Prof. Stirati all'AntiDiplomatico: "Una spesa pubblica timida oggi significa recessione devastante e un debito pubblico più alto dopo"

Prof. Stirati all'AntiDiplomatico: "Una spesa pubblica timida oggi significa recessione devastante e un debito pubblico più alto dopo"

Intervista alla Professoressa di Economia Politica di Roma Tre: "Ci sono grossi problemi all’interno dell’eurozona, non ha portato a più coesione, al contrario aumentato diseguaglianze territoriali e sociali. Se questo processo continua a generare così tanta diseguaglianza, e problemi nella gestione di crisi ricorrenti, difficilmente può essere sostenibile."

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Mes, Bei, Sure e una promessa di un Fondo - il cosiddetto Recovery Fund - da legare al bilancio europeo con prospettive al momento di difficile previsione vista la nota astiosità dei paesi membri che lo dovrebbero lanciare. Mentre Olanda e Austria parlano di “prestiti”, la Germania "non c'è accordo su come finanziare il fondo", la Francia tace e l’Italia esulta. Questo, in estrema sintesi, il Consiglio europeo di ieri che doveva dare “risposte storiche” ed è stato invece l’ennesimo temporeggiamento dinanzi una crisi economica che si prospetta devastante.



Come AntiDiplomatico abbiamo chiesto un commento alla Professoressa Antonella Stirati, ordinaria di Economia Politica all’Università Roma Tre, nonché firmataria insieme ad altri 100 accademici su Micromega di una lettera appello rivolta al governo italiano per non ratificare quanto pattuito il 9 aprile all’Eurogruppo.
 


L’Intervista all'AntiDiplomatico

 

Professoressa Stirati, in una lettera pubblicata da MicroMega insieme a 100 colleghi  avevate chiesto al governo italiano di non firmare l'accordo uscito dall'Eurogruppo. Ieri il Consiglio europeo ha invece ratificato di fatto quanto pattuito il 9 aprile. Perché è così negativo per il futuro dell'Italia?
 
 
A.S.: In quella lettera appello giudicavamo il documento uscito nello scorso incontro europeo in modo negativo sia per rilevarne l’insufficienza delle dimensioni quantitative dell’accordo raggiunto – i soldi banalmente messi a disposizione per l’intervento – sia per sottolineare l’inadeguatezza della natura stessa delle misure, perché si tratta comunque sempre di prestiti che graveranno sui bilanci pubblici nazionali e quindi sono un problema per l’Italia e tanti altri paesi europei.
 

E’ il Mes in particolare che ha animato molto il dibattito italiano sulle condizionalità e ieri nelle comunicazioni il presidente del Consiglio europeo Charles Michel lo ha però posto al primo posto delle misure messe a disposizione. Che ne pensa?
 
A.S.: Va registrato che nel documento varato nell’Eurogruppo, confermato ieri, e tenendo conto delle norme che regolano il funzionamento stesso del MES, resta una forte ambiguità: non è possibile dire a priori che non ci saranno condizioni oltre il vincolo della destinazione alla spesa sanitaria. Non si può dire perché nel documento è scritto precisamente come, finita la pandemia, si tornerà alle consuete regole fiscali europee, e perché in generale il Mes opera con un meccanismo di sorveglianza di quelle regole ed eventuali altre condizioni per i paesi che hanno ottenuto un prestito.  Quindi è tutto da vedere, da negoziare. E’ una trappola? Non è possibile dirlo a priori, ma è certo che si tratta di un terreno molto insidioso e, tra l’altro, con pochi vantaggi. E’ bene ricordare che si tratta di nuovo debito, come quello che potremmo fare direttamente emettendo titoli pubblici e collocandoli sul mercato. L’unico beneficio è quello di tassi di interesse più bassi, ma su una cifra di 37 miliardi – il prestito massimo che dovrebbe spettare all’Italia - sono veramente inezie rispetto al bilancio pubblico. E soprattutto non è certo quello che serve oggi. La portata dei problemi dell’Italia di oggi richiede altro.
 

Al secondo posto tra le misure indicate da Michel c’è il cosiddetto Sure. In quella lettera eravate stati altrettanto critici. Perché?  
 
A.S.: Il Sure è un meccanismo a cui i singoli paesi dell’Unione Europea possono decidere se aderire volontariamente e nel caso devono versare garanzie molto liquide, che si presume possano arrivare a 25 miliardi. Poi questo fondo SURE può emettere titoli da collocare sul mercato a fronte di queste garanzie per un massimo di 100 miliardi e distribuirli tra i paesi con il vincolo che ogni paese non ne possa avere più di 10 miliardi l’anno – naturalmente si tratta anche in questo caso di un prestito che dovrà essere restituito. Se si pensa che i 2 mila miliardi degli Stati Uniti sono lì considerati insufficienti e si stanno varando ulteriori misure, è evidente che 100 miliardi per tutta l’Unione Europea sono una inezia. E di nuovo, dato che parliamo sempre di un prestito, perché l’Italia dovrebbe attingere a questo fondo piuttosto che emettere titoli? La differenza è sui tassi di interesse, ma sulle cifre in questione non incide molto. Sono dei meccanismi complicati che alla fine sono sempre nuovo debito dello Stato e tanto vale farlo direttamente sul mercato e chiedere che la BCE intervenga a stabilizzare i tassi di interesse, come fanno tutte le banche centrali, evitando complessità.
 

Venendo alla Bce. Ormai anche il Financial Times, criticando apertamente le misure intraprese dall’Eurogruppo, invoca l’intervento diretto della Bce come unica arma efficace da adottare in questo momento…
 
A.S.: Questo è il punto. In ogni caso la Bce è fondamentale sia che la gestione della crisi resti ai singoli governi nazionali, come credo avverrà, con ognuno che gestisce da sé l’emergenza, sia nel caso di un meccanismo che consenta di emettere bonds europei.
Nel primo caso, la Bce è cruciale perché deve garantire per tutti i paesi una stabilità dei mercati dei titoli pubblici e la fine degli spread, o la riduzione drastica degli stessi, cioè bassi tassi di interesse. Questo la Bce lo può fare rivedendo alcune regole, come la distribuzione degli acquisti in base al peso economico dei diversi paesi nel capitale della stessa BCE (la regola della capital key).
Se come auspicabile si dovesse andare, seconda opzione, su uno strumento europeo di emissione di titoli di debito a livello europeo per finanziare la spesa che serve per uscire da questa devastante crisi economica, il vantaggio sarebbe che quei  titoli sarebbero più o meno implicitamente garantiti dalla potenza di fuoco della Bce, e potrebbero essere collocati a bassi tassi di interesse; inoltre che non dovrebbero essere contabilizzati come parte del debito nazionale dei singoli paesi.
Per quello che riguarda il primo scenario, ognuno fa da sé ma sotto un ombrello di garanzia della BCE: le decisioni di quest’ultima dipendono da un board dove sono rappresentati i vari paesi dell’eurozona e le loro diverse pressioni; ma credo che la BCE debba anche confrontarsi con le altre banche centrali e quindi anche con richieste che provengono dal contesto internazionale: la mancata stabilizzazione dei mercati europei può creare problemi a livello globale.
 


Cosa risponde a chi parla di un possibile “effetto Weimar” nel lungo periodo per l’inefficacia prolungata delle misure di Quantitative Easing delle Banche centrali mondiali?
 
A.S.: Con una battuta (ma non troppo) potrei dire che sono molto più preoccupata dell’“Effetto Hitler” causato dalla disoccupazione che si verificherà senza interventi molto consistenti. Con tassi di disoccupazione prevedibili paragonabili agli anni’30 sono diverse le priorità del momento. Pensare all’inflazione oggi è fuori dal mondo. Vorrei ricordare che veniamo da un decennio in cui le Banche centrali hanno tirato fuori munizioni mai viste prima, e ciò nonostante ad esempio la BCE non è stata in grado di arrivare al 2% di inflazione dopo anni di QE. Con questa crisi e la caduta del prezzo del petrolio si va verso la deflazione. Poi nel lungo periodo se si dovessero creare colli di bottiglia in alcuni settori, e conseguente inflazione, se necessario la BCE può ridurre la base monetaria così come l’ha creata. Ma oggi veramente non è quello il problema.
La vera questione da affrontare riguarda il problema riconosciuto del Quantitative easing che non arriva all’economia reale. Si sono fatti dei passi avanti nella stabilizzazione dei mercati dell’eurozona, si sono aiutate le banche a superare le loro difficoltà, e da questo punto di vista il  QE ha avuto un ruolo importante di stabilizzazione economica e finanziaria, però certamente la politica monetaria non ha funzionato abbastanza (e io credo in generale non può da sola funzionare abbastanza) come stimolo dell’economia reale, anche perché nell’euro-zona è stata accompagnata da politiche fiscali recessive o neutrali e quindi con scarso effetto su occupazione e produzione.

 

Nella lettera pubblicata su Micromega concludevate con un invito a “Fare da soli”. Come?
 
Nella lettera il “fare da soli” non era inteso come Italexit perché molti dei sottoscrittori credo non sarebbero d’accordo. Ma il senso è fare a meno del Sure, del Mes etc. Non li attiviamo. Fare da soli nell’emergenza significa, da un lato, confidare nella capacità della Bce di stabilizzare i mercati finanziari e quindi la possibilità di collocare titoli del debito pubblico italiano per finanziare le spese per emergenza ora e in seguito quella necessaria alla ripresa; d’altro lato significa anche cercare di reperire le risorse in Italia: si era parlato, ad esempio, di emissione di titoli riservati a compratori italiani, tornare a coinvolgere i piccoli risparmiatori.
 

Però nell’emergenza italiana attuale quali misure possono essere più efficaci?
 
A.S.: Ci sono due livelli problematici, il primo, nell’ immediatezza dell’emergenza: far arrivare redditi a chi non ha lavoro o l’ha perduto, imprese che hanno chiuso etc. E qui il problema è evitare, al contrario di quello che Italia e Spagna stanno facendo, di fare troppa poca spesa per paura di aumentare il debito. Il risultato è opposto. Spendere troppo poco oggi significa far cadere l’economia di più, perché il crollo del Pil è superiore di quello che si avrebbe con un livello di spesa più coraggioso. Il rapporto debito-Pil aumenterebbe per la caduta del Pil. Meglio spendere di più ed evitare una recessione devastante. Nella fase attuale quindi: spendere quello che bisogna spendere e collocare titoli sul mercato.
L’altro problema, molto difficile da risolvere, verrà subito dopo, perché finita la pandemia nell’euro-zona ci sarà la pressione per tornare alle vecchie regole fiscali e alle politiche di austerità, riduzione del debito, il surplus etc. Italia, ma anche la Francia la Spagna e altri, si affacceranno a questa fase con livelli molto più alti di debito, un’economia molto fragile, e fare politiche restrittive in quel contesto sarebbe un suicidio economico. Lo abbiamo visto nel 2012-2013, la caduta del Pil per austerità è stata di dimensione comparabile a quella per la crisi finanziaria del 2008. In Italia le due recessioni si sono sommate. Per noi sarebbe tragica l’austerità e allo stesso tempo non potremmo sopportare l’onere sul bilancio pubblico di tassi sul debito elevato, se si mantengono spread elevati nel lungo periodo.
Il dopo mi preoccupa molto, non vedo in Europa aperture e flessibilità: il grosso timore è che si andrà verso un’Italia in permanente declino e permanente acqua alla gola e quindi soggetta al ricatto di interessi esterni al paese.
 


Non parlando a nome di tutti gli economisti presenti nella lettera, ma a titolo personale, qualora la l’intervento della Bce non dovesse essere all’altezza, anche in attesa di una importante sentenza della Corte costituzionale tedesca del 5 maggio che potrebbe neutralizzare molto la sua capacità di intervento, all’Italia non resta che riprendersi la propria politica monetaria?
 
A.S.: Si, oppure fare default su tutto o parte del debito pubblico. Scenari insomma molto difficili. Personalmente, ma è una posizione strettamente personale, giudico la creazione della moneta unica una pessima idea: difficilmente economicamente può funzionare una moneta unica con diversi stati nazionali senza un corpo politico. Una moneta senza stato non si è mai vista e non funziona, infatti. Ci sono grossi problemi all’interno dell’eurozona, non ha portato a più coesione, al contrario aumentato diseguaglianze territoriali e sociali. Se questo processo continua a generare così tanta diseguaglianza, e problemi nella gestione di crisi ricorrenti, difficilmente può essere sostenibile. L’uscita però richiede una classe dirigente all’altezza, in grado di tenere le redini in un momento di passaggio molto complesso, con una capacità d’intervento ben coordinata con la Banca d’Italia.
 

Ragionando su una disgregazione della zona euro, come giudica la possibilità avanzata da alcuni analisti che  si possa deflagare in più tronconi?
 
A.S.: Credo sia più fanta-politica al momento ma poi magari chissà…. Se bisogna fare un sommovimento del genere tanto vale farlo per tornare alle monete nazionali. Non vedo molto il senso di avere più monete europee per grandi aree, dove si riproporrebbero le stesse problematiche, magari l’Italia potrebbe essere egemone nell’area mediterranea, ma senza unità politica - e non vedo in tal senso possibilità reali - si ricreerebbero sempre gli stessi problemi: con la stessa moneta ma in assenza di regole unitarie su fisco, salari, trasferimenti, la struttura non può funzionare. Semmai, sempre ragionando nella prospettiva di un disfacimento coordinato, potrebbe avere senso una circolazione parallela dell’euro con le monete nazionali. L’euro resterebbe solo come moneta per gli scambi internazionali all’interno della zona euro, in una forma simile ma più sviluppata rispetto a quello che in passato aveva l’ECU nello Sme (sistema monetario europeo): era la unità di conto rispetto a cui si fissavano i tassi di cambio dei vari paesi membri. Ma richiederebbe un processo consensuale e graduale per l’abbandono della moneta unica, che resterebbe solo come moneta per le transazioni internazionali.
 

Alcuni economisti, in particolare il Prof. Emiliano Brancaccio, sottolineano come la portata della crisi è tale per cui "non basta neanche Keynes, serve una logica di piano". E' d'accordo?
 
A.S.: Questa crisi, come dice Brancaccio, segnala alcune questioni che forse si sono trascurate, come il ruolo rilevante e strategico per la sicurezza nazionale e la salute della popolazione  dell’autosufficienza in alcuni settori (ad esempio apparecchiature mediche, ricerca e produzione farmaceutica, produzione alimentare), che non significa necessariamente protezionismo, ma come diceva Brancaccio ragionare in termini di programmazione economica sulle filiere produttive per avere garantite con le imprese pubbliche o attraverso il coordinamento con le attività private, alcune filiere strategiche.
Vorrei ricordare però come una logica di piano, una logica di indirizzo dell’attività economica c’è ovunque e c’è sempre stata. Prendiamo gli Stati Uniti, paese liberale e liberista per eccellenza, che però ha sempre avuto tra gli obiettivi della politica economica il mantenimento di una supremazia tecnologica e militare. Questi obiettivi strategici sono programmati, finanziati e coordinati attraverso la mano pubblica, non certo lasciati alla attività spontanea del mercato. Non esiste un capitalismo di successo senza Stato. Questa attività di pianificazione naturalmente può assumere varie forme e diversi obiettivi. In Europa le ‘economie miste’ avevano (ancora hanno – ma è terreno contestato) in sé elementi di socialismo. Non tanto per l’intervento pubblico (che c’è sempre) ma perché questo era volto a garantire alcuni bisogni fondamentali al di fuori del mercato.

 

E in Italia come dovrebbe orientarsi l’intervento pubblico?
 
A.S.: Per mia posizione politica, ma anche sulla base della nostra Costituzione, le rispondo che si deve orientare a garantire la piena occupazione e i diritti sociali, combattere le diseguaglianze. Un paese che punta a questo deve avere un buon settore manifatturiero e alti livelli tecnologici. Questo a sua volta richiede istruzione di qualità e ricerca di base e applicata. In un contesto difficile, vista l’esperienza storica del dopoguerra, la mano pubblica anche in settori strategici e produttivi rilevanti è stata molto importante. La fine di quella stagione non è stata molto positiva per il nostro paese e una riflessione sull’intervento pubblico nell’economia va fatta.
 

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