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"Il deficit di bilancio è di destra!". Dopo il premio ai Caschi Bianchi, "Left" ora vuole riscrivere la politica economica

 
 

di Fabrizio Verde


Su ‘Left’, il giornale che di sinistra ha solo l’autoproclamazione nel titolo, ci sarebbe veramente poco da dire dopo l’imbarazzante e imbarazzato sostegno ai famigerati ‘White Elmets’ che in Siria fiancheggiano il terrorismo. Ci sarebbe poco da dire su un giornale che si sta ritagliando il compito di spalluccia di Repubblica soprattutto nello stilare liste di proscrizione, indicando in fantomatici rossobruni tutti coloro che si oppongono al modello neo-liberista.

 

Ci sarebbe poco da dire, ma l’articolo dal titolo 'Le politiche di spesa in deficit non sono rivoluzionarie. Sono di destra’, due parole le meritano perché se al peggio non c’è mai fine qui ci siamo avvicinati molto. La rivista Left ci informa che chiunque osi mettere in discussione dogmi liberisti come l’austerità, il pareggio di bilancio e il taglio della spesa, è sostanzialmente di destra. Con tanti saluti a Keynes.  

 

Ci sarebbe da ridere se la faccenda non fosse tremendamente seria. L’autore dell’articolo, il professore Ernesto Longobardi, scrive: «Non c’è nulla di sinistra e di rivoluzionario nel fare politiche di spesa in deficit: oggi, in Europa, la creazione di debito a livello nazionale è, per forza di cose, una politica sovranista, una politica antieuropea. E non c’è niente di sinistra nel volere sfasciare l’Unione europea per tornare a stati nazionali pienamente sovrani». Questo perché «creando in Europa una moneta unica, gestita a livello sovranazionale, ma lasciando al contempo agli Stati nazionali la politica fiscale, si è, di fatto, sottratta loro la possibilità di ricorrere al debito. In uno Stato nazionale pienamente sovrano il debito e la moneta sono un tutt’uno, e lo sapevano bene i governi dell’Italia democristiana che sapientemente usavano la moneta per rendere sostenibile il debito. Ora non si può più fare. È come se ogni Stato dell’Unione emettesse debito in una valuta straniera, perché si tratta di una valuta di cui non ha il controllo».

 

Dunque l’autore dell’articolo, anche lui immaginiamo si autoproclami di sinistra, ci conferma quanto andiamo denunciando da anni. L’euro è una gabbia creata per impedire ai paesi di poter portare avanti una propria economia politica autonoma e soprattutto svincolata dai dogmi liberisti imposti da Bruxelles.  A questo punto, il nostro difensore d’ufficio del neoliberismo declinato a sinistra, pur di contrastare i cosiddetti sovranisti cosa propone? Leggiamo: «L’unica via di uscita politicamente percorribile “da sinistra” è quella della creazione di un’unione fiscale europea con un proprio debito». 


Ora dopo anni e anni di massacro sociale sulla pelle dei paesi dell’Europa del sud immaginare ancora che da parte dei paesi del Nord ci sia una minima voglia di tale possibilità è fake news. L’economista francese Jacques Sapir ha stimato in oltre 200- 300 miliardi l’anno l’esborso che la Germania dovrebbe pagare per un bilancio fiscale federale della zona euro, parliamo dell'8/11% del PIL tedesco ogni anno, per circa 8/10 anni.  E’ un'utopia irrealizzabile sia per la mole di fondi necessaria sia, a livello politico, perché semplicemente il popolo tedesco non l'accetterebbe.

 

Chi è che sostiene ancora questa bufala? “Incredibilmente”, la proposta di Left è esattamente quella di più Europa. Quel che propongono i liberisti di ogni risma ovunque collocati.

Dal Partito Democratico a Più Europa della Bonino, fino a Forza Italia. Nonostante questo non sia proponibile perché escluso categoricamente dai trattati. Perché nessuno ha la volontà politica di andare in questa direzione. In particolare chi davvero ha le redini di questa unione neoliberista, ossia i falchi in quel di Berlino. 

 

Insomma, per combattere sovranismi e nazionalismi, ‘Left’, la rivista che di sinistra ha solo il titolo, propone di andare avanti nell’approfondire quella ricetta che li ha resuscitati e pian piano li sta portando al governo. Come spiega Domenico Moro nel suo lavoro ‘Perché l’uscita dall’euro è internazionalista’: «L'uscita dall'euro, dunque, è una condizione certamente non sufficiente ma necessaria, sul piano politico, e non solo sul piano economico, per il lavoro salariato. È una condicio sine qua non, cioè senza la quale non si può né portare avanti una politica di bilancio pubblico espansiva, né un allagamento dell'intervento pubblico, mediante vere pubblicizzazioni di banche o aziende di carattere strategico, né tantomeno difendere efficacemente salari e welfare. All'interno dell'euro si può e si deve lottare per il lavoro, il salario e il welfare, ma non ci sono le condizioni per dispiegare con efficacia tale lotta». 

 

Per poi aggiungere che «il superamento della moneta comune europea non va confuso con un cedimento al nazionalismo, sul quale vale la pena fare qualche precisazione. Come i classici del marxismo hanno ripetuto più volte, da Marx e Engels a Luxemburg a Lenin, i nazionalismi non sono qualitativamente tutti uguali dal punto di vista di classe[i]. Il loro carattere di classe dipende da come si collocano nei rapporti economici e sociali, soprattutto nell'epoca dell'imperialismo. Il nazionalismo della nazione oppressa dall'imperialismo e il nazionalismo dei Paesi imperialisti sono molto diversi tra loro. Ad esempio, non si può confondere il nazionalismo arabo, in particolare quello dei Palestinesi, che si oppongono al dominio neocoloniale israeliano con il nazionalismo italiano novecentesco che fece da giustificazione all'invasione coloniale della Libia e dell'Etiopia».

 

Segni di risvegli in Europa della sinistra comunque ci sono. Della sinistra quella vera, che punta al deficit di bilancio, alla sovranità popolare e alla riorganizzazione delle fasce più deboli e maggiormente penalizzate dal regime di Bruxelles, Berlino e Francoforte. Talmente vera che Left definisce così questa sinistra:

 


 

In Italia la sinistra è all'anno zero. Devastata dai vari Bertinotti e Vendola sempre stampella di quella sinistra solo nel nome, ma alla prova dei fatti destra neoliberista. Chi si propone l'ardua impresa di ricostruirla, guardando magari alla nuova sinistra popolare e patriottica di Melenchon e Sara Wagenknecht, dovrebbe restare lontano un miglio da certi deliri che puzzano di vecchio. Di terza via e neoliberismo declinato a sinistra. Ricette che hanno ormai fatto il loro tempo e mostrato irrefutabilmente essere fallimentari.

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