Coronavirus e paura liquida

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Coronavirus e paura liquida



di Agata Iacono
 

La paura liquida è figlia di una perdita di certezze, è conseguenza di una sempre maggiore privatizzazione e individualizzazione: senza radici e senza comunità sociali ed economiche di riferimento, ci troviamo sempre più soli in una società neoliberista e globalizzata, fluida, dove il mercato conta più della persona, dove l'angoscia della ricerca spasmodica di una identità sociale riconosciuta si esprime attraverso i social, che veicolano psicosi di massa.


Paradossalmente, anche la paura condivisa è in collante, i gruppi facebook o whatsapp che moltiplicano la paura diventano un rifugio dove dare espressione all'angoscia di una società sempre più liquida, fluida, senza Stato.

(Statisticamente negli Stati con una Storia consolidata di "Nazione" questo fenomeno è molto meno presente).


 

«Paura - scrive Bauman - è il nome che diamo alla nostra incertezza: alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla».

La paura può essere un uomo con una kefiah, un cellulare con la batteria scarica, la mancanza di connessione a internet, una piccola recessione in borsa, o un virus invisibile....


 

«Reali o immaginarie, genuine o fittizie - le paure sono tante. L’aspetto più significativo di queste paure è l'incertezza:
non sappiamo cos’è realmente spaventoso e cosa è stato inventato per tentarci o costringerci a spendere più soldi in cose di cui non abbiamo veramente bisogno, o per dare il nostro sostegno a politici che non hanno necessariamente a cuore i nostri interessi...


Le paure provengono virtualmente da qualsiasi luogo: lavori instabili, competenze inaffidabili, le poste nel gioco della vita che cambiano costantemente, fragilità delle relazioni. Tutte queste paure si alimentano l’un l’altra e si rinforzano, combinandosi in uno stato mentale e di sensibilità che possiamo descrivere solo come “insicurezza ambientale”. Ci sentiamo insicuri, vagamente minacciati, senza conoscere l'origine delle nostre ansie, insicuri su cosa fare... Le paure sono, per così dire, “fluttuanti”, “dis-ancorate”.


Non dobbiamo meravigliaci se in tali condizioni siamo “psicologicamente pronti” al disastro - ci aspettiamo che il mondo sia un contenitore pieno di pericoli. Continui allarmi, dal clima ai migranti, dall'attentato terroristico al virus contagioso, forniscono enormi carichi di ansia inespressa che aspetta solo un punto di sfogo.


 

«Il loro carattere “liquido”, difficile da definire e analizzare, rende le nostre paure inclini a essere trasformate in capitale politico e/o commerciale - che i politici e i commercianti di beni di consumo sono tentati e ansiosi di trasformare a loro profitto. La ben nota insistenza a “fare qualcosa” riguardo le cause (ignote) dell’ansia, a combattere contro le minacce (invisibili), può essere deviata e focalizzata su oggetti non necessariamente responsabili del sentimento di insicurezza, quanto invece convenienti dal punto di vista del profitto politico o commerciale. Questo slittamento non serve a curare l’ansia e quindi non diminuirà il rifornimento del “capitale di paura” a disposizione per l’impiego politico e commerciale - ma servirà a vendere bene i servizi dei competitors del potere di Stato e dei venditori di beni collegati alla sicurezza, e (per un breve periodo di tempo) a scaricare un po’ di tensione. Quando le paure pubbliche diventano un capitale allettante per i profitti, le possibilità di estirparne le radici sono molto poche; al contrario, i governi e i manager del marketing sono interessati a tenere intatto il volume delle paure; anzi, se possibile, a innalzarlo».


 

«La lotta per la giustizia sociale è sempre stata una lotta per la liberazione dalla paura... Ciò che ci spaventa è qualcosa di anormale, fuori dall’ordinario, non necessario, privo di un buon motivo: sono gli stessi tratti che caratterizzano l’“ingiustizia”. Man mano che i Paesi e le popolazioni dalla povertà auto-inflitta diventano più ricchi, le paure più terrificanti e le più esecrate ingiustizie tendono a slittare dalla sfera della sopravvivenza fisica a quella della dignità umana e dell’autostima.

Ciò che allora temiamo di più è la prospettiva di essere rifiutati. In altre parole, fa slittare il problema della sopravvivenza sociale; preservazione dello stato sociale ereditato o acquisito. Nella costellazione attuale delle condizioni, e anche delle prospettive anelate, di vita decente e piacevole, la stella della parità brilla ancora di più, mentre quella dell’uguaglianza scompare. La visione di condizioni di vita uniformi e universalmente condivise viene rimpiazzata da quella della diversificazione illimitata; e il diritto a diventare uguali viene sostituito dal diritto di essere e rimanere diverso senza che per questo vengano negate dignità e rispetto».


(da un'intervista di Alberto Garlini a Zygmunt Bauman febbraio 2008)

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