Il caso Epstein tra complottismo e mali morali del tardo capitalismo

Il caso Epstein tra complottismo e mali morali del tardo capitalismo

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Jeffrey Epstein è una delle poche persone che è riuscita a mettere in imbarazzo Bill Gates, uno degli uomini più ricchi e influenti del globo. Ed Epstein ha fatto ciò nonostante sia morto da due anni. Il fondatore di Microsoft infatti è apparso in difficoltà mentre veniva incalzato dalla giornalista dell’emittente statunitense PBS riguardo il suo rapporto con uno stupratore seriale e trafficante di esseri umani come Epstein. La relazione è stato uno dei fattori che ha distrutto il matrimonio di Gates e he certamente gettato un’ombra inquietante sulla sua persona. Un’opacità amplificata dalla risposta data da Gates stesso alla domanda dell’intervistatrice che aveva chiesto se ci fosse una lezione da imparare da questa storia. Il “filantropo”, tra infinite virgolette, ha risposto testualmente: “Beh, è morto. In generale bisogna sempre stare attenti.” Gates si è mostrato più volte pentito di aver conosciuto Epstein e ha sminuito le dimensioni del suo rapporto con il misterioso multimiliardario. Oltre a Gates anche Bill Clinton, Jeff Bezos, Elon Musk, Donald Trump e soprattutto il principe Andrea sono ritratti sorridenti vicino a Epstein, a Ghislaine Maxwell e ad alcune vittime di violenza. Sorgono allora domande. Quindi alcuni membri dell’altissima società americana e inglese erano effettivamente coinvolti nelle attività di Epstein? E chi era davvero questo personaggio che, insieme alla compagna e complice Ghislaine Maxwell, ha schivato in un primo momento la prigione e poi è misteriosamente deceduto? La prima risposta è sicuramente positiva. Sulla seconda invece la coltre di fumo è troppo fitta. Ma tutta questa disgustosa vicenda, approfondita in maniera molto puntuale dal programma Atlantide su LA7, permette anche di riflettere su due tematiche generali: il cosiddetto “complottismo” e l’amoralità del capitalismo crepuscolare.

L’intera vicenda Epstein sarebbe tacciata di complottismo se non fosse stata comprovata da tribunali e dalle testimonianze identiche di centinaia di donne coraggiose. L’etichetta di “complottismo” infatti serve per svilire qualsiasi storia che non corrisponda una certa idea di ciò che sia la realtà. I complotti sono sempre esistiti e non c’è ragione per cui non dovrebbero avvenire anche nella contemporaneità. Tuttavia, a causa della dimensione post-storica in cui vive il mondo di oggi, sembra impensabile che accadano certi episodi. Il caso Epstein è un modo per far capire che non è così. Infatti ampi tratti di questa vicenda si possono definire come un “complotto”. È stato un complotto quello che ha permesso al finanziere newyorkese di scampare la prigione con un accordo segreto e assurdamente favorevole nel 2008 con il futuro segretario del lavoro di Trump Alex Acosta. È un complotto quello che ha ordito Epstein per screditare le sue accusatrici nel corso del primo farsesco processo. È invece un fatto quello che Ghislaine Maxwell avesse come padre Robert Maxwell. Egli era un probabile collaboratore di Mossad e MI6, imprenditore fallito e truffatore deceduto in circostanze mai chiarite. E i misteri superano i complotti in questa vicenda. Chi avvisò Epstein della perquisizione nella sua magione di Palm Beach nel 2008? Sono vere le affermazioni di Lisa Phillips? Quest’ultima ha affermato che alla domanda sul perché fornisse ragazzine a molti potenti Epstein rispose che era “bello avere cose sulla gente”. Era dunque un ricattatore? Lavorava per qualcuno? Chi andava sull’isola privata di Epstein, chiamata Little Saint James, nelle Isole Vergini Americane e chi usava il suo aereo definito “Lolita Express”? A cosa servivano tutte le telecamere piazzate in varie stanze del lussuosissimo appartamento newyorkese del finanziere? Qual è il ruolo della Maxwell? Le domande si moltiplicano se ci si concentra sulla morte di Epstein. Perché non funzionavano le telecamere? È possibile che tutte le guardie dormivano mentre Epstein si impiccava? Perché un detenuto di tale importanza era rinchiuso in un carcere tanto scadente da essere chiuso nel prossimo futuro? Ad alcuni di questi quesiti potrà rispondere Ghislaine Maxwell, in attesa del processo e posto che ci arrivi viva, particolare non scontato. In conclusione porsi determinate domande di fronte a incontrovertibili stranezze è un dovere morale e non può essere una nebulosa accusa di “complottismo” a bloccare questo processo mentale. Anche perché è un fatto che ci fosse un traffico di esseri umani, è un fatto che Epstein avesse strettissimi legami con l’élites statunitensi ed è un fatto che avesse agganci ad altissimi livelli visto che i rapporti con addirittura due presidenti e un membro della famiglia reale britannica sono dimostrati.

La seconda chiave di lettura parte dal presupposto che Epstein sia figlio del clima culturale ed economico neoliberista che ha caratterizzato gli USA e il globo dagli anni ottanta in poi. L’altro punto di partenza è che alla base della rete di sfruttamento sessuale ci sono le abnormi disuguaglianze economiche che affliggono la società americana. L’identikit delle ragazze che venivano circuite da Epstein era sempre uguale: povere e con problemi famigliari. Ciò si nota specialmente nelle sventurate teenagers adescate nella zona di Palm Beach. Nella cittadina che si trova nell’omonima contea le splendide ville che appartengono ad alcune tra le persone più ricche degli Stati Uniti sono divise dal resto della città dove la situazione sociale ed economica è tutt’altro che idilliaca. Il tasso di povertà a nella contea di Palm Beach è del 12.2% e il picco viene raggiunto a West Palm Beach dove il dato sale fino al 18.9%. La porzione di popolazione più colpita da questa piaga è quella delle donne tra i 25 e i 34 anni. A ciò si aggiunge il tasso di disoccupazione femminile che sfiora il 30%. Queste persone sono le madri delle ragazzine cadute nella trappola di Epstein. Non può e non è un caso. Sempre nella stessa area c’è uno dei tassi di criminalità più alti degli Stati Uniti, maggiore del 106% rispetto alla media nazionale. Stesso trend è riscontrabile per i tassi di omicidio e di crimini violenti. Crescere in un ambiente del genere è estremamente complicato e spiega il perché un uomo come Epstein risiedesse a Palm Beach per così lunghi tempi. Adescare ragazzine in difficoltà con i suoi mezzi economici e il suo inquietante carisma era facile in un’area dalle fortissime contraddizioni come quella zona della Florida. La sua misteriosa ricchezza spiega anche l’atteggiamento riverente che le autorità locali avevano nei suoi confronti. Ma, come già detto, Epstein è soprattutto figlio di quel capitalismo sfrenato e senza regole che ha messo in testa a personaggi come lui l’idea di poter fare ciò che vogliono solo perché possiedono molto denaro. Epstein è cresciuto con il mito della ricchezza e con l’obiettivo di arrivare ai massimi livelli della società non importa come. È rimasto fedele a questo suo piano e ha stretto legami con finanziari, ex o futuri presidenti, magnati della tecnologia e dominus della moda. Epstein trattava le ragazze come merci di sua proprietà e lo faceva perché convinto che lo fossero effettivamente. Non vedeva quella ragazzine come persone ma come oggetti da scambiare, da vendere e da usare per ottenere vantaggi e potere. Ed Epstein è riuscito a fare ciò perché l’ambiente sociale in cui è entrato lo ha accolto nonostante nessuno sapesse l’origine dei suoi soldi e tutti conoscessero le sue frequentazioni inaccettabili. Ma l’alta società non si è limitato ad accettarlo tra i suoi ranghi ma lo ha coccolato e reso importante. Perché? Una domanda fatta ieri ad Atlantide rimbomba ancora nell’aria: quanti Epstein ci sono nel mondo?

Da una storia come quella di Epstein si possono ricavare molteplici riflessioni e le domande da porsi sono ancora di più. In attesa di capire se Ghislaine Maxwell collabori o meno con la giustizia, bisogna comprendere che Epstein è figlio di un determinato modo di pensare. Egli ha sfruttato le crepe enormi del sistema economico attuale sia quando adescava minorenni sia quando faceva il suo ingresso, riverito e coccolato, nei salotti buoni di New York. Ma la vicenda, se fosse stata raccontata a cinque anni fa, sarebbe stata tacciata di “complottismo”. Un’accusa comoda che permette di squalificare dal discorso pubblico qualsiasi teoria che non collima con la propria visione del mondo. E quindi, se è ovvio che alcune strampalate speculazioni portate avanti da minoranze siano inventate, perché credere che i complotti non esistano più se la Storia insegna l’esatto opposto? Non c’è ragione.

I vertici del capitalismo finanziario, ammorbati da decenni di mentalità neoliberista, hanno accolto senza troppa vergogna un predatore sessuale e trafficante di esseri umani. Questo è un dato di fatto e non un’ipotesi. In conclusione, il caso Epstein insegna molto e si spera che la Maxwell faccia ancora più luce su alcuni punti oscuri.

Tommaso Minotti

Tommaso Minotti

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