Germania, i No Border contro la Wagenknecht: la partita ha inizio

Germania, i No Border contro la Wagenknecht: la partita ha inizio

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Le elezioni federali tenute lo scorso fine settimana in Germania hanno segnato una sconfitta significativa del partito della cosiddetta sinistra radicale.

Dal 9,2% Die Linke è passata al 4,9% (-4,3%), in una tornata elettorale che ha visto la vistosa flessione della CDU  (24,1%, -8,9%) orfana di Angela Merkel, il fisiologico aumento di voti dei socialdemocratici dell’SPD (25,7%, +5,2%), e una crescita deludente (nel senso che al contrario era atteso un vero e proprio trionfo) del partito dei Verdi (14,8%, +5,8%). Il partito di estrema destra AfD (10,3%, -2,3%) in piccola flessione, mentre FDP il partito liberale (11,5%, +0,7%) conferma i propri voti.

 

NEUAUFSTELLUNG

 

Al di là dei colloqui che porteranno alla formazione del nuovo governo (che dovrebbe includere verdi e liberali e poi a scelta CDU o SPD), vale la pena cercare di capire cosa è successo a sinistra, nel partito di Die Linke. 

Il giornale d’area “Junge Welt” parla ormai apertamente di “Neuaufstellung”, riposizionamento, come un’assoluta e urgente necessità.

I due presidenti del partito Janine Wissler e Susanne Hennig-Wellsow parlano di "taglio profondo". “Si tratta davvero di analizzare gli errori, dobbiamo porre alcune domande di base” afferma invece Dietmar Bartsch, leader del gruppo parlamentare.

Oltre 2 milioni di voti sono andati persi.

Nelle prime ore dopo il voto, a Berlino qualcuno all’interno di Die Linke pensa però di avere le idee chiare sulle cause del crollo e forse aspettava da tempo questo momento.

Sotto accusa è la parlamentare Sarah Wagenknecht e “Aufstehen” (Sollevarsi), il suo movimento lanciato nel 2018.

Il conflitto ideologico all’interno del partito erede del socialismo della DDR continua ormai da anni. Proprio Berlino, capitale europea dell’accoglienza, almeno a parole, non può conciliarsi con le posizioni di chi si oppone alla “Willkommenskultur” (la cultura dell’accoglienza), lanciata dalla Merkel nel 2015 e placidamente issata a programma ideologico dalla sinistra radicale berlinese e tedesca. 

Non che la Merkel sia mai stata un punto di riferimento dichiarato per questi ambienti, ma sul tema dell’accoglienza ai rifugiati, sin dall’estate 2015 quando 1 milione di cittadini siriani varcarono i confini tedeschi, si è sempre creata una strana convergenza.

Processo storico che è stato già ampiamente descritto e dibattuto, per altro.

Mentre la Germania da un lato vendeva la più ampia partita di armi della storia all’Arabia Saudita che poi riforniva i ribelli siriani, la Germania si aggiudicava un milione di nuovi lavoratori stranieri tra i più istruiti in circolazione. Dal canto suo, al tempo stesso, la galassia di piccole associazioni e organizzazioni “no border” a Berlino si aggiudicava i fondi per gestire l’integrazione e prosperare beatamente in una melassa finto umanitaria.

 

WILLKOMMENSKULTUR

 

E tutta questa galassia, potenzialmente elettrice di Die Linke, in caso di sconfitta, aveva già il capro espiatorio. Che poi non è detto, come molti sostengono, che il motivo dirimente non sia stato proprio questo. Analizzando i flussi elettorali infatti, mezzo milione di voti sono confluiti nei Verdi e un altro mezzo milione nell’SPD.

E forse quindi non hanno tutti i torti.

Però è anche vero che un altro milione di voti si è volatilizzato, verso astensione o altre scelte minori. Come a dire che chi tra questi 2 milioni non si è riconosciuto in Die Linke, però tantomeno si riconosce in Verdi e SPD.

Dunque quali sono le critiche? In cosa consiste il fuoco di fila che già si è alzato all’interno del partito?

Ce ne dà un’idea un articolo pubblicato da “The Left - Berlin” dal titolo “What’s eating Sahra Wagenknecht? Aufstehen, refugees and racism”.

I temi divisivi sono i soliti, gli stessi su cui il confronto a sinistra si è focalizzato da tempo anche in Italia. In questi passi sono snocciolati i punti indigesti all’ala globalista di “Die Linke”:

“Da un lato, sostiene Wagenknecht, la sinistra dovrebbe evitare di fare campagna contro il razzismo e concentrarsi sulle questioni sociali. Per esempio, in un'intervista al Frankfurter Allgemeinen Woche, ha spiegato perché pensa che la gente voti AfD: "le preoccupazioni e il risentimento non hanno nulla a che fare con il razzismo di per sé, sono il risultato di una politica sbagliata, e il lavoro innato della sinistra è quello di attaccare queste politiche".

Allo stesso tempo, mentre lotta per il cambiamento sociale, crede che dovremmo sostenere il controllo dell'immigrazione. Sostiene che questo impedirebbe che il lavoro migrante sia usato per abbassare i salari dei lavoratori tedeschi. Su questa base attacca l'attuale politica della Linke di aprire le frontiere come "irrealistica" e l'opposto della sinistra.

Wagenknecht ha anche insinuato che campagne come il matrimonio gay e l'antirazzismo sono una distrazione dall'anticapitalismo e rischiano di alienare i sostenitori della classe operaia”.

A furia di insinuare, Die Linke è diventato un partito troppo stretto per visioni troppo contrapposte.

E sarebbe un peccato se il partito si dividesse, come sostiene l’articolo citato:

“Tutto questo significa che una lotta prolungata intorno a Wagenknecht potrebbe distruggere un partito che, con tutti i suoi difetti, è l'unica alternativa parlamentare ai vecchi partiti dell'establishment che non è piena di fascisti”.

 

ISLAMOFOBIA E MIGRANTI ECONOMICI

 

Più avanti lo stesso articolo chiarisce altri due punti su cui le posizioni non convergono: l’islamofobia e la gestione dei migranti economici.

Su questi punti mi sento però di dire che la riflessione dell’articolo, ben rappresentante degli ambienti “no border” berlinesi, si basi su una non conoscenza dei fatti.

Quando in Europa si parla di islamofobia si pensa distrattamente che questa sia una battaglia riconducibile all’anti-razzismo. Niente di più sbagliato.

Non si tratta in questo caso di paura del diverso, paura del musulmano, paura del fanatismo religioso.

La battaglia contro l’islamofobia in Europa non ha nulla a che fare con tutto ciò.

La battaglia contro l’islamofobia in Europa è servita al sistema, sostenuto da Human Rights Watch e Amnesty International, per sdoganare la Fratellanza Musulmana nei circoli europei e sancire un sodalizio sul campo che ha portato alla fusione organica tra le avanguardie globaliste europee e questo movimento mafioso internazionale, bandito in Russia, che ha gestito e controllato le élite al potere in Turchia, Egitto (fino al colpo di Stato di al-Sisi), Libia e Tunisia al fine di agevolare le politiche neo-coloniali dell’Unione Europea in quei Paesi.

Non è a caso che l’islamofobia abbia un peso a maggior ragione più rilevante in Germania: per i milioni di Turchi e i Siriani che risiedono nel paese e che sono frutto di una politica egemonica della Germania nel Mediterraneo: importare cittadini di questi paesi per educarli e influenzare da lontano le politiche di questi paesi stessi.

In questo processo è sorprendente come queste avanguardie berlinesi non si rendano conto di fare il gioco dell’imperialismo europeo, partendo da un presupposto in teoria condivisibile, ma stravolto al fine di raggiungere ben altri obiettivi.

Più o meno la stessa cosa si potrebbe dire circa la questione dei migranti economici. Certo, la libertà di movimento è un bel principio. Mi chiedo però come non si capisca ancora che distinguere i migranti economici dai rifugiati serva a rafforzare i diritti dei rifugiati, non a discriminare i migranti economici.

Guardiamo i fatti: in Libia da anni ci sono 700.000 africani, appartenenti ad un’onda che si è mossa dall’Africa subsahariana diversi anni fa e ormai è rimasta bloccata in Libia per volere delle milizie di Tripoli che sfruttano questi ragazzi come manodopera a costo zero, in altre parole rendendoli schiavi.

Di questi 43.000 sono rifugiati, già riconosciuti tali dall’ufficio dell’UNHCR a Tripoli e teoricamente sotto la protezione internazionale.

E’ proprio la politica dell’aprire i porti che blocca queste persone in Libia al pari degli altri, perché si accetta che chi non ha diritto (almeno secondo le leggi vigenti) possa entrare in Europa, togliendo quote ai rifugiati che invece restano in Libia anche se dovrebbero semplicemente essere evacuati via aereo.

Ma del resto, questo è niente meno che ciò che raccontano i migranti-schiavi in Libia a Exodus da ormai 3 anni.

Anche perché la maggioranza dei migranti economici in trappola in Libia da anni chiede di essere rimpatriata. Ma a Berlino non sentono, non vedono, non parlano.

Dimostrando di considerare questi ragazzi africani in Libia pedine di una loro personale battaglia ideologica e non di essere al loro servizio in un’ottica di solidarietà internazionalista.

 

LA PARTITA HA INIZIO

 

Con queste premesse è difficile che Die Linke, Sarah Wagenknecht e la sinistra globalista berlinese restino una cosa sola da qui in avanti. Ma forse questo non è un male.

Oltre alla questione della migrazione quali saranno gli altri terreni di confronto?

Uno ce lo suggerisce il medesimo articolo:

“Laddove movimenti realmente esistenti sono stati attivi in Germania, Aufstehen sembra essere troppo dipendente dai comunicati stampa e dalle apparizioni nei media di figure pubbliche come Wagenknecht, e raramente si riferisce a lotte che stanno realmente avvenendo”.

E qui sta il trucco. Voler far passare il movimento globalista berlinese come uno fenomeno spontaneo. Dopo anni di finanziamenti statali per prendersi cura dei “migranti”, difficile che questo movimento possa essere considerato spontaneo. Dopo decenni di sponsorizzazioni “globaliste” a pensatori, politici, intellettuali, artisti ed attivisti, finanziamenti in solido provenienti da istituti come la Open Society, è difficile che questo movimento possa essere considerato spontaneo. Dopo i soldi della chiesa protestante (la quale li riceve dallo stato tedesco attraverso una tassa sulla religione all’8%) che finanziano le campagne a favore dei salvataggi in mare e promuovono le donazioni che permettono a queste ONG di sopravvivere, è difficile che questo movimento possa essere considerato spontaneo.

Non è un caso che un milione di ex voti siano trasmigrati verso SPD e Verdi, partiti ormai impregnati dalle lobby atlantiste, già predisposti a portare avanti il testimone senza troppe manfrine (infatti il tema “ecologista” sarà il prossimo cavallo di battaglia di questi ambienti).

Certo, anni di lavoro di corruzione delle coscienze permettono di avere la falsa percezione che queste idee siano spontaneamente radicate nella base del partito. Sì, potranno essere oggi la maggioranza, ma non sono idee spontanee. In questo caso è necessario he qualcuno dia l’esempio e denunci, esattamente come Sarah Wagenknecht sta facendo da anni.

Ma ancora:

“Finché Aufstehen cercherà di riconquistare i disaffezionati senza offrire un chiaro programma politico, sembra destinata a ripetere le esperienze dei Pirati. Ma se sviluppa un programma, potrebbe iniziare a perdere il sostegno di persone che sono entusiaste dei discorsi sulla resistenza, ma che possono avere chiare differenze politiche”.

E’ forse questa la cosa più sensata dell’intero articolo.

E’ ora che anche la sinistra tedesca si affranchi dal morbo globalista e laddove possibile segni il perimetro di un’azione socialista distinguendola da chi gioca a solidarizzare con gli oppressi grazie ai soldi degli oppressori.

La partita è solo cominciata.

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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