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"Guerra fredda" sulla Libia

 

di Mostafa El Ayoubi per l'AntiDiplomatico

 
Grande preoccupazione in diversi Stati dell'Unione Europea per gli sviluppi della crisi in Libia in questo inizio anno. C'è da chiedersi quali siano le ragioni vere di questo stato d'animo. Li tormenta il dramma umanitario in cui vivono i libici – o gli immigrati africani ammassati nei centri di detenzione gestiti da trafficanti – in seguito alla guerra che ha annientato questo Paese, il quale fino a 9 anni fa era il più prospero dell'Africa? Niente affatto! Occorre ricordare con insistenza che l'UE, sotto l'ombrello della Nato, è stata complice della guerra che nel 2011 ha distrutto la Libia. Alcuni dei suoi Stati membri hanno partecipato direttamente a questo crimine di guerra: la Francia e la Gran Bretagna in primis, altri indirettamente come nel caso dell'Italia, che mise a disposizione della Nato le proprie basi militari e qualche cacciabombardiere per colpire illegalmente le città libiche. La Francia e l'Italia sono da qualche anno ai ferri corti riguardo alla questione libica per ragioni geostrategiche, contribuendo così all'incancrenirsi della crisi.



È da notare la totale assenza della diplomazia degli Stati africani circa il problema libico. L'Unione africana – un organismo addomesticato dalle grandi potenze occidentale - al vertice svoltosi il 9-10 febbraio ad Addis Abeba, ha lamentato la sua esclusione dai negoziati e si è limitato a denunciare l'ingerenza di Paesi terzi in Libia e la violazione dell'embargo sull'esportazione di armi verso questo Paese.

  
Il vero motivo della recente mobilitazione frenetica delle cancellerie europee circa la questione libica che si è palesemente manifestata con la conferenza internazionale di Berlino, il 21 gennaio scorso, è l'entrata in scena in maniera palese della Turchia e della Russia nella crisi libica. La scelta di Berlino non è stata casuale: la Germania fu contraria alla guerra della Nato contro la Libia e quindi era più adatta a dare qualche briciolo di credibilità a questo summit. Il vertice, al quale hanno partecipato, tra gli altri, Merkel, Macron, Johnson, Conte, Erdogan e Putin, non ha portato a nessun risultato concreto se non quello di sottolineare da Berlino che l’UE non può essere esclusa dalla questione libica. È da notare che i due rivali libici, al Sarraj e Haftar, erano a Berlino ma non sono stati invitati a partecipare ai lavori.



La Turchia e la Russia non ebbero nessun ruolo effettivo nella guerra che ha portato all’eliminazione di Gheddafi e alla disfatta dello Stato libico; tuttavia riconobbero la legittimità dell’illegittimo Consiglio Nazionale di Transizione istituito dalla Nato all’inizio della famigerata Rivoluzione del 17 febbraio. Fecero anche loro probabilmente dei calcoli in funzione dei propri interessi geopolitici. La Libia è un Paese parecchio appetibile.


La Turchia è entrata a gamba tesa in Libia sfruttando il suo legame con i Fratelli musulmani, i quali controllano il governo di Tripoli guidato da al Sarraj, che gode dell'appoggio dell'Onu (la credibilità di questa organizzazione oggi lascia il tempo che trova). Gli accordi siglati tra al Sarraj ed Erdogan il 27 novembre dell’anno scorso, che sanciscono una cooperazione militare e marittima, sono la prova che la Turchia sta facendo sul serio. Ciò ha messo in allerta i Paesi europei. Questi accordi hanno fatto infuriare anche la Grecia, l'Egitto e Israele, che si sono sentiti esclusi dallo sfruttamento delle potenziali ricchezze, in termini di risorse naturali, che il Mar Mediterraneo potrebbe rappresentare. Il Paese dispone al largo delle sue coste di ingenti riserve di gas naturale off-shore. Inoltre, il parlamento turco ha approvato all'inizio di gennaio di quest’anno un’interpellanza presentata dal governo di Ankara per sostenere militarmente quello di Tripoli. La Turchia ha di recente mandato armi e soldati in Libia. Secondo diverse fonti attendibili, Erdogan ha messo a disposizione di al Sarraj anche milizie provenienti dalla Siria. Si tratta di combattenti legati ai Fratelli musulmani, tra i quali ci sono esponenti del cosiddetto Esercito Siriano Libero, che Ankara manovra da diversi anni nel disperato tentativo di far cadere il governo di Damasco. Questi combattenti, sotto il comando dei militari turchi, occupano oggi diverse città nel nord-est della Siria e sono operativi anche nella provincia di Idlib assieme ai jihadisti di al Qaeda. Quando fu scatenata la guerra contro la Siria nel 2011, la Turchia partecipò alla trasferta nel territorio siriano dei jihadisti libici di al Qaeda. La faccenda fu ampiamente documentata da Seymour Hersh nell’inchiesta The Red Line and The Rat Line” pubblicata dalla London Review of Books (aprile 2014). Oggi, mandare questi jihadisti in Libia è un modo per Ankara di liberarsene perché si teme che, una volta finita la guerra a favore di Damasco, potrebbe ritrovarseli a casa propria. Inoltre, se la Turchia diventasse un Paese determinate nel futuro panorama politico della Libia, Erdogan potrebbe giocare la carta dell’immigrazione dall’Africa per ricattare l’Europa (come sta facendo, sfruttando la crisi dei profughi siriani).
 

La Russia ha un approccio alla crisi molto diverso da quello della Turchia. A differenza di Erdogan, Putin non ha optato per una scelta netta di campo. Apparentemente egli sembra più propenso a sostenere il generale Haftar. Quest’ultimo controlla gran parte de territorio libico e soprattutto dei principali siti petroliferi del Paese. Ed è diventato un personaggio imprescindibile nel panorama politico libico. Mosca sa bene che, per promuovere i suoi interessi geostrategici, deve cercare di puntare sul cavallo vincente. La strategia della Russia è quella di entrare con determinazione nel mercato degli idrocarburi libici per controllare il mercato europeo di cui essa è il principale fornitore. Si vocifera che vi siano oggi mercenari russi del gruppo Wagner nell’est della Libia per sostenete Haftar e soprattutto per vigilare sui pozzi di petrolio della zona di Fezzan. Ma il Cremlino lo nega.


Mosca, in realtà, dialoga da tempo anche con il governo di Tripoli. Lo fa per motivi strategici. A differenza di Ankara non vuole mettere tutte le uova nello stesso paniere. Riguardo al petrolio, nel 2017, la multinazionale pubblica russa Rosneft ha firmato un accordo di collaborazione con la Compagnia nazionale libica controllata dal governo di Tripoli.


La Russia gioca quindi su due fronti. Sia al Sarraj che Haftar sono stati contemporaneamente a colloquio con Putin a metà gennaio scorso per tentare di giungere ad un compromesso politico, invano. La Russia punta con la sua lungimirante diplomazia ad accreditarsi come il Paese in grado di aiutare i libici a risolvere politicamente la loro grave crisi. Questo ruolo di mediatore non lo possono assumere l’UE e gli Usa, perché sono parte integrante del problema. Sembra che gli Usa abbiano affidato la questione ai loro alleati europei. Il segretario di Stato Mike Pompeo era presente al vertice di Berlino, il che significa che Washington non è disinteressata alla questione libica ma attende gli sviluppi per reagire, sapendo che Haftar è “il suo uomo e cittadino a Bengasi”. E nemmeno la Turchia ha le carte in regola per tale scopo, perché i libici sono al corrente del disastro che questo Paese ha combinato in Siria.


Se la Russia dovesse un giorno riuscire in questo arduo compito di mediazione politica, potrebbe collocare una sua base militare in Libia. Ciò sarebbe un altro successo per il Cremlino dopo quelli ottenuti in Siria – e anche in Ucraina, con l’annessione della Crimea – nella rinnovata “guerra fredda”. Ed è proprio quello che fa perdere il sonno ai leader della Nato.
 
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