Egemonia (18). Il gattopardo europeo - Alberto Bradanini

Egemonia (18). Il gattopardo europeo - Alberto Bradanini

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di Alessandro Bianchi


“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Le elezioni europee viste come un terremoto da molti commentatori si possono riassumere in estrema sintesi con altri cinque anni di "maggioranza Ursula" pronta a continuare il suo viaggio verso il baratro dell'Armageddon, fedele ai dettami dei padroni di Washington.  "L’esito di tali elezioni - riassumibile nella nozione di funesta stabilità - conferma, in buona sostanza, il cupo declino filosofico-valoriale dei popoli del vecchio (in ogni senso) continente", dichiara ad "Egemonia" l'Ambasciatore Alberto Bradanini, una delle nostre bussole di riferimento costanti nei frastornati e difficili tempi attuali.

A lui abbiamo chiesto un commento sulle forze di estrema destra in ascesa, l'astensionismo e i margini di costruzione di una forza di reale cambiamento nel vecchio continente. "Non v’è dubbio che per assicurarsi il controllo sulle scelte dei paesi vassalli l’egemonia plutocratica americana si serve della Nato, una struttura un tempo difensiva, oggi di aggressione, a tutela degli interessi Usa, che condiziona in modo sistemico le scelte dei paesi colonizzati, selezionandone i ceti politici". E questa egemonia non si contrasta certo con il melonismo (italiano, francese o tedesco che sia) o l'astensione, ma con un "faticoso percorso di conoscenza e consapevolezza, avendo fede nel convincimento (da non intendersi in termini presuntuosi) che nella storia ha motivato tanti uomini di buona volontà" per gettare le basi per un reale cambiamento.


L'INTERVISTA COMPLETA:

 

Ambasciatore, i principali vincitori delle elezioni europee sono sicuramente le destre estreme e l’astensione. Nulla dovrebbe cambiare con la famigerata “maggioranza Ursula” a guidare il timone verso il baratro dell’Armageddon contro la Russia. È lo scenario che si aspettava?

L’esito di tale sceneggiata non è stata certo una sorpresa. Del resto, se le elezioni servissero a qualcosa, affermava A. Bierce, le avrebbero già abolite. Serviranno dunque a ben poco anche quelle europee dell’anno 2024. È bene infatti non dimenticare che l’Europa costituisce un’indistinta mescolanza di paesi vassalli dell’impero americano (di cui è figlia primogenita!) e che il Parlamento Europeo è un finto Parlamento, occupandosi di diverse e inutili questioni, ma non di quella principale, fare le leggi: il suo incarico principale è invece quello di garantire un ottimo impiego a 720 individui altrimenti a rischio disoccupazione. L’esito di tali elezioni - riassumibile nella nozione di funesta stabilità - conferma in buona sostanza il cupo declino filosofico-valoriale dei popoli del vecchio (in ogni senso) continente. Alla luce di ciò, in nome dei principi di convivenza pacifica, democrazia ed equità sociale, dovremmo tutti gridare: viva l’instabilità! Purtroppo, dunque, dalle urne non è sortito alcun impulso virtuoso a favore del mondo del lavoro, dei beni pubblici, della sovranità costituzionale e della pace. Si continuerà a morire in Ucraina e in Palestina (ammesso che l’Europa potesse fare qualche differenza) e a coloro che hanno confermato tali inverecondi ceti politici, di tutto ciò nulla è importato. L’inerzia fattuale, valoriale e di pensiero della società europea – Italia in testa, beninteso, tra le più inossidabili, ma in verità tutto l’Occidente - riflette un cupo deflusso storico di natura strutturale. La maggioranza dei popoli che la compone è preda di una plastica regressione verso l’età etica e ideologica della pietra. Non è un caso che in tale cupo scenario siano divenute superflue persino le operazioni di destabilizzazione dall’esterno alle quali i noti padroni atlantici del mondo ci hanno abituati dal secondo dopoguerra in avanti. Oggi, il lavaggio del cervello rende di più e costa meno. E il successo è garantito con l’ausilio della strategia della paura: paura di perdere il lavoro, di impoverirsi, di veder dileguare il potere d’acquisito di salari e pensioni, l’assistenza sanitaria, un qualche futuro per i propri figli, una paura che minaccia persino il valore supremo della pace, che ingenuamente pensavamo acquisito per sempre!

 

Le forze di destra in Francia e Germania che sono i veri vincitori delle elezioni europee nei loro paesi rappresentano forze di cambiamento nel sistema attuale o verranno facilmente assorbite dallo stesso come è successo con Fratelli d’Italia in Italia?

Quelle formazioni politiche di destra (apparentemente vincitrici) non faranno la differenza: in Germania perché mancano i numeri, in Francia perché il lepenismo è da tempo normalizzato (sia nelle posizioni anti-Ue che anti-Nato), in analogia al melonismo italiano, diventato antisovranista che più non si può, mentre digerisce senza medicinali coadiuvanti sia le bellicose consegne imperiali che le ingiunzioni della finanza nordeuropea che saccheggia da trent’anni quel che rimane della nostra ricchezza. La società europea occidentale, in realtà, non è in preda a misteriose spinte eversive, irreperibili ribellismi anarchici, improbabili derive antisemitiche o radicalismi populisti, tantomeno di sinistra (di vera sinistra, del resto, non si vede l’ombra!). La società europea è invece il deprimente riflesso di un popolo addormentato che – dopo annose sedute di elettrochoc cultural-consumistici, dopo essere stata sconfitta dalla lotta di classe combattuta in seno all’attuale modo di produzione – teme l’instabilità e accetta dunque ingiustizie, derive belliciste e asservimento politico-ideologico, favorendo i privilegi della plutocrazia dominante. Va detto che nemmeno in tali umilianti condizioni viene meno la sorveglianza piramidale (esplicita o sotterranea), perché il popolo resta inquieto per definizione, non si sa mai!

 

Negli anni ’30 del secolo scorso le forze che muovevano le logiche di mercato si sono affidate alle destre reazionarie e xenofobe per impedire l’ascesa di un modello realmente alternativo rappresentato da quelle comuniste. Chi muove le fila del neoliberismo e della Nato sta immaginando uno scenario similare un secolo dopo?

I protettorati europei dell’impero unipolare (sempre meno tale, grazie al cielo, alla luce del progredire di un benvenuto pluralismo politico, economico e militare) vengono sono controllati senza nemmeno ricorrere a minacce o all’uso della forza. È sufficiente mobilitare i noti strumenti di seduzione, carriere, denari e onori, di cui dispongono ad libitum le oligarchie belliciste atlantiche (sovraniste come nessun altro, ma tale aggettivo perde misteriosamente il suo significato dispregiativo se viene applicato al sovrano). Quel che, tuttavia, continua a sorprendere è la dabbenaggine dei più, per usare un eufemismo, i quali chiudono gli occhi su tutto ciò e non cessano di considerare quella nazione una democrazia, anzi la migliore democrazia disponibile sul mercato, espressione della sola nazione indispensabile al mondo (nel lessico malato di M. Albright, poi ripresa da W. Clinton), voluta da Dio per guidare un’umanità altrimenti ingovernabile. Da non credere! Non v’è dubbio che per assicurarsi il controllo sui paesi vassalli la plutocrazia americana si serve della Nato, una struttura un tempo difensiva, oggi di aggressione, che condiziona profondamente le scelte dei paesi colonizzati, selezionandone le classi dirigenti. A tale profilo di sorveglianza, deve aggiungersi la pressoché totale supervisione sui media e l’accademia, attraverso meccanismi controllati di informazione, agenzie compiacenti o in proprietà occulte, finanziamenti nascosti a ONG, accordi segreti e via ingarbugliando. Lo scarso spessore del ceto politico, di cui la popolazione addormentata ha mostrato di avere minima consapevolezza, un ceto caratterizzato dalla virtù dell’obbedienza, si abbina all’esiguità intellettuale e professionale di operatori mediatici (salvo immancabili eccezioni che non fanno la differenza) e al circo accademico, referenziale a sé stesso, al quale è affidato il compito di svelare a un popolo disattento come funzionerebbe il mondo. Come sopra rilevato, una popolazione sopravvissuta a siffatti elettrochoc culturali si muove in modo frastornata davanti a tante umiliazioni.

 

Il Professor Erspamer in una sua recente riflessione ha definito le elezioni europee “consultazioni ridicole” in cui i cittadini sono chiamati a votare per “un’istituzione governata non da un Parlamento ma da commissari nominati da chi ha già il potere, in particolare finanziario”. L’astensionismo non era l’arma più efficace?

Le tecnocratiche e non-elette istituzioni europee (prive del crisma di vera democrazia) sono state costruite senza alcuna partecipazione dei popoli (quando nel 2005 olandesi e francesi vengono consultati sulla cosiddetta Costituzione Europea, questa è sonoramente bocciata, ma i conduttori euroinomani di quella locomotiva se ne infischiano, cambiando solo il nome a quell’insulto politico-giuridico e spingono il treno ancora più avanti.

Basta un rapido sguardo: non è il Parlamento a fare le leggi, ma la Commissione che poi le manda al Consiglio, cioè dai governi, per l’approvazione definitiva, che arriva solo e sempre se Francia e Germania sono d’accordo. Quanto alla Banca centrale europea, non prevista dai cosiddetti Trattati istitutivi, essa è una banca privata, indipendente per statuto da qualsiasi istituzione democratica che risponda al popolo (di fatto però dipendente dai mercati e dalla Bundesbank!): essa ha solo il compito di tenere a bada l’inflazione (vale a dire gli interessi dei creditori), non certo di far crescere l’economia o ridurre la disoccupazione, non sia mai! Sul tema astensionismo, infine, la riflessione, in termini di logica, è banale: esso viene digerito senza fare una piega dalle oligarchie dominanti (anche se i non-elettori possono avere una diversa ermeneutica), le quali lo leggono quale espressione di sostanziale accondiscendenza allo status quo. È sempre meglio votare, dunque, il meglio quando c’è, o il meno peggio quando manca il primo.

 

L’astensione in Italia ha superato il 50% mostrando chiaramente come coloro che hanno sofferto per l’inflazione, precarietà, dittatura del neoliberismo, genocidio in corso a Gaza e armi al regime di Kiev non hanno visto un’alternativa credibile in nessuna delle forze politiche. Cosa è mancata alle forze che si sono proclamate di cambiamento in Italia nell’attirare quei voti e come si ricostruisce un’alternativa credibile?

L’astensionismo riflette lo scoramento di un popolo abbandonato, che percepisce il vuoto di chi dovrebbe rappresentarne i bisogni. Non a caso esso è superiore al Sud, terra obliterata dai maggiordomi europeisti e atlantici dei governi di turno. Si tratta di regioni tra le più povere dell’Unione, persino in rapporto ai paesi entrati dopo la caduta del Muro di Berlino. Sebbene l’Italia sia uno dei paesi fondatori di tale Disunione, il divario tra Mezzogiorno d’Italia e le regioni benestanti è rimasto tale, ampliandosi in molti settori. Oggi, tutta la Penisola rischia un percorso di mezzogiornalizzazione, al termine della corsa depredatoria in atto dall’entrata in vigore del famigerato Trattato di Maastricht (1° gennaio 1993). Affinché l’Italia possa sperare per i propri figli in un avvenire degno di questo nome, una futura classe dirigente dovrà mettere in cantiere una strategia di intelligente fuoriuscita (così come dalla Nato, del resto), un tema difficile, ma ineludibile. Così facendo, tale ipotetica classe dirigente darebbe anche un contributo straordinario alla pace e alla stabilità nel Mediterraneo (divenendone la Regina), quel mare che non a caso i nostri illustri antenati romani chiamavano nostrum.

 

Qual è il dato che più la preoccupa e quello che invece le offre un raggio di speranza da questa tornata elettorale?

Il quadro delineato non autorizza alcuna speranza. E anzi suggerirei di abolire il facile e ricorrente uso di tale termine. Esso induce a fantasticare su scenari improbabili, in vista dei quali non esistono le condizioni. Nella miserrima, attuale contingenza storica si può solo investire sul faticoso percorso di conoscenza e consapevolezza, avendo fede nel convincimento (da non intendersi in termini presuntuosi) che nella storia ha motivato tanti uomini di buona volontà: siamo in pochi, ma abbiamo ragione!

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