Guardano i confini e non vedono i (veri) interessi. Nel 35° anniversario dell’assassinio di Thomas Sankara

Guardano i confini e non vedono i (veri) interessi. Nel 35° anniversario dell’assassinio di Thomas Sankara

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In questi giorni ho trovato questa scritta su un muro del mio quartiere, alla Zisa di Palermo, dove quest’oggi, al Goethe-Institut Palermo alle 19,30, presenterò L'Urlo - un film e un libro all’interno del Festival delle Letterature Migranti.


Pertanto, nel giorno del 35esimo anniversario dell’uccisione di Thomas Sankara, mi dolgo della mente plagiata del ragazzino che l’ha scritta, passata attraverso un sicuro percorso di condizionamento e indottrinamento fino ad approdare ad uno stato ormai ipnotico di relazione con la realtà. Spero che oggi parteciperà ala presentazione e che abbia presto il modo per armarsi di un ago per bucare la bolla in cui vive.

Scomponiamo la scritta.

“Gli scafisti”. Gli scafisti non esistono. Furono chiamati così i trafficanti albanesi che negli anni ’90 raggiungevano in gommone le coste pugliesi, scaricavano i passeggeri e tornavano in Albania.

Oggi nessun trafficante viaggia insieme ai “migranti”, specialmente dalla Libia. A guidare il gommone sgonfio o il peschereccio in disuso sono gli stessi “migranti”, istruiti in fretta e furia sul come fare.

Pertanto gli scafisti non esistono. Si chiamano trafficanti tutt’al più.

“Gli scafisti sono innocenti”. Questa affermazione suppone che i trafficanti (qui chiamati scafisti) siano a disposizione dei “migranti”, offrano un servizio, rispondano ad una domanda proponendo un’offerta.

E allora non ci siamo. C’è una drammatica mancanza di conoscenza alla base di questa affermazione che rende tutto il ragionamento infondato (indottrinamento).

Infatti la verità è piuttosto sottosopra. La “tratta di esseri umani”, così come si è consolidata in questi ultimi 10 anni dall’Africa, consiste nell’attrarre con l’inganno centinaia di migliaia di ragazzini fuori dal loro paese con il miraggio dell’Europa solidale dove si fanno tanti soldi, per poi trasformarli in schiavi una volta messo piede in Libia. Schiavi al fine di produrre forza lavoro gratuita per le milizie di Tripoli.

Pertanto gli “scafisti”, altrimenti detti “trafficanti”, che siano membri delle mafie africane o delle milizie libiche, non sono innocenti.

Nel film “L’Urlo” una ragazza nigeriana in Libia afferma: “Abbiamo creduto ai nostri connazionali che ci avevano promesso di aiutarci ad arrivare rapidamente in Europa, ma una volta arrivati in Libia siamo diventati loro schiavi”.

Schiavi cui verosimilmente non sarà concesso fuggire (l’anno scorso solo 1/25 dei migranti in Libia ha raggiunto l’Italia).

“I confini uccidono”. Questa storia dei confini ormai fa parte di una processo ipnotico da cui la massa fatica a risvegliarsi (condizionamento). Non i confini uccidono, gli interessi uccidono. Non mi interessa tanto sapere cosa fa l’Europa ai propri confini, quanto mi interessa sapere cosa fa fuori dai suoi confini, per saccheggiare le risorse, corrompere i governi, esautorare lo stato di diritto di paesi indipendenti ed infine operare il crollo del valore della mano d’opera dei loro cittadini.

Risolviamo questi punti e i confini cadranno da soli.

Citiamo Thomas Sankara sull’argomento: “Molta gente chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importato, il mais, ecco l’imperialismo. Non c’è bisogno di guardare oltre”. Ecco come spiegava il senso della cooperazione internazionale e dell’interferenza sistematica dell’Occidente nelle società africane.

E ancora: “Il debito è una riconquista dell’Africa, abilmente gestita, intesa a soggiogarne la crescita e lo sviluppo attraverso regole straniere. Così, ognuno di noi diventa lo schiavo finanziario, vale a dire un vero schiavo, di coloro che erano stati abbastanza traditori da immettere denaro nei nostri Paesi con l’obbligo di ripagare”.

Il concetto è chiaro. Non i confini uccidono. Gli interessi uccidono. Quelli di cui il ragazzino che ha scritto questa frase sul muro è stato istruito a non occuparsi, così che il discorso cessi all’istante di essere politico e si trasformi in una favola a fumetti.

“Fuoco alle carceri”. Immagino, visto il contenuto delle frasi precedenti, si riferisca ai centri di detenzione in Libia. Certamente, vanno chiusi. Per quanto “ospitino” solo alcune migliaia di “migranti” in Libia su un totale di 700.000 e fuori dai centri spesso sia peggio che dentro, in quanto in Tripolitania vige un sistema di produzione esteso basato sulla schiavitù che coinvolge tutto il sistema produttivo e non solo i centri di detenzione. Tuttavia sarebbe importante far notare al ragazzino della scritta che quei centri di detenzione sono gestiti da milizie (spesso le loro caserme dove sono raccolte le armi e i centri di detenzione dei migranti sono la stessa cosa) che non hanno fermato la migrazione, l‘hanno moltiplicata, attirando con l‘inganno centinaia di migliaia di ragazzini ignari nella trappola. E che quelle stesse milizie sono appoggiate dall’Europa quindi, non per fermare la migrazione (gli schiavi fanno comodo a tutti), ma per saccheggiare il petrolio libico.

Il ragazzino dunque che ha scritto queste frasi su un muro del quartiere della Zisa di Palermo, ha guardato i confini e non ha visto gli interessi. A chi fosse interessato a comprendere questi ultimi consiglio di leggere "L'Urlo: schiavi in cambio di petrolio"



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Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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