Generale Fabio Mini - Le nostre armi sono il suicidio assistito dell'Ucraina

Generale Fabio Mini - Le nostre armi sono il suicidio assistito dell'Ucraina

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di Fabio Mini - il Fatto quotidiano 21 giugno 2022

 

Mentre in Europa e negli Usa il dibattito politico sulla guerra langue a favore di quello interno, l’analisi del conflitto tende a concentrarsi su domande legittime, ma che non hanno risposta: quando finirà e chi vincerà? La situazione sul terreno e i risultati della tattica vengono oscurati dalla politica e dalla strategia, o meglio dalla pseudo strategia, perché senza conoscere cosa succede sul terreno è anche difficile parlare di strategia e di operazioni militari. E quando si deve parlare di tattica gli analisti e i generali o i generali analisti devono cedere il podio ai colonnelli che assieme ai capitani e ai caporali sono da sempre le tre C maiuscole della guerra guerreggiata. Il colonnello Markus Reisner dell’esercito austriaco è capo del Dipartimento ricerca e sviluppo dell’accademia Militare Teresiana e dall’inizio della guerra pubblica in Rete un aggiornamento sulle operazioni militari in Ucraina. È chiaro, didatticamente perfetto, le sue analisi si basano su fonti aperte ucraine e occidentali e si distaccano notevolmente dal cosiddetto mainstream.

Da marzo a maggio quando si leggeva della clamorosa sconfitta russa imminente e avvenuta, lui avvertiva di usare cautela e di non sottovalutare la Russia. Nel briefing di ieri (https://www.youtube.com/ watch?v=sd4xrbuvs48) ha avvertito di non sopravvalutare gli aiuti militari occidentali diretti all’ucraina.

ALL’INIZIO della guerra, l’ucraina disponeva 260.200 uomini e donne combat ready (pronte al combattimento) inclusi nelle forze di terra, aria e mare, forze speciali, unità d’assalto aereo, unità di difesa territoriale, unità della legione internazionale e brigate di volontari.

Il grosso dell’esercito era formato da 2/2 (attive/di mobilitazione) brigate da montagna, 4/1 brigate motorizzate, 9/5 brigate meccanizzate, 2/4 brigate carri, 4/2 brigate di artiglieria e relativi supporti tattici e logistici. I mezzi da combattimento ammontavano a 2.416 carri armati e altri veicoli corazzati, 1.509 pezzi di artiglieria e mortai, 535 sistemi di lanciarazzi multipli, 152 aerei, 149 elicotteri 36 droni, 180 sistemi di difesa aerea a lungo e medio raggio, 300 stazioni radar. Pochi si sono soffermati sul significato di questi numeri che facevano dell’ucraina una nazione tutt’altro che disarmata, ma venivamo bombardati d’immagini di sparuti elementi della resistenza intenti a confezionare bottiglie incendiarie. Nemmeno Reisner dice quante di queste forze siano oggi rimaste, ma la sua mappa è eloquente: le unità poste lungo la linea del fronte da Karkiv a Kherson formano una sottile linea di compagnie e battaglioni di primo scaglione e poche riserve in profondità. Il resto è disperso in tutto il resto dell’ucraina e principalmente nei centri abitati. Possono resistere, non contrattaccare.

LE ARMI finora fornite dall’occidente sono: 40 carri armati T72 M1 della Cekia, 60 (su 230 promessi) della Polonia, e una ventina della Bulgaria; il tutto equivalente a quasi una brigata carri. Sono arrivati 60 veicoli corazzati BVP1 dalla Cekia, 40 BWP1 dalla Polonia, 20 M113 dalla Lituania e alcuni YPR765 dall’olanda. Anche questi per un totale insufficiente a dotare una brigata meccanizzata. Artiglierie a traino meccanico: imprecisati FH70 da Estonia e Italia, 9 D-30 da Estonia, imprecisati D-20 dalla Bulgaria, e ben 114 M777 da Stati Uniti, Canada e Australia. Anche questi equivalenti a quasi una brigata di artiglieria.

Artiglierie semoventi: 30 M109 A3 da Norvegia e Polonia, 20 Dana e 20 2S1 da Cekia e 12 Caesar dalla Francia. Equivalenti a quasi una brigata. Artiglierie lanciarazzi: 20 RM 70 da Cekia e 20 BM 21 da Polonia. Sono stati promessi 7 M270A1 MLRS da Germania e UK e 4 M141 HIMARS dagli Usa. Tutte le artiglierie fornite sono equivalenti per gittata a quelle russe (16-24 Km) con l’eccezione degli obici semoventi Panzer 2000 e i Caesar francesi che raggiungono i 36-40 Km. Grande differenza potrebbero fare gli HIMARS e gli M270 che possono sparare fino a 45 – 300 Km, ma il loro scarso numero e le limitazioni annunciate da Biden nella fornitura ne mettono in discussione l’impatto e ne alzano la vulnerabilità agli attacchi aerei e missilistici. Nel frattempo la Russia sta sparando sulle posizioni ucraine fino a 50.000 proiettili al giorno contro i 5-6.000 degli ucraini.

Non è ben chiaro quanta capacità di fuoco sia rimasta all’ucraina e cosa intenda fare con quella ricevuta, ma l’assistente di Zelensky, Podolyak, aspettava dalla riunione del gruppo di contatto dei ministri della Difesa del 15 giugno a Bruxelles una risposta a questa richiesta: “Parliamo chiaro, per finire questa guerra abbiamo bisogno della parità di armi pesanti. Perciò dovete darci 1.000 obici da 155 mm, 300 MLRS, 500 carri armati, 2.000 mezzi corazzati e 1.000 droni. Le armi finora inviate e quelle promesse, oltre a essere di molto inferiori a quelle richieste, contribuiscono in maniera minima alla funzione operativa di combattimento immediato e a corto raggio.

Non compensano invece l’enorme potenza di attrito sviluppata dai missili a medio e lungo raggio russi (2.600 lanciati dal 24.2) e solo parzialmente le informazioni fornite dalla Nato e dagli Stati Uniti migliorano la funzione informativa ucraina. Inoltre gli “aiuti” occidentali non garantiscono altre funzioni operative determinanti quali la protezione delle forze e il sostegno tattico-logistico e non migliorano le funzioni di comando e controllo, la preparazione tecnico-tattica e la proiezione di potenza. Senza un efficace apparato di difesa aerea e antimissilistica il gap non potrà mai essere colmato. Inoltre le enormi quantità di sistemi mobili come quelli anticarro e antiaerei (i.e. Javelin) introdotti dall’occidente e giunte al fronte senza sostegno logistico e senza autoprotezione sono soggetti alla cattura da parte dei russi che li immettono immediatamente nel proprio sistema di attacco.

Rimane poi il problema di come utilizzare gli aiuti “Heavy metal e Rock ‘n Roll” immessi a spizzico nel tritacarne ucraino. Conviene farli affluire in zone protette dove costituire, equipaggiare e addestrare nuove unità da inviare al fronte solo quando sono pronte per effettuare con successo i contrattacchi?

O conviene farle arrivare direttamente al fronte? Quest’ultimo sembra l’orientamento ucraino, sul quale il colonnello Reisner ha dei dubbi visto che finora i russi sono riusciti a eliminare le forze introdotte alla spicciolata. A tali dubbi si aggiungono alcuni interrogativi. Gli aiuti arriveranno in tempo almeno per fermare l’avanzata russa? A chi arriveranno? E gli ucraini saranno in grado di usarli correttamente, avranno il sostegno logistico (munizioni, carburante, lubrificanti, esperti di manutenzione, officine di riparazione)? Per i semoventi M109 norvegesi giunti in Ucraina sono tenute lezioni sul campo con le istruzioni (in inglese) scritte a mano su fogli di carta appiccicati allo scafo. È sufficiente questo per usarli in maniera efficace? Su questi interrogativi Reisner si ferma e saluta “alla prossima”. Grazie.

NON C’È MOLTO da aggiungere se non osservare che l’ucraina non ha alternative all’impiego dei materiali ricevuti con il sistema dell’usa e getta. Attualmente non ha tempo di rimettere in piedi né una forza combattente strutturata né un’organizzazione di supporto tecnico e logistico in grado di mantenere i materiali ricevuti. Può disporre di non più di 70.000 uomini al fronte sottoposti a un alto tasso di usura. Oltre il fronte le forze non subiscono perdite, ma non sono in grado di compensarle. L’entità degli armamenti richiesti indica che non servono a raggiungere la parità con la Russia né tantomeno a finire la guerra, ma servono a ripianare le perdite perché la guerra possa continuare così com’è: lenta e distruttiva. D’altra parte, le armi promesse non servono né a fare pressione strategica sulla Russia (anzi è il contrario) né a invertire il rapporto di forze sul campo. Non hanno nemmeno valore morale sui combattenti che vedono allontanarsi ogni giorno di più le prospettive di vittoria pompate dalla propaganda di regime. Non hanno neppure valore autoassolutorio per chi le manda. Gli ucraini in combattimento ci hanno già condannato: troppo poco e troppo tardi. Non ci rispettano: dicono di combattere per noi e ora vogliono che combattiamo per loro. Mentre loro muoiono noi pensiamo all’aria condizionata. Se ne fregano dei rischi di escalation e anzi vogliono che li affrontiamo. Anche la logica di Boris Johnson è pericolosa e tende al coinvolgimento della Nato e degli Usa in una guerra di distruzione europea. Ha promesso di addestrare 10.000 ucraini in quattro mesi. Troppo poco e forse troppo tardi: se adesso l’ucraina perde 200-300 soldati al giorno, i 10.000 addestrati dovranno rimpiazzare i 24-36.000 perduti e così via in un crollo esponenziale verso la capitolazione operativa in due soli cicli quadrimestrali. E quante armi occorrerà fornire per rimpiazzare quelle che andranno distrutte o catturate? Per non parlare di quante altre armi e combattenti serviranno all’ucraina per riconquistare i territori perduti se mai sarà possibile. Abbiamo avuto l’occasione di evitare questa guerra tempo fa. Non l’abbiamo considerata e ora siamo in una spirale distruttiva in cui l’ucraina è tenuta in vita dalle macchine belliche mentre invoca il suicidio assistito suo e di tutta l’europa. Una spirale che può essere interrotta o negoziando seriamente non tanto una tregua in Ucraina, quanto un nuovo assetto di sicurezza europea; o “invadendo” noi l’ucraina per combattere ad “armi pari” la Russia, con tutto ciò che questo comporta. Non si profila alcun grande affare per nessuno. Tranne che…

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