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Stati canaglia contro il Venezuela: ecco chi è l'Asse del male oggi

 
 

di Geraldina Colotti editoriale di Radio Revolucion

 

Un gruppo di stati canaglia cerca di stroncare il processo di integrazione latinoamericano guidato da Cuba e Venezuela. E per farlo deve strangolare il socialismo bolivariano. Parliamo del cosiddetto gruppo di Lima composto da 12 paesi neoliberisti: Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Messico, Panama. Si fanno chiamare così perché nella capitale peruviana dopo l'approvazione dell'Assemblea nazionale costituente in Venezuela, il 30 luglio del 2017, hanno sottoscritto una dichiarazione bellicosa contro il governo bolivariano: per denunciare la presunta “rottura dell'ordine costituzionale” . La Costituente, organismo plenipotenziario approvato da 8 milioni e mezzo di votanti, ha riportato la pace nel paese dopo mesi di proteste violente delle destre. Maduro ha rimesso il mandato nelle mani dell'Assemblea costituente, ovvero del potere popolare. Altroché dittatura. 



 

Una vittoria insopportabile per l'imperialismo Usa che scalpita per rimettere le mani sulle immense risorse del paese e per stroncare il “cattivo esempio” rappresentato dal Venezuela bolivariano.


Questo gruppo di Lima ora vorrebbe impedire la partecipazione di Maduro al Vertice delle Americhe, che si terrà nella capitale peruviana il 13 e 14 aprile. I paesi canaglia non hanno nessun titolo per farlo, come non lo avevano per compiere le numerose ingerenze contro la sovranità del Venezuela. Però lo fanno. E così, il Perù del corrotto Kuczynski, che non avrebbe alcuna autorità morale per dare lezioni, ritira l'invito a Maduro, dichiarata persona non grata e persino minacciato manu militari qualora decida di recarsi ugualmente a Lima. “Perché mi temono, di cosa hanno paura?” ha detto Maduro, ribadendo la sua intenzione di recarsi comunque al Vertice.


Intanto, gli Usa manovrano per destabilizzare il paese bolivariano alle sue frontiere: principalmente in quella colombiana, dove si cerca di creare incidenti che giustifichino un intervento armato, mascherato da “ingerenza umanitaria”. E si moltiplicano i sabotaggi ai tralicci della rete elettrica. Dal 2017 a oggi sono almeno 45 le persone morte nel tentativo di lasciare al buio il paese tropicale, provocando danni incalcolabili anche all'economia se i frigoriferi rimangono spenti. 

 

Sabato e domenica prossima la Forza armata nazionale bolivariana, insieme al popolo venezuelano, svolgerà manovre di autodifesa per dimostrare, come ha detto il presidente, che il Venezuela “è territorio di indipendenza, di dignità e di pace”. Un'operazione di difesa integrale che si ripete ogni volta che le minacce di invasione si fanno più vicine: per dire che quella bolivariana “è una rivoluzione pacifica, però armata”.


Da quando Chavez ha vinto le elezioni presidenziali, a dicembre del 1998, il Venezuela è sottoposto a una guerra di debole intensità che ha avuto un primo picco con il golpe dell'aprile 2002 e un'accelerazione dopo la morte di Chavez, il 5 marzo del 2013. Una guerra economica e mediatica che ha acuito i problemi storici del paese bolivariano, e ha capovolto i termini della posta in gioco e le responsabilità degli attori in campo. 




A differenza di quanto è accaduto e accade ora in Europa, il fascismo in Venezuela non rivendica le proprie bandiere, ma si camuffa con un discorso più appetibile per i salotti buoni d'Europa:anche se gli obiettivi che persegue sono chiari, come si è visto durante le violenze scoppiate nell'aprile del 2017. In quell'occasione, ha agito un carnevale di simboli, benedetto dal partito delle gerarchie ecclesiastiche, ha presentato un casting di videogiochi e supereroi hollywoodiani. Solo che a essere bruciate vive erano persone vere: afro-venezuelani poveri o chavisti. Solo che a morire per le bombe artigianali erano persone vere. C'era il popolo? Sì, ma era un popolo mercenario, pagato e senza coscienza, come hanno documentato alcune inchieste giornalistiche, ben poco pubblicizzate.


Ma tant'è. Per quella sinistra italiana che ha indossato gli abiti della destra fino a spalancare le strade al fascismo, nessun problema: rimanevano pacifici manifestanti, da premiare col Sakarov e da invitare in pompa magna in parlamento, intanto che si votavano le sanzioni economiche contro il governo del Venezuela. Affamare un popolo per costringerlo a cambiare idea o ad accettare senza reagire le proprie catene. Cosa c'è di più democratico?


Ora l'Europa unisce la sua voce canaglia a quella del gruppo di Lima: per dire che non riconosceranno le elezioni presidenziali fissate per il 22 aprile in Venezuela. Ovviamente, non riconosceranno la vittoria di Maduro se il popolo lo vorrà di nuovo. Non hanno l'autorità per farlo, ma lo fanno. Le cosiddette istituzioni internazionali quando serve tornano ad essere strumenti di guerra o foglie di fico per le manovre imperialiste. Da qui alle elezioni, le destre eversive cercheranno di inventarsi qualcosa. Sperano che quel “qualcosa” - annunciato dalle manovre militari alle frontiere con il Venezuela - esca dal cappello magico del grande padrino nordamericano. L'Europa applaude: cosa c'è di più democratico del signor Trump, cosa c'è di più democratico dei signori Santos, Piñera, Temer eccetera?


Eppure basterebbe chiedersi: ma perché darsi tanto da fare se, come sostengono le destre, Maduro non avrebbe più il consenso del paese? Lo si potrebbe seppellire di voti contrari. E perché se il socialismo bolivariano ha fallito, il popolo oppresso non se n'è liberato?




E' vero che il socialismo bolivariano attraversa una difficile transizione in cui dovrà risolvere lo scontro interno fra chi vuole tornare indietro acquietandosi nei privilegi e nel compromesso con la borghesia, e chi invece costruisce un'altra prospettiva: quella del socialismo e delle comunas, e che sta raccogliendo proposte per il piano strategico che guiderà i prossimi sei anni, il nuovo Plan de la Patria. Intanto, sta anche a noi costruire una sponda, non più affidandosi ai cambi di poltrona, ma finalmente fidando sul potere popolare.

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