Gli amici degli amici…e i nemici?

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di Federico Giusti

Le dichiarazioni del Ministro Zangrillo inducono a riflessione, se parliamo di “cambio di indirizzo profondo nelle attività di controllo”, dovremmo prima fare un bilancio di quanto avvenuto in questi anni e prendere atto che il depotenziamento di tanti uffici e servizi ha rappresentato una scelta politica e gestionale tanto errata quanto fallimentare.  Ancora una volta si privilegiano gli interessi delle imprese, dubitiamo si possa salvaguardare il pubblico e i suoi interessi lasciando tanti uffici con pochi organici e miserrimi strumenti a disposizione, con un sistema normativo atto a ridurre l’efficacia reale dei controlli sul privato. Davanti alla strage nei luoghi di lavoro è lecito parlare di salvaguardia delle attività economiche quando dominano evasione fiscale, lavori insicuri e il nero? E, senza generalizzare, è palese la volontà di salvaguardare, ancora, la supremazia degli interessi di impresa a mero discapito della dignità umana e lavorativa, dei diritti umani e di quelli sociali.

 Zangrillo preferisce invece sgravare le imprese di adempimenti e obblighi giudicati inappropriati ed eccessivi in una ottica di mera subalternità alle imprese

Le parole hanno un peso, davanti ai risultati dei controlli e delle ispezioni si evince che il sistema produttivo italiano è assai poco attento al rispetto di innumerevoli normative in materia di sicurezza, salute e sovente si aggirano i contratti nazionali anche per la compiacenza dei sindacati rappresentativi, che quei contratti in teoria dovrebbero difenderli, attraverso la contrattazione di secondo livello.

Descrivere l’operato del pubblico in termini irreali e secondo logiche prettamente liberiste finisce con il depotenziare ogni effettivo ruolo di controllo e direzione esercitato dal pubblico stesso. La normativa attuale in materia di sicurezza non ci sembra frutto di culture sanzionatorie perché innumerevoli aziende oggetto di provvedimenti e multe sovente hanno continuato imperterrite nel loro operato.

Piuttosto dovremmo prendere atto come il sistema attuale non presenti norme efficaci e quanti dovrebbero invece vigilare sulla efficacia e sulla applicazione delle norme sono in numeri talmente ridotti da effettuare solo rari e sporadici controlli.

Solo nell’immaginario di Zangrillo il pubblico assume posizioni vessatorie verso il privato, se poi si utilizzano termini e concetti ambigui come “efficacia” e “razionalizzazione” la Pubblica amministrazione italiana finisce in un vicolo cieco. Nel buon nome della efficacia si mira sempre al solito obiettivo ossia depotenziare i controlli asserendo che la eccessiva burocrazia è solo portatrice di problemi. Non saremo certo noi a difendere un carrozzone burocratico che negli anni ha palesato la sua inefficienza ma al contempo nel calderone delle norme da cancellare finiscono anche i ruoli e le funzioni di indirizzo e di controllo spettanti proprio alla Pa.

 Se queste sono le premesse per rivedere la legge concorrenza della scorsa legislatura, la auspicata, dal Governo, collaborazione con imprese e categorie potrebbe tradursi nella debacle del sistema pubblico secondo i classici precetti neoliberisti.

La logica della sanzione diventa lo spauracchio invocato per aprire la strada a una sostanziale riforma della Pa, lo spirito di collaborazione tra controllori e controllati nel tempo non ha permesso di combattere l’evasione fiscale, il lavoro nero, il mancato rispetto delle norme di sicurezza e l’applicazione di contratti, pirata e non, sfavorevoli e funzionali solo ad abbassare il costo del lavoro, eppure proprio questo spirito viene oggi invocato dal Ministero.

Ancora una volta prevale la logica del pubblico subalterna a quella del privato, la tutela dell’attività d’impresa determina alla fine il libero arbitrio dei più forti, dei dominanti.

 Innumerevoli norme oggi hanno dimostrato la loro inefficacia perché funzionali ad un disegno articolato, quello di non intralciare le attività private, eppure in anni ormai lontani ogni qual volta i rapporti di forza erano a favore dei salariati sono state approvate leggi da subito sabotate e svilite su pressione di lobby e associazioni datoriali, emblematico resta il testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

Non parliamo solo di quantità dei controlli ma anche degli addetti preposti a tale scopo e dell’effettivo potere sanzionatorio che nel corso degli anni è stato progressivamente alleggerito. Gli adempimenti formali in materia di indirizzo e controllo spesso avvengono in maniera approssimativa e senza guardare alla sostanza dei problemi, per farlo dovrebbero esserci organici adeguati in una Pa che ogni anno perde migliaia di posti di lavoro. I controlli formali possono avvenire nel rispetto delle norme ma da qui a ipotizzare la loro efficacia corre grande differenza.  Non accusiamo la Pa di volere ridurre i controlli, ma razionalizzarli per evitare fastidi eccessivi all’impresa significa assumere da subito un punto di vista regressivo e un approccio subalterno alle associazioni datoriali, l’assunzione poi, sbandierata come inversione di tendenza, di 403 funzionari all’Ispettorato nazionale del lavoro e 111 all’Inail resta solo una goccia  nel mare, basterebbe guardare al numero reale dei controlli effettuati in rapporto alle ditte oggi esistenti per capire quanto annoso e irrisolto sia il problema.

  Spesso ci siamo imbattuti in controllo formali, bisognerebbe capire cosa si intenda per lesione effettiva degli interessi pubblici se la strada da intraprendere è quella delle canoniche diffide e di sanzioni pecuniarie di lieve entità.

Il Ministero, nel buon nome della digitalizzazione richiesta dal Pnrr, parla di  fascicolo elettronico d’impresa, non vorremmo finire in una sorta di burocrazia 4.0 senza prendere atto dei problemi reali.

 

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