Blinken, l'imperialismo USA e la minaccia contro la Cina

Blinken, l'imperialismo USA e la minaccia contro la Cina

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di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli*

 

In un discorso tenuto il 13 settembre 2023 alla John Hopkins School of Advanced International Studies, uno dei centri più importanti del pensiero strategico statunitense, l'attuale segretario di stato Anthony Blinken ha di nuovo ribadito quale sia l’avversario principale ormai individuato da tempo dall'imperialismo americano e, a cascata, dai suoi vassalli sparsi tra L'Italia e il Giappone: come in precedenza per l'amministrazione Trump, anche per la nuova leadership a guida democratica si tratta sempre della Cina Popolare.

Dopo aver duramente attaccato la Russia, Blinken ha infatti di nuovo ribadito che "nel frattempo la Repubblica popolare cinese rappresenta la più significativa sfida a lungo termine" (al sistema globale occidentalcentrico) "perché non solo aspira a rimodellare l'ordine internazionale, ma sempre più dispone del potere economico, diplomatico, militare e tecnologico far proprie questo".

Come per il precedente nucleo dirigente diretto da Trump, dunque, anche secondo Biden-Blinken e i loro mandanti sociali (multinazionali, complesso militar-industriale, banche e ipersocietà finanziarie) la Cina risulta il principale nemico e il principale ostacolo all'"eccezionalismo" americano e ai suoi disegni di dominio mondiale, avendo già sue basi, soldati o consiglieri militari a stelle e strisce in quasi 150 stati, ossia tre quarti del totale mondiale.[1]

Nell'attuale "ordine internazionale" decantato da Blinken, sempre il 13 settembre 2023, le spese militari degli USA nel 2022 toccavano ormai quota 876 miliardi di dollari: somma equivalente al totale dei budget militari di 11 nazioni quali Cina, Russia, India, Arabia Saudita, Gran Bretagna, Germania, Francia, Corea del sud, Giappone, Ucraina e Canada.

Sempre nell'"ordine internazionale" apprezzato da Blinken, oltre che da buona parte della sinistra occidentale, vi sono tante, ma proprio tante basi militari statunitensi.

Come ha giustamente notato M. Abunahel, "la presenza di basi militari statunitensi all'estero è stata oggetto di preoccupazione e dibattito per decenni. Gli Stati Uniti tentano di giustificare queste basi come necessarie per la sicurezza nazionale e la stabilità globale; tuttavia, questi argomenti spesso mancano di convinzione. E queste basi hanno innumerevoli impatti negativi che sono diventati sempre più evidenti. Il pericolo rappresentato da queste basi è strettamente connesso al loro numero, poiché gli Stati Uniti hanno ora un impero di basi militari dove il sole non tramonta mai, che copre oltre 100 paesi e si stima che siano circa 900 basi, secondo un Strumento di database visivo creato da World BEYOND War (WBV). Allora, dove sono queste basi? Dove è dispiegato il personale statunitense? Quanto spendono gli Stati Uniti per il militarismo?

Sostengo che il numero esatto di queste basi è sconosciuto e poco chiaro, poiché la risorsa principale, i cosiddetti rapporti del Dipartimento della Difesa (DoD), sono manipolati e mancano di trasparenza e credibilità. DoD mira intenzionalmente a fornire dettagli incompleti per molte ragioni note e sconosciute.

Prima di entrare nei dettagli, vale la pena definire: quali sono le basi statunitensi all'estero? Le basi d'oltremare sono località geografiche distinte situate al di fuori del confine statunitense, che potrebbero essere di proprietà, affittate o sotto la giurisdizione del Dipartimento della Difesa sotto forma di terreni, isole, edifici, strutture, strutture di comando e controllo, centri logistici, parti di aeroporti o porti navali. Questi luoghi sono generalmente strutture militari stabilite e gestite dalle forze militari statunitensi in paesi stranieri per dispiegare truppe, condurre operazioni militari e proiettare la potenza militare statunitense in regioni chiave in tutto il mondo o per immagazzinare armi nucleari.

 

La lunga storia di continue guerre degli Stati Uniti è strettamente collegata alla sua vasta rete di basi militari all'estero. Con circa 900 basi sparse in più di 100 paesi, gli Stati Uniti hanno stabilito una presenza globale che non ha eguali in nessun'altra nazione, comprese la Russia o la Cina.

La combinazione della vasta storia bellica degli Stati Uniti e della sua vasta rete di basi all'estero dipinge un quadro complesso del suo ruolo nel rendere il mondo instabile. Il lungo record di guerra da parte degli Stati Uniti sottolinea ulteriormente l'importanza di queste basi all'estero. L'esistenza di queste basi indica la disponibilità degli Stati Uniti a lanciare una nuova guerra. L'esercito americano ha fatto affidamento su queste installazioni per sostenere le sue varie campagne e interventi militari nel corso della storia. Dalle coste dell'Europa alle vaste distese della regione Asia-Pacifico, queste basi hanno svolto un ruolo cruciale nel sostenere le operazioni militari statunitensi e garantire il dominio degli Stati Uniti negli affari globali”.[2]

Dell'egemonia statunitense fanno parte anche il (decadente) monopolio Internazionale del dollaro, la rete globale di spionaggio Echelon, i blocchi economici contro numerosi stati, a partire dall'eroica Cuba socialista, oltre alle rivoluzioni colorate promosse via via da Washington in giro per il pianeta, ivi compresa l'Ucraina di piazza Maidan nel 2014.

Il presunto "eccezionalismo” caro a Blinken e i concreti attacchi statunitensi contro la Cina, spesso usando il pretesto di Taiwan, fanno parte di un vecchio "ordine" unipolare da sostituire con un mondo finalmente multipolare e pacifico.


* Autori di "Il pensiero di Xi come marxismo del XXI secolo" (LAD, 2022)


NOTE

[1] A. De Giorgi, "L' epocale discorso del Segretario di Stato Usa Anthony Blinken: Insieme costruiremo un nuovo ordine mondiale", 16 settembre 2023, in ilriformista.it

[2] ( )M. Abunahel," Svelare le ombre: scoprire la realtà delle basi militari statunitensi all' estero nel 2023", 30 maggio 2023, in worldbeyendwar. org.

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