Ritiro Usa dall'Afghanistan: la geometria dell’imperialismo oggi e nel passato

Ritiro Usa dall'Afghanistan: la geometria dell’imperialismo oggi e nel passato

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di Domenico Moro - Laboratorio XXI

 

Molti hanno visto nel ritiro dall’Afghanistan una sconfitta degli Usa. Qualcuno ha addirittura paragonato l’Afghanistan al Vietnam. Ma l’Afghanistan è molto diverso dal Vietnam, dove veramente si realizzò una sconfitta dell’imperialismo americano dal punto di vista sia militare sia soprattutto politico.

In Afghanistan i talebani non sono stati capaci di scatenare una offensiva del tipo di quella del Tet, lanciata nel 1968 dall’esercito nordvietnamita e dai vietcong, che scosse il morale degli americani e costrinse il presidente Lyndon Johnson a iniziare i colloqui di pace. Né l’Afghanistan ha dato luogo ad un ampio movimento contro la guerra nel cuore stesso degli Usa come quello che si sviluppò all’epoca del Vietnam, coinvolgendo una generazione di americani e facendo da denotatore a una critica del sistema capitalistico statunitense di una entità difficilmente riscontrabile in altri periodi della storia di quel Paese.

Soprattutto la guerra del Vietnam segnò una modifica dei rapporti di forza a livello mondiale tra imperialismo e blocco dei paesi socialisti. Il ritiro statunitense dall’Afghanistan, invece, non ha determinato alcun mutamento dei rapporti di forza a livello mondiale tra potenze.

In realtà, il ritiro dall’Afghanistan, pensato dalla presidenza Obama e giunto a compimento con quella di Biden, può essere definito come un riposizionamento strategico della politica statunitense. Come dimostrano anche l’ultima riunione della Nato e le nuove alleanze nell’area dell’Indo-Pacifico (Aukus e Quad) gli Usa stanno ridefinendo la loro politica estera, collocandone il baricentro nel contrasto alla Cina e, in misura minore, alla Russia. Ma soprattutto l’occupazione permanente dell’Afghanistan non si concilia con la natura dell’imperialismo moderno che è diverso da quello di altre epoche storiche, in particolare da quello ottocentesco e della prima parte del Novecento.

 

La geometria dell’imperialismo oggi e nel passato

L’imperialismo odierno è composto, come quello del passato, da un centro o metropoli, costituito dai Paesi più sviluppati e dominanti, e da una periferia, costituita dai Paesi meno sviluppati e dipendenti. Però, oggi il rapporto centro-periferia e i rapporti tra paesi del centro è diverso. Soprattutto, il rapporto con lo spazio dell’odierno capitalismo è, in parte, differente da quello che aveva in precedenza. L’imperialismo del passato era coloniale, cioè prevedeva il controllo diretto dei territori della periferia da parte del centro, mentre quello attuale è fondato sul controllo indiretto, mediante gli investimenti di capitale, sempre più importanti mano a mano che la storia del capitale si sviluppa, e mediante il controllo finanziario, l’uso di una moneta di scambio e transazione internazionale, il controllo delle tecnologie e delle catene del valore, e, infine la forza militare, che, però, è impiegata in modo diverso rispetto al passato. Il perno economico del nuovo imperialismo è costituito dalle multinazionali, che, a differenza delle grandi imprese del passato, traggono la parte maggiore dei loro profitti dal mercato mondiale piuttosto che dall’economia dei Paesi di origine. In precedenza, fino alla Seconda guerra mondiale e alla decolonizzazione postbellica, ogni potenza capitalistica doveva avere una appendice territoriale, il suo impero nazionale.

Lo scontro inter-imperialistico vedeva la contrapposizione tra imperialismi territoriali. Il più grande era quello britannico, seguito da quello francese, minore estensione avevano altri imperi territoriali come quelli tedesco e italiano. La Germania fu privata del suo impero con la sconfitta nella Prima guerra mondiale ma il nazismo, con la teoria dello “spazio vitale”, non fece altro che riprendere e reiterare il vecchio concetto coloniale, con la sola differenza che questa volta lo spazio coloniale era esteso all’Europa, soprattutto orientale. La brutalità tedesca durante la Seconda guerra mondiale appare eccezionale – e lo fu da un certo punto di vista -, perché veniva esercitata su una popolazione bianca e non di colore come quella del colonialismo classico.

Le stesse modalità di sopraffazione incidono sulla memoria di massa e sulla coscienza occidentale in modo diverso a seconda che siano esercitate in Africa e Asia oppure in Europa. In ogni caso la brutalità e la violenza erano indirizzate al controllo territoriale diretto. Oggi, la violenza appare meno evidente, anche se ce n’è molta, perché è mascherata meglio con le missioni, definite con un ossimoro come “umanitarie” o di pace o di esportazione della democrazia, e viene esercitata spesso in maniera indiretta, attraverso milizie e gruppi autonomi che spesso sono in qualche modo collegati con questo o quell’altro imperialismo.

La “geometria” dell’imperialismo del passato era fatta di aree circoscritte, cioè composta come da figure geometriche, mentre quella dell’imperialismo odierno è fatta di punti e linee. Si tratta di una struttura a rete piuttosto che di una struttura fatta di insiemi giustapposti. Lo spazio da controllare è quello materiale delle rotte dello scambio commerciale, soprattutto marittime, e delle vie di scambio delle materie prime, oleodotti e gasdotti. Ma c’è anche un nuovo spazio immateriale, quello della rete informatica, di internet in primo luogo, quello dei flussi monetari e finanziari e, infine, la rete del traffico aereo e spaziale, fondato sulla presenza sempre più invasiva dei satelliti. Tuttavia, le differenze tra l’imperialismo coloniale e quello odierno sono meno evidenti di quanto potrebbe sembrare.

Anche nel passato punti e linee sono stati fondamentali, specialmente quelli della principale via di scambio rappresentata dalle acque dei mari e dagli oceani che costituiscono il 71% della superficie terrestre e attraverso i quali viaggia il 90% delle merci mondiali. I punti sono rappresentati dalle basi aereo-navali, necessarie per il rifornimento delle flotte, mentre le linee sono le rotte marittime. L’importanza del mare e la contrapposizione tra terra e mare, all’interno della dialettica tra imperialismi, è stata centrale nella riflessione del pensiero imperialista borghese, in particolare di quel filone che si definisce col termine di “geopolitica”, e che mette insieme le caratteristiche della geografia con la politica. In particolare, sono significative le opere di due tra i fondatori della geopolitica moderna, non a caso l’uno statunitense e l’altro tedesco, cioè appartenenti ai due Paesi che nella Storia del Novecento più si sono resi responsabili di progetti imperialisti di largo respiro confrontandosi tra di loro anche attraverso modelli di imperialismo di tipo diverso.

Il primo è l’ammiraglio Alfred T. Mahan, il secondo è Carl Schmitt, pensatore di estrema destra che per un periodo fu presidente dei giuristi nazisti.

 

Il pensiero imperialista, Mahan e Schmitt

Mahan scrisse un libro fondamentale, “L’influenza del potere marittimo sulla storia” (1890), nel quale evidenzia il ruolo decisivo del potere sul mare, attraverso le flotte mercantili e da guerra, nella costruzione degli imperialismi del passato e del presente. Il libro divenne la Bibbia delle marine militari, tanto che il Kaiser Guglielmo ne voleva una copia su ogni nave da guerra tedesca. In particolare, Mahan, nel suo libro principale, descrive il mare come una grande autostrada con rotte commerciali solcate dagli uomini in tutte le direzioni. Queste autostrade vedono la presenza di passaggi stretti, o strategici punti di strozzatura (choke points), come lo stretto di Gibilterra, il cui controllo ha contribuito al comando britannico dei mari. Mahan già nel 1890 avvertiva i leader statunitensi che la sicurezza e gli interessi degli Usa dipendevano dall’equilibrio di potere in Europa e in Asia. In particolare, gli Usa dovevano operare per evitare che l’Europa occidentale cadesse sotto il controllo di una sola potenza a base terrestre. Si trattava di continuare ciò che aveva fatto l’Inghilterra, che, forte soprattutto sui mari, si era prodigata per secoli affinché in Europa non prevalesse una singola potenza o una singola alleanza di potenze, ma si mantenesse invece un equilibrio di potere. Questo obiettivo era alla base della costituzione di alleanze che dovevano servire a impedire che la potenza di volta in volta emergente, dalla Spagna degli Asburgo alla Francia di Luigi XIV e di Napoleone e alla Germania guglielmina e nazista, diventasse egemone sul territorio europeo. Gli Usa sono molto simili all’Inghilterra.

Come l’Inghilterra era un’isola che proiettava la sua potenza sugli oceani, così gli Usa sono, per Mahan, una grande isola che giace al largo della massa dell’Eurasia. Mahan nel 1910 prevede la Prima guerra mondiale e le sottostanti condizioni geopolitiche che porteranno alla Seconda guerra mondiale, riconoscendo che la Germania, per la posizione centrale in Europa, l’industria e le Forze Armate senza rivali nel continente, e la ricerca del potere marittimo, costituiva una minaccia per la Gran Bretagna e gli Usa.  “La rivalità tra Germania e Gran Bretagna oggi – scrisse Mahan – è il punto di pericolo non solo della politica europea ma della politica mondiale”[i]. L’analisi di Mahan è, quindi, coerente sia con l’intrapresa di una politica imperialista all’epoca della presidenza di Theodore Roosvelt sia con l’abbandono dell’isolazionismo da parte degli Usa e con la decisione di intervenire militarmente sia nella Prima sia nella Seconda guerra mondiale, per impedire alla Germania e al Giappone di diventare potenze guida rispettivamente in Europa e in Asia e stabilire il controllo americano sull’Eurasia.

Carl Schmitt riprende le teorie di Mahan in “Terra e Mare. Una riflessione sulla storia del mondo”. Per Carl Schmitt la storia del mondo può essere letta come uno scontro tra potenze marittime e potenze terrestri, cioè tra mare e terra. Lo scontro tra mare e terra è visto, metaforicamente e in chiave escatologica, da Schmitt come lo scontro tra due grandi animali della Bibbia, Leviatano, il mostro marino, e Behemot, il mostro terrestre. La questione dello spazio è centrale in Schmitt: la conquista del mare da parte inglese implica la separazione tra terra e mare. “La terraferma appartiene ora a una dozzina di Stati sovrani – scrive Schmitt nel 1942 – mentre il mare appartiene a tutti o a nessuno e in definitiva soltanto a uno: l’Inghilterra”[ii]. E prosegue: “Il mondo inglese pensava in termini di punti d’appoggio e di linee di comunicazione. Ciò che per gli altri popoli era terra e patria appariva a esso come mero entroterra. (…) Ma con ciò l’isola stessa, la metropoli di un simile impero costruito su un’esistenza puramente marittima, si trova sradicata e <<deterrestrizzata>>.

Come una nave o un pesce può raggiungere via mare un’altra parte del pianeta, perché ormai non è altro che il centro mobile di un impero mondiale frammentariamente diffuso in tutti i continenti.”[iii] Chi domina il mare domina anche la terra, è questa la conclusione che emerge dalla riflessione di Schmitt. E attraverso il nuovo spazio marittimo emerge anche la critica allo Stato come categoria del politico. La categoria di Stato, per Schmitt è ormai obsoleta e lascia il posto alla categoria di Grossraum, grande spazio terrestre o anche spazio imperiale, una categoria affine a quella nazista di Lebensraum, spazio vitale. “Per Schmitt un Grossraum si forma quando uno Stato, sviluppando una potenza eccedente il proprio spazio nazionale e non trovando limitazioni esterne alla sua influenza, aggrega attorno a sé altri Stati e tende a evolversi nella forma di <<Impero>>”[iv] Non è molto difficile, a questo proposito, evidenziare una qualche analogia, sebbene con importanti differenze, con quanto teorizzato da Negri in Impero, a proposito della fine degli Stati nazionali e dell’imperialismo e dell’avvento, al loro posto, dell’Impero. Così scrive Negri: “Né gli Stati uniti, né alcuno stato-nazione costituiscono il centro di un progetto imperialista. L’imperialismo è finito. Nessuna nazione sarà un leader mondiale come lo furono le nazioni europee moderne. (…) Il compimento del mercato mondiale segna necessariamente la fine dell’imperialismo.”[v] Una fine presunta, per la verità, visto che gli Stati continuano a esistere, rafforzandosi, e al posto di un Impero unico, o super-imperialismo, ci sono imperialismi nazionali e concorrenza inter-imperialista.

Ma ritorniamo alla questione dell’importanza del mare. Schmitt scrive Terra e Mare nel 1942, in una situazione di relativo isolamento politico dal regime nazista, quando si capisce che la guerra non può essere più vinta dalla Germania, dal momento che il nuovo Leviatano, l’isola maggiore di Mahan, cioè gli Usa, sono intervenuti nella guerra mondiale, a fianco dell’Urss e del vecchio Leviatano, l’isola minore, cioè l’Inghilterra.  La Germania, potenza terrestre, non può prevalere contro il potere marittimo globale detenuto dagli anglosassoni, da cui il lapidario giudizio di Schmitt: “La Germania non è mai stata altro che uno Stato continentale europeo di media grandezza. Questo è il nostro destino, destino da topi di terra! Il Reich tedesco è ridicolo a confronto con L’Empire inglese.”[vi] Così Schmitt sintetizza il nuovo ruolo egemonico degli Usa: “L’America sarebbe, insomma, l’isola maggiore che perpetuerebbe la conquista britannica del mare e la proseguirebbe su più vasta scala come dominio del mare angloamericano sul mondo intero.”[vii] Già nel 1904 – rileva Schmitt – Mahan predicava una unione tra Usa e Regno Unito per il dominio del mondo. Ed è, in effetti, quello che è avvenuto dalla Prima guerra mondiale a oggi. Proprio in questi ultimi giorni è stata siglata l’Aukus, una alleanza tra Usa, Regno Unito, e Australia, che mira a rafforzare il controllo anglosassone dell’Indo-Pacifico, sviluppando la flotta da guerra australiana per contribuire a contenere la presenza cinese, e, nello stesso tempo marginalizzare la presenza francese nell’area. Infatti, oltre a non includere la Francia nella nuova alleanza, Usa e Regno Unito forniranno all’Australia, che ha rotto l’accordo per l’acquisto di 12 sommergibili diesel francesi del valore di ben 56 miliardi di euro, la tecnologia top secret per la costruzione di sommergibili a propulsione nucleare, che permetteranno alla flotta australiana una maggiore estensione del suo raggio d’azione. L’accordo è così lesivo per gli interessi e il ruolo di grande potenza della Francia, che quest’ultima ha ritirato gli ambasciatori da Usa e Australia. Un’altra dimostrazione del latente contrasto inter-imperialistico tra Francia e Usa, dopo l’opposizione della Francia (e della Germania) alla guerra contro l’Iraq e i più recenti contrasti all’interno della Nato, che hanno portato nel 2019 Macron a dire: “la Nato è in uno stato di morte cerebrale”.

Schmitt conclude Terra e mare rilevando come si stesse aprendo un nuovo stadio della rivoluzione planetaria, dopo quella che ha portato all’apertura dello spazio marittimo. L’invenzione dell’elettricità, della radiotelegrafia e soprattutto dell’aeroplano portano – secondo Schmitt – “a un nuovo stadio della rivoluzione spaziale planetaria, se non addirittura a una seconda nuova rivoluzione spaziale”.[viii] In particolare, l’aereo porta a una nuova, terza dimensione spaziale, l’aria, che va ad aggiungersi a quelle della terra e del mare. “L’effetto di rivoluzione spaziale che ne deriva è particolarmente forte, immediato e manifesto”[ix]. Ancora oggi, gli Usa e le loro Forze armate dimostrano di avere una netta egemonia mondiale nello spazio marittimo e aereo.

 

La talassocrazia statunitense

Oggi, vediamo, dunque, che le concezioni imperialiste di Mahan e Schmitt trovano riscontro nell’imperialismo contemporaneo come e anche di più che nel passato. Il potere dell’imperialismo statunitense si basa non sul controllo diretto di territori, ma su un controllo mondiale indiretto attraverso il dominio dello spazio marittimo e aereo. Gli Usa mantengono una preponderanza nel potere marittimo con la loro enorme flotta, che, per tonnellaggio è non solo la prima, ma è superiore alle prime 13 marine della classifica mondiale messe insieme[x].  Il nerbo della flotta statunitense è costituito dalla componente aero-navale, che si estrinseca in 11 grandi portaerei da circa 100mila tonnellate che portano fino a 96 mezzi aerei e formano altrettanti gruppi navali, cui si aggiungono altre 9 portaerei da assalto anfibio da circa 40-45mila tonnellate. Consideriamo, per fare un confronto, che nessun paese del mondo dispone di portaerei per numero e per dimensioni pari a quelle statunitensi. Il Regno Unito ha due portaerei da 65mila tonnellate, la Francia ha solo una portaerei da 42mila tonnellate, l’Italia ha due portaerei, la Cavour da 30mila tonnellate e la Garibaldi da 14mila tonnellate[xi], infine la Cina, il principale concorrente degli Usa, ha due portaerei, la Liaoning da 70mila tonnellate e la Shandong da 65mila tonnellate, che non possono essere paragonate per capacità offensiva a quelle statunitensi. Con i suoi leviatani aereo-navali gli Usa possono controllare tutte le rotte del mondo e mantenere una capacità di “proiezione di forza” globale senza paragone con quella di nessun altro Paese. Ma la flotta navale e aerea ha bisogno di basi a cui appoggiarsi e da cui rifornirsi.

A tale scopo, gli Usa dispongono della più pervasiva e fitta rete di basi militari, porti e piste di atterraggio che sia mai esistita. Sono circa mille le basi militari statunitensi nel mondo. Alcune sono residui dell’impero britannico, come quella di Diego Garcia, che è Territorio britannico d’oltremare, ed è testimonianza della simbiosi che tutt’ora esiste tra imperialismo statunitense e britannico. Diego Garcia è strategicamente posta al centro dell’Oceano indiano, e ospita, oltre a una base navale, le piste da cui possono partire i bombardieri strategici statunitensi verso l’Asia e il Medio Oriente.

Quella statunitense è una talassocrazia[xii], un impero marittimo, che non è basato sul controllo territoriale diretto, ma sul controllo indiretto attraverso il controllo del mare, anche grazie alla loro posizione geografica che li pone in mezzo ai due oceani principali, l’Atlantico e il Pacifico. Dobbiamo tenere conto di questo dato di fatto per leggere i comportamenti di Biden riguardo all’Afghanistan. La presenza in Afghanistan non poteva essere permanente, perché non è coerente con la natura dell’imperialismo statunitense. Non è un caso se, subito dopo il ritiro dall’Afghanistan, gli Usa hanno siglato l’Aukus, che si aggiunge al Quad (forum strategico tra Usa, India, Giappone e Australia), mettendo un altro tassello importante nella loro strategia di contenimento della Cina. Il ritiro dall’Afghanistan è un modo di liberare risorse importanti da destinare al contrasto della Cina.  Ci sembra molto efficace la sintesi offerta dal Sole 24 ore in riferimento all’Aukus: “Lo stesso abbandono dell’Afghanistan…indica che Washington ha compiuto una scelta molto ben definita su quale dovrà essere il teatro del confronto diplomatico e militare (sia pure a bassa intensità) con Pechino: l’Oceano su cui si affacciano i suoi alleati (e gli stessi Usa).”[xiii]

La natura marittima, basata sul controllo di rotte e punti strategici, dell’imperialismo statunitense è coerente con la natura dell’imperialismo moderno, basato sul predominio sui flussi di capitale sotto forma di merci e di investimenti e sul dollaro come moneta di riserva e di scambio commerciale. Decisivo è il rapporto tra dollaro e forza militare. Come nel medioevo l’egemonia del bisante si basava sul potere militare dell’impero bizantino, così oggi il dollaro fonda la sua egemonia sulla preponderanza militare delle forze armate statunitensi.

 

Conclusioni politiche

Da quanto abbiamo detto appaiono evidenti quattro punti su cui i movimenti di classe e i partiti comunisti dovrebbero basare la propria strategia, che non può prescindere dall’essere inquadrata in un contesto internazionale, che è poi quello del sistema imperialista. Il primo consiste nel fatto che, nonostante la relativa decadenza economica, gli Usa sono ancora l’imperialismo egemone, a cui sono collegati secondo una scala gerarchica gli imperialismi subalterni, come quello italiano. Di conseguenza, la lotta deve essere indirizzata, in primo luogo, contro l’imperialismo del proprio Paese (nel nostro caso quello italiano) e contro quello statunitense. Il secondo consiste nel fatto che, essendo il nuovo imperialismo non territoriale, nei paesi della periferia deve essere applicata una strategia diversa da quella del passato, tradizionalmente fondata sull’alleanza tra borghesie nazionali e classe lavoratrice in un fronte unito di liberazione nazionale.

Oggi, in Paesi indipendenti ma inseriti nell’economia mondiale come periferia dipendente, la classe borghese locale è più organicamente inserita nel sistema di potere imperialista. Ne consegue che la lotta ha un carattere di classe più immediato e non può che indirizzarsi strategicamente verso la realizzazione del socialismo. Questo, però, non significa che sul piano tattico non vada mantenuta una certa flessibilità, tenendo conto delle condizioni specifiche di ogni Paese. Il terzo punto consiste nel fatto che lo Stato, compresa la forma di Stato nazionale, si è tutt’altro che eclissato e mantiene un ruolo centrale nelle politiche imperialiste. Quindi, la lotta antimperialista, sia nel centro sia nella periferia del sistema, deve indirizzarsi contro la forma borghese e imperialista dello Stato, che va eliminata e sostituita con un’altra forma Stato, coerente con la transizione socialista. Infine, ed è il quarto punto, non esiste un Impero, bensì un sistema imperialista costituito da più centri metropolitani con interessi più o meno contrastanti. L’esistenza di un solo impero, contrariamente a quanto auspicato da Negri, non faciliterebbe la lotta di classe, perché imporrebbe un dominio totale su tutto il pianeta che sarebbe più difficile da contrastare.

Al contrario, come accaduto nel passato, l’esistenza di più imperialismi e di contrasti inter-imperialisti riveste una primaria importanza, perché genera contraddizioni nel sistema, producendo spazi all’interno dei quali la classe lavoratrice e i comunisti possono inserirsi. Infine, è da sottolineare che bisogna sempre mostrare, dinanzi ai lavoratori, l’intimo nesso esistente tra le politiche socio-economiche interne e la posizione del proprio Stato a livello internazionale. L’imperialismo non è soltanto una politica estera e militare, ma è soprattutto uno stadio dell’evoluzione complessiva della società capitalista.

[i] Alfred T. Mahan, The Interest of America in International Conditions, 1910.

[ii] Carl Schmitt, Terra e Mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelfi, Milano 2003, p. 88.

[iii] Ibidem, p. 97.

[iv] F. Volpi, “Il potere degli elementi”, appendice a Carl Schmitt, Terra e Mare, p.131

[v] Michael Hardt e Antonio Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano 2002, pp.15 e 310.

[vi] Ibidem, p.136.

[vii] Carl Schmitt, op. cit, p. 104.

[viii] Ibidem, p.106.

[ix] Ibidem, p.107.

[x] La flotta Usa raggiunge i 3,4 milioni di tonnellate, al secondo posto c’è la flotta russa con 835mila tonnellate e al terzo quella cinese con 708mila tonnellate.

[xi] La Garibaldi sarà sostituita nel 2022 dalla Trieste, una portaerei da 38mila tonnellate.

[xii] Dal greco thalassa, mare, e kratos, potere.

[xiii] R. Sorrentino, “Francia, l’intesa Aukus impone la revisione della strategia Macron”, Il Sole 24ore, 21 settembre 2021.

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