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Huma Abedin e Hillary Clinton: Viaggio nello Stato Profondo Americano

 

La vicenda che potrebbe decidere le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti è una storia a più livelli, che merita di essere raccontata accuratamente.

 

di Federico Pieraccini


Sexting’, Weiner e le email.


Tutto è iniziato con un’inchiesta dell’FBI in merito ad uno scandalo di ‘sexting’. Una ragazza di 15 anni avrebbe ricevuto delle foto compromettenti da Anthony Weiner, ex marito della top Advisor di Hillary Clinton, Huma Abedin. La tipica inchiesta in cui tutti i dispositivi informatici dell’aggressore vengono revisionati dall’FBI per verificarne il contenuto in cerca di indizi o prove.

 

Il problema è che il PC di Anthony Weiner non è un laptop qualunque, è il PC che condivide con la sua allora compagna Huma Abedin. Dalle poche informazioni trapelate, pare che la divisione Newyorkese dell’FBI, incaricata di indagare sulla vicenda, per molto tempo abbia taciuto dell’enorme archivio di oltre 650,000 email rinvenute, fino a quando, pochi giorni fa il direttore dell’FBI ha rivelato con una lettera al congresso di ritenere questi dati pertinenti per un’altra indagine in corso ai danni di Hillary Clinton. Una rivelazione enorme che ha destato molto clamore, visti i pochi giorni alle elezioni, causando enormi problemi alla campagna elettorale dei democratici.

 

La domanda più appropriata da farsi è per quale motivo il direttore del FBI Comey abbia deciso di informare il congresso, scatenando un prevedibile fuoco di critiche. La risposta più probabile punta ad una fuga di notizie che avrebbe danneggiato irreparabilmente la reputazione dell’FBI. Proviamo ad immaginare le reazioni di fronte alla scoperta, grazie a Wikileaks, di nuove informazioni in merito all’indagine sulla Clinton, trattenute e non divulgate dall’FBI. Le reazioni sarebbero state comprensibilmente di gran lunga peggiori di quelle attuali.

 

FBI e Wikileaks

 

Mentre è facile presupporre che i vertici federali siano per la maggior parte espressione di interessi politici, l’esempio di Andrew McCabe è indicativo,  è impossibile controllare tutti i dipendenti di un’agenzia vasta quanto l’FBI. Questo è essenzialmente il punto cardine intorno a cui ruota la vicenda di Anthony Weiner, ex marito della Abedin.

 

Come racconta Fox News, il distaccamento di New York dell’FBI avrebbe per mesi, setacciato il PC condiviso dai due in cerca di informazioni inerenti una vicenda di ‘sexting’, lasciando in secondo piano grazie alla scusa plausibile della mancanza di un mandato, circa 650.000 email. E’ come se i vertici dell’FBI fossero riusciti (per mesi?) ad occultare questa nuova scoperta, semplicemente ignorandola. E’ un dato di fatto che in passato la Clinton sia stata ripetutamente salvata dalla catastrofe, come nell’occasione della ridicola testimonianza di fronte al congresso di Comey, in cui fece di tutto per sostenere le motivazioni che lo portarono a non indagare la Clinton. Uno scandalo nello scandalo che ha indignato molti membri della comunità di intelligence e agenti federali, con conseguenze nefaste per l’agenzia. Più di una fonte racconta come il bureau stia subendo una rivolta interna, guidata da agenti ansiosi di rilasciare al pubblico americano informazioni fondamentali su un candidato presidenziale.

 

Difficile credere che le 650.000 email ritrovate sul pc della Abedin siano di poca rilevanza; se lo fossero, che senso avrebbe imbastire trame del genere per tenerle nascoste? Evidentemente gli agenti che lavorano al caso hanno scoperto notizie ed informazioni esplosive.

Chi è Huma Abedin?
 

Huma Mahmood Abedin è un ottimo punto di partenza per iniziare ad avventurarsi in questo primo livello di soldi sporchi e parentele pericolose. Nata nel 1976 negli Stati Uniti da Syed Zainul Abedin  e Saleha Mahmood Abedin, a due anni si trasferisce con la famiglia in Arabia Saudita, per rientrare in patria a 18 anni iscrivendosi all’università George Washington. Certamente più interessante e funzionale al nostro racconto è la storia dei suoi genitori. Entrambi di fede musulmana, entrambi pesantemente coinvolti nelle reti dei Fratelli Musulmani e in meccanismi complessi di finanziamento a strutture legate ad Al Qaeda.

 

Come la figlia di due personaggi così controversi sia potuta giungere ad occupare un ruolo tanto importante, più che un mistero, resta una conferma di quanto profonda sia la vicenda di cui parliamo.

 

Per comprendere l’influenza della Abedin sulla Clinton, basti pensare ai più recenti scandali riguardanti la candidata democratica, tutti ruotano intorno a finanziamenti e sostegno indiretto a gruppi islamisti radicali. Dalla Libia all’Egitto, passando per Siria ed Iraq, le impronte del Dipartimento di Stato e della Clinton Foundation sono ovunque. Non stupisce come una figura quale Abedin sia potuta giungere così in alto nelle gerarchie, nonostante l’ingombrante ombra della sua famiglia, fino ad essere Top Advisor del candidato alla presidenza per il partito Democratico. La Abedin pare essere una figura di collegamento tra mondi contigui, ma separati e mai completamente sovrapposti. Nessun americano potrebbe mai accettare l’idea che al fianco del possibile prossimo POTUS ci sia una persona legata ad ambienti così opachi. Eppure è proprio così.

 

L’11 Settembre 2001, ad esempio, la Abedin si trovava a lavorare contemporaneamente per la Clinton Foundation e per un'associazione benefica, poi scoperta essere una fonte di riciclaggio di denaro per conto di Bin Laden, come raccontata Newsweek. Il giorno in cui le torri gemelle crollavano, l’attuale top Advisor del prossimo probabile presidente degli Stati Uniti cooperava con un'associazione legata ad Al Qaeda.

 

Lo ‘stato profondo’ americano.

 

Quando si affronta l’argomento di Huma Mahmood Abedin, top Advisor di Hillary Clinton, è bene domandarsi quanta intenzione ci sia di scavare nei meccanismi del potere americano, penetrando nelle tele oscure e nelle complesse trame di uno stato nello stato, il cosiddetto Deep State (stato profondo).

Per rispondere a questa domanda, è bene partire dalla sua definizione. Generalmente, quando si parla di stato profondo, si intendono i vari rami del potere. I più conosciuti sono certamente il complesso militare industriale, i giganti dell’energia, Wall Street e i mezzi di informazione mainstream. Meno noti sono gruppi estremisti come i Fratelli Musulmani e l’ideologia Wahabiti e le lobby straniere di Israele e  Arabia Saudita. Tutti i loro interessi si possono riassumere con la piena convergenza su l'accumulo di denaro e la capacità di generarne altro. Nient’altro.

 

Generalmente i maggiori rappresentanti degli interessi dello stato profondo sono i cosiddetti think tank, da loro creati appositamente per questo scopo. Associazioni composte da esperti ed ex appartenenti al settore pubblico e privato, esistono principalmente per influenzare e condizionare le discussioni politiche, favorendo gli interessi dei propri finanziatori. Di conseguenza, i Think Tank hanno ormai assunto un ruolo più che centrale nel definire pubblicamente, soprattutto grazie ai media, la politica domestica ed estera degli Stati Uniti.

 

Naturalmente, i soldi comprano anche persone, oltre ad associazioni. E’ il caso delle donazioni dirette alle campagne elettorali di senatori e membri del congresso da parte dei giganti dello stato profondo. Le grandi aziende, banche, ed industria miliare finanziano e controllano think tank, media, giornali e politici grazie al denaro con un unico scopo: tutelare i loro interessi e coltivare la propria visione dello stato, dentro lo stato. In parole povere, continuare ad arricchirsi a spese dei contribuenti.

 

L’influenza Wahabita e della Fratellanza Musulmana nello ‘Stato Profondo’

 

Oltre ai neo-conservatori/liberal e la lobby Israeliana, la componente ideologica dell’Islam Wahabita e la funzione politica della fratellanza musulmana giocano un ruolo importante nel funzionamento della politica estera americana. Basti dire che tale trio, da più di due decenni, domina completamente le scelte in merito alla politica estera, con conseguenze nefaste per gli Stati Uniti. I Fratelli Musulmani, padri spirituali dei ‘Freedom Fighter’ di reaganiana memoria, sono una creazione ispirata dal MI6 inglese agli inizi del 1900 per combattere i nazionalismi e i governi arabi con inclinazioni comuniste. Un mostro che è giunto fino ai giorni nostri trasformandosi nei Talebani in Afghanistan, mutando in Al Qaeda negli anni 90’-00’, per essere oggi Al Nusra/Daesh.

 

Negli anni più recenti le primavere arabe, trasformate in rivolte violente, devono la loro ispirazione ideologica a movimenti come i Wahabiti Sauditi o i Fratelli Musulmani. Spesso tale visione distorta dell’Islam ha fatto da catalizzatore per trasformare movimenti inizialmente pacifici, in violenti. L’ideologia Wahhabita e l’interpretazione politica dell’islam dei Fratelli Musulmani accomuna califfati islamici autoproclamati, combattenti di Al Nusra/Al Qaeda e capitali come Riyadh, Doha ed Ankara. Nel corso degli anni, le ambizioni geopolitiche degli Stati Uniti sono incrementate grazie agli attacchi terroristici e alla destabilizzazione consequenziale di nazioni contrapposte a Washington. L’utilizzo del terrorismo come arma geopolitica non è certo una novità per gli Stati Uniti, basti ricordare la situazione vissuta in Europa durante la guerra fredda con la rete Stay Behind. Naturalmente, in ogni fase storica, l’estremismo islamico è stato fomentato, utilizzato ed indirizzato contro nazioni ostili all’imperialismo americano. Qualsiasi fosse il conflitto, se di mezzo c’erano interessi americani da difendere, ogni mezzo compreso l’uso del terrorismo, era lecito.

 

Questo conglomerato di potere negli ultimi 30 anni ha guidato la politica estera americana, giustificando interventi in terra straniera con il pretesto di combattere il terrorismo (Libia, Iraq, Afghanistan) o adoperando il terrorismo come strumento di destabilizzazione (Siria, Egitto, Yemen). La componente Wahabita/Fratellanza continua a recitare ancora oggi un ruolo di primo piano nella ricerca costante di una supremazia globale da parte dello stato profondo USA. Il terrorismo è ormai da decenni uno strumento asimmetrico di guerra per Washington.

 

Clinton Foundation, Huma Abedin e il deep State USA.

 

La corruzione profonda che permea il deep state ha costantemente permesso a nazioni come Arabia Saudita, Qatar e Turchia, di acquistare mezzi bellici moderni e all’avanguardia, prodotti in America. Un riassunto dello schema cosiddetto pay-to-play (paga per partecipare): I soldi entrano nelle casse della Clinton Foundation grazie a donazioni generose da parte di Riyadh e Doha, in cambio vengono concessi nulla osta dal dipartimento di stato (presieduto per molti anni proprio dalla Clinton) per la vendita libera delle armi. Un meccanismo semplice che accontenta tutti: i paesi stranieri per via della possibilità di mettere mano su tecnologie avanzate pronte per essere impegnate in future guerre sanguinose, i venditori di armi che incassano centinaia di milioni di dollari in commesse e la fondazione Clinton, grazie al ruolo da mediatore, che ottiene milioni di dollari in donazioni da entrambe le parti.

 

In maniera molto produttiva, i padroni delle lobby di armamenti militari vedono fruttare i soldi investiti nelle campagne elettorali con guadagni esorbitanti grazie ai contratti lucrosi chiusi con paesi stranieri. Le conseguenze di una politica tanto scellerata si sono viste nelle guerre di aggressione dei Sauditi contro lo Yemen oppure contro la minoranza curda in Turchia, tutto grazie alle armi vendute da Washington.  Un altro aspetto riguarda la cessione, per conto degli Stati Uniti e grazie alla copertura delle nazioni del golfo, di armi ai terroristi in Medio Oriente e Nord Africa. Un sistema diabolico che oltre ad arricchire i produttori di armi americani, la Clinton Foundation ed accontentare gli alleati regionali degli USA, permette di usare le nazioni del golfo come prestanome per fornire direttamente ai terroristi armi avanzate. Un tipico esempio di questo perverso meccanismo è facilmente verificabile nelle vicende di Bengasi che attendono ancora verità e giustizia.

 

Conseguenze

 

Le fibrillazioni intorno alle email contenute sul PC di Huma Abedin e del suo ex marito sono probabilmente da imputare al rischio concreto che venga scoperchiato l’indicibile ruolo della Clinton e della sua fondazione nelle trame oscure del terrorismo internazionale. Resta da comprendere in questo complicato viaggio nel deep state, che ruolo reciti Donald Trump. Benché personalmente abbia moltissimi dubbi sulla figura di Trump, una cosa di cui sono abbastanza certo è che costui sia lontano anni luce dalla maggior parte del deep state americano. Mentre la Clinton è un prodotto diretto di quel tumore, Donald Trump nasce da altre vicende e raccoglie intorno a sé quel sentimento patriottico che tanti, anche nel governo USA, iniziano a rimpiangere da quando la credibilità internazionale e la fiducia interna negli Stati Uniti è crollata vertiginosamente.

 

Nonostante l’impegno costante dei media mainstream nel confutare questa rappresentazione della realtà, è sempre più comune nel cittadino americano la sensazione che molto di ciò che non funziona oggi in America sia dovuto a questo intreccio perverso di interessi economici, politici, e strategici che degenerano in un lago di corruzione senza freni. Molti americani sono stufi di vedere la loro nazione combattere guerre senza senso, in luoghi lontani da casa, senza un reale pericolo per la sicurezza nazionale ma con costi nell’ordine dei triliardi di dollari, tutti a carico dei contribuenti e mai dello ‘stato profondo’.

 

Conclusione

 

Gli Stati Uniti da più di due decenni intrattengono, in maniera illecita e moralmente deplorevole rapporti con organizzazioni dedite al terrorismo, grazie alle tante connivenze dello stato profondo. Dalle collusioni ben prima dell’11 Settembre 2001, all’innesco delle primavere arabe, fino alla destabilizzazione di paesi come Libia, Siria e Iraq. Le rivelazioni di Comey rischiano di scoperchiare il proverbiale vaso di pandora, con conseguenze imprevedibili da determinare. Forse i vertici del ‘deep state’ hanno deciso di scaricare la candidata democratica, convergendo in extremis su Donald Trump. Forse no. In questo momento tutte le ipotesi sono valide. Forse l’incommensurabile necessità per il popolo americano di disfarsi una volta per tutte, di tutto ciò che anche solo vagamente puzza di corrotto, potrebbe finire per travolgere tutto e tutti, trascinando a fondo Hillary Clinton e la fidata collaboratrice, Huma Mahmood Abedin. Nell’ipotesi in cui dovesse trionfare Trump, non è da escludere che una volta tanto buona parte dell’élite sia stata semplicemente sconfitta.

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