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Donbass, il monito di Putin ai golpisti di Kiev: niente mosse avventate durante i mondiali o finirete male

 
 

di Fabrizio Poggi
 

Ha già fatto il giro del mondo l'avvertimento di Vladimir Putin a Kiev: niente provocazioni o farete una brutta fine. Parole grosse, forse a effetto; ma intanto le ha dette ed è la prima volta che, al massimo vertice del Cremlino e di fronte ai media di tutto il mondo (anche se, formalmente, in “linea diretta” coi cittadini russi), si risponde in modo diretto e pubblico a un'allarme che circola da qualche mese: la preoccupazione cioè che Kiev approfitti dell'attenzione puntata sul mondiale di calcio in Russia per un attacco su larga scala in Donbass.
 

Nel corso della “Linea diretta”, Zakhar Prilepin, scrittore apprezzato, redattore capo di Svobodnaja Pressa e oggi anche ufficiale delle milizie della DNR, ha chiesto a Putin come valuti una situazione in cui “qui si ha l'impressione che l'esercito ucraino possa approfittare dei mondiali di calcio per dare inizio a un attacco vero e proprio”. E Vladimir Vladimirovic non ha girato intorno alla domanda: “Spero che non si arrivi a tale provocazione; ma se ciò accadrà, credo che le conseguenze per il regime statale ucraino nella sua totalità saranno molto serie. Ma voglio sottolineare ancora una volta di contare sul fatto che non si verifichi nulla del genere” ha ribadito; e ha aggiunto “E' impossibile intimorire le persone che vivono nella DNR e nella LNR. Forniamo aiuto a entrambe le repubbliche non riconosciute e continueremo a farlo.
 

Da parte nostra, facciamo il possibile affinché il problema venga risolto nel quadro degli accordi di Minsk".


Le conseguenze ipotizzate da Putin potrebbero essere così serie che, già alla vigilia, l'ex Segretario generale della NATO e oggi consigliere di Petro Porošenko, Anders Fog Rasmussen, aveva detto - certo, a uso e consumo dell'ulteriore espansione della NATO a est – che, in caso di conflitto russo-ucraino, “se la Russia volesse, i suoi soldati potrebbero occupare l'Ucraina in pochi giorni”.


Della possibilità che i putschisti di Kiev stiano preparando qualcosa di grosso nel Donbass, da attuare durante il mondiale di calcio, si parla in effetti pubblicamente da diverso tempo e le mosse ucraine sul campo di battaglia indicano che, quantomeno i preparativi, sono in corso sul serio. Ne aveva parlato nei giorni scorsi anche l'ex leader della DNR e oggi presidente dell'Unione dei volontari del Donbass, Aleksandr Borodaj, indicando nell'area di Želobok, una cinquantina di km a nordovest di Lugansk, una delle possibili direttrici dell'attacco ucraino. Le sue parole non hanno certo la risonanza mediatica di quelle di Vladimir Putin, ma, data la sua conoscenza del terreno e delle forze in campo, non è da sottovalutare la previsione secondo cui, se Kiev deciderà davvero una provocazione - per la quale starebbe “saggiando” diversi punti del fronte - ciò potrebbe essere l'inizio di un'altra Debaltsevo (la sacca in cui si consumò la più sonora sconfitta ucraina, nel febbraio 2015) e la fine dell'Ucraina. Le forze di DNR e LNR, ha detto Borodaj, dispongono oggi sufficiente potenza di fuoco per respingere qualsiasi attacco ucraino; attorno a Donetsk e a Lugansk sono concentrate così tante riserve da consentire, in caso di sfondamento ucraino, di racchiuderli in un'altra sacca.


E che Kiev stia “saggiando” il terreno in vari punti del fronte, è ormai evidente almeno da un paio di mesi. Soldati ucraini fatti prigionieri dalle milizie testimoniano che istruttori statunitensi, canadesi e polacchi continuano ad addestrare le truppe di Kiev a tattiche offensive per la conquista di edifici e città. Anche ieri, come nei due-tre giorni precedenti, sono state bersagliate le periferie di Donetsk, Jasinovataja, Dokuchaevsk, Gorlovka, Zajtsevo e Telmanovo. Se Borodaj ha indicato Želobok, nella LNR, quale possibile settore di un eventuale attacco ucraino, nella DNR è Gorlovka, praticamente sulla direttrice che unisce Donetsk a Lugansk, a essere sotto assedio da quasi due mesi. Le forze ucraine sono infatti convinte che la conquista delle alture attorno alla città permetterebbe loro di stringere definitivamente d'assedio la stessa Dontesk. Secondo Novorosinform, oltre che nei centri abitati, si è inasprita la situazione anche lungo la linea del fronte. Sempre ieri, sei persone sono rimaste ferite in seguito al mitragliamento ucraino di un autobus di linea a Golubovskoe, 8 km a nord di Kirovsk.


Soprattutto dagli inizi di maggio, Kiev ha ripreso l'offensiva, certo per tentare di sfiancare le milizie, in vista di qualcosa di più grosso. Le fonti propagandistiche ucraine scrivono ogni giorno di “pesanti perdite inflitte ai terroristi” - come essi definiscono i miliziani – e, in effetti, non passa giorno che le agenzie della Novorossija non diano notizia di ufficiali e volontari delle milizie caduti sotto i colpi di cecchini e dei mortai pesanti.


Per tentare di spezzare la resistenza della popolazione, oltre a un blocco totale, vengono regolarmente colpite le stazioni di filtraggio dell'acqua potabile; il 5 giugno, tiri di mortaio sui centri abitati di Avdeevka e Jasinovataja (praticamente sobborghi settentrionali di Donetsk) hanno colpito una delle linee dell'alta tensione, lasciando senza corrente la locale stazione di filtraggio, che garantisce l'acqua a 400.

000 abitanti dell'area.


In generale, secondo il vice Presidente della missione di monitoraggio OSCE, Aleksandr Hug, in tutto il mese di maggio sarebbero rimasti uccisi in Donbass 10 civili e altri 25 feriti. Ma la responsabile per i diritti umani nella DNR, Darja Morozova ha scritto che solo dal 18 al 25 maggio, nella sola DNR, si sarebbero contati 9 morti (sei miliziani e tre civili) e 17 feriti. Da alcuni giorni, non si hanno notizie di sette civili dei villaggi di Gladosovo e Travnevogo, a metà strada tra Gorlovka e Zajtsevo, in precedenza nella terra di nessuno e dallo scorso novembre occupati dalle forze ucraine. Depredate e incendiate le abitazioni di diverse famiglie di quegli stessi villaggi. Il 5 giugno, Novorosinform ha scritto dell'assassinio, da parte ucraina, di due dei tre miliziani della DNR fatti prigionieri pochi giorni prima a Zajtsevo. Il 2 giugno è rimasta sotto il fuoco di lanciagranate automatici anche la periferia occidentale di Donetsk, con danneggiamenti a diversi edifici civili.


Sul fronte “politico”, pur se è confermato l'incontro del “quartetto normanno” (Francia, Germania, Russia e Ucraina) del 11 giugno a Berlino, ieri il Ministro degli interni golpista, Arsen Avakov, ha “ufficialmente” dichiarato morto il processo degli accordi di Minsk: “La situazione attuale è quella di un conflitto congelato” ha detto Avakov, contraddicendo direttamente quanto detto appena alla vigilia da Petro Porošenko, secondo cui nel Donbass è in atto una “fase calda” della guerra e non un “conflitto congelato”. Avakov ha anche detto che “la riacquisizione del Donbass non costituirà un processo semplice” e, “tecnicamente, sarà piuttosto un'operazione di polizia, senza il ricorso a forze militari”: si svolgerà secondo una larga azione di “filtraggio” tra coloro che non hanno “collaborato con la attuali autorità d'occupazione” e chi invece “si è macchiato del sangue di soldati ucraini”.
 

Alla vigilia della presa di posizione di Vladimir Putin, il politologo Aleksandr Šatilov, intervistato da Svobodnaja Pressa, a proposito dei colloqui russo-statunitensi sul Donbass, aveva detto che gli USA non perdono la speranza di piegare Mosca ad accettare l'introduzione di “caschi blu” non lungo la linea di contatto tra milizie e forze ucraine, bensì sul confine tra Donbass e Russia, posizione ripetuta anche da qualche “portavoce” del nuovo governo italiano. In tal modo, le Repubbliche popolari sarebbero di fatto tagliate fuori dagli aiuti umanitari e politici russi, il che condurrebbe alla capitolazione del Donbass. Inoltre, sotto l'apparenza di forze di pace, l'Occidente avrebbe un'eccellente opportunità di portare truppe NATO in Ucraina, nelle basi militari di tali "caschi blu".
 

La Russia, dice Šatilov, non è ancora pronta per un'azione decisiva in direzione del Donbass e fa di tutto per ritardare il più possibile un  inasprimento della situazione. Di contro, “gli americani stanno cercando in tutti i modi di spaventare Mosca con continue allusioni a una carneficina nel Donbass durante i mondiali; il che ci costringerebbe a intervenire, sui media verrebbe sollevata una nuova campagna anti-russa e l'Europa aderirebbe a ulteriori sanzioni. Credo che, per il momento, la Russia non dirà né un sì, né un no decisi”. La leadership russa, sostiene Šatilov, “ha assunto un atteggiamento attendista”, a metà strada tra i liberali che vorrebbero del tutto ignorare la questione e coloro che vorrebbero un'azione più decisa in favore delle Repubbliche popolari. “Se Kiev passerà all'offensiva, allora dovremo reagire in qualche modo; ma, prendere per primi l'iniziativa è problematico. Pertanto, penso che il massimo che la Russia si permetterà, dopo i mondiali, sarà di non ostacolare alle milizie popolari di rispondere più duramente a tutte le provocazioni e ai bombardamenti”. In ogni caso, ha detto il politologo, è chiaro che, se da Washington partisse l'ordine, Porošenko potrebbe davvero lanciare un'offensiva su vasta scala.
 

La situazione, insomma, pare indicare la strada di robusti preparativi a uno scontro molto duro: da una parte l'attacco golpista e, dall'altro, l'adeguata risposta da parte delle milizie popolari.
 

“Ogni progresso nella soluzione del conflitto nel Donbass è possibile solo nel caso dell'avvio di un dialogo diretto tra Donetsk e Kiev”, ha detto Alexander Zakhar?enko; un caso, questo, che Kiev e Washington non vogliono proprio.

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