni di bilanci in avanzo, ovvero drenare risorse dall’economia nazionale senza farle mai rientrare come spesa pubblica, il must delle manovre recessive, specialmente se applicate in un momento di stretta monetaria con tassi che si innalzano di mese in mese, rendendo l’accesso al credito sempre più difficoltoso e costoso.

La giovane Meloni ce la ricordavamo come quella che doveva andare a sbattere i pugni sui tavoli europei, e invece “zitta e mosca”, ora che si è partito di governo si marcia su Bruxelles con la carota USA e il bastone UE.

È prevista un’ulteriore riduzione delle aliquote fiscali con lo scopo di avvicinarsi via via alla fantomatica flat tax, roba da far rivoltare nelle tombe i padri costituenti, quando scrissero a chiare lettere “principio di progressività contributiva”.

L’estensione della cedolare secca  ai redditi da affitto di immobili con finalità commerciali è l’ultimo tassello che mancava per distinguere la nostra società in due nette categorie, coloro che lavorano per produrre reddito, e i rentiers, ovvero coloro che producono reddito da capitale, qualsiasi sia la sua forma, azioni, obbligazioni, immobili; i primi continueranno a pagare le tasse ottenendo servizi pubblici sempre meno presenti ed efficienti e senza potersi permettere di accedere ai servizi privati di gran lunga migliori, i secondi si troveranno a pagare la stessa percentuale di tasse del cameriere della pizzeria sotto casa, ma con la netta differenza di avere molti più redditi detassati con cui potersi pagare la sanità privata e l’università per i figli.

In parole povere ma oneste, questo governo sta premendo fortemente l’acceleratore non solo in una direzione ultraliberista ma anche fortemente polarizzata, in cui le differenza nei tenori di vita tra le classi sociali saranno giorno dopo giorno sempre più marcate, e verranno a mancare progressivamente quei principi costituzionali i quali garantivano “…di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini…” come ci ricorda l’Art. 3 della Costituzione .

Ci avvicinamo man mano a quella organizzazione di stampo thatcheriano, per cui se non hai un reddito che ti permette di pagare le cose è colpa tua che non sei abbastanza competitivo, se non sei nato ricco è veramente molto difficile che tu possa diventarlo, e se non lo sei puoi anche scordarti di partecipare alla vita politica del paese e di tentare di cambiare le cose, perché così è e così deve restare.

C’è una differenza sostanziale però tra i sistemi ultraliberali anglosassoni e il neo sistema liberale italiano, e si chiama tasso di disoccupazione, infatti se le prime bene o male funzionano e hanno sempre funzionato è perché hanno un tasso d’inflazione strutturalmente basso, che permette ai loro lavoratori di lavorare sempre durante il corso della vita e di avere degli stipendi crescenti man mano che fanno carriera, il nostro invece è staticamente sopra il 10% da anni e anni, ciò si traduce nel fatto che i lavoratori hanno un potere contrattuale bassissimo e quindi abbiamo quasi gli stipendi più bassi d’Europa, che se una persona perde il lavoro possono passare mesi e forse anni prima che riesca a trovare un altro, e quindi vien da se che senza un sistema di assistenzialismo pubblico per le fasce popolari più deboli, questi sono scaraventati automaticamente nella povertà assoluta, ai margini della società, diventano i senzatetto, i mendicanti e coloro che perdono le speranze.

Quindi siccome non siamo persone che si fermano agli slogan e delle fregnacce da campagna elettorale ce ne freghiamo, poniamoci una domanda importante: è questa l’Italia che vogliamo?

Il vero rischio è quello di tornare indietro di 100 anni, all’epoca fascista o di 200 anni e tornare alla Restaurazione?

Beh forse è proprio questo il rischio, che si torni non tanto al fascismo, che di per se un’anima “sociale” l’aveva, quanto che si torni all’ancien règime, un sistema statico e ben radicato in cui chi ha la fortuna di possedere ricchezze ne gode e gli altri stanno a guardare.

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