Il "libero mercato" e il prezzo dell'oro

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di Alessandro Volpi

Sembra davvero che non ci siano limiti al monopolio globale. Da due mesi il prezzo dell'oro e ha superato i 2100 dollari l'oncia. Si tratta di una corsa determinata da varie ragioni, le principali delle quali sono le tensioni geopolitiche, la possibile debolezza del dollaro, in previsione di eventuali tagli dei tassi d'interesse e varie paure sapientemente alimentate in giro per il mondo.

E' naturale, in questo mondo dominato dalle scommesse finanziarie, che l'aumento del prezzo dell'oro faccia correre il prezzo delle azioni delle società che possiedono oro. Rifaccio, allora, la solita domanda.

Ma di chi sono queste società? Le prime due, per capacità "produttiva", Barrick Gold e Newmont Mining, vedono la presenza dominante di Vanguard, Black Rock e State Street, che convivono con il colosso dell'oro Van Eck Associates e possiedono, insieme, circa il 20% dell'azionariato. Gli stessi fondi compaiono anche in Kinross Gold.

In pratica 1/3 della produzione mondiale di oro è controllata dalle bigThree insieme a Van Eck. E' chiaro che con questa forza i tre fondi possono determinare i prezzi su cui scommettono e vincere sempre; naturalmente puntando sulla costante necessità di beni rifugio indotta, come ricordato, dalle paure, vere e costruite.

Mi sembra sempre più facile capire che la strategia del controllo finanziario di larga parte del pianeta passa attraverso la capacità di tre giganti di disporre di un portafoglio infinito di partecipazioni azionarie e obbligazionarie in grado di dare la sensazione della fine del rischio: chi possiede tutto e decide i prezzi diventa nell'immaginario comune dei risparmiatori, grandi e piccoli, assai più solido e sicuro degli Stati. Così finisce il "libero mercato" e la dimensione pubblica, politica, del potere sbiadisce di fronte alla sicurezza garantita dai "signori" del mondo; una sicurezza tutta finanziaria che divora ogni altro valore.

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