Il maestro Cerciello e i suoi testi per la Palestina: “Sanremo cerca l’assenso, il vero teatro scatena il dissenso”

Il maestro Cerciello e i suoi testi per la Palestina: “Sanremo cerca l’assenso, il vero teatro scatena il dissenso”

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di Giulia Bertotto per l’AntiDiplomatico


Carlo Cerciello, attore e regista napoletano, ha recitato per il Cinema, il teatro e la televisione italiana ed è anche formatore teatrale. Nel 1996 ha fondato il teatro Elicantropo di Napoli che dirige da trent’anni, dedicato alla drammaturgia contemporanea, particolarmente connotato per il suo impegno politico e sociale. Nel 2007 è stato riconosciuto dal Ministero per l’alto valore culturale della sua attività di Formazione. Napoli è la città della sapienza magica, dell’esoterismo, delle tradizioni popolari legate al sacro, delle Madonne a ogni vicolo, Napoli in ogni suo angolo mira verso l'alto del Mistero non dimentica di guardarsi intorno, e tra gli stendardi dedicati a Maradona e Pulcinella sventolano verso il mare bandiere della Palestina, i muri gridano Cessate il fuoco contro il Genocidio e per la liberazione immediata di Assange.

Siamo orgogliosi di aver intervistato il maestro Carlo Cerciello, autore di due spettacoli dedicati alla causa palestinese.


Maestro Cerciello, nel 2000 ha ideato e realizzato lo spettacolo “Il cielo di Palestina” mettendo in scena il “racconto” visionario e poetico delle quotidiane e drammatiche vicende del popolo palestinese, attraverso le memorie di un maestro di scuola con Omar Suleiman: "i ricchi hanno dio e la polizia, i poveri le stelle e i poeti" da "La terra più amata" curato da W. Dahmash. lo ha ripetuto ogni quattro anni. Oggi invece porta sul palco una tragedia classica, probabilmente del 415 a.C.!

Sì, dal gennaio 2024 abbiamo portato in scena Le “Troiane” di Euripide, considerato il suo testo pacifista per eccellenza. All’inizio non ero convinto perché non volevo fosse generalista, poi è arrivato il 7 ottobre e ho deciso. Le parole di Euripide, soprattutto nella traduzione di Sartre, acquistano un valore politico senza tempo, con un’altissima aderenza contemporanea, perché a parlare sono gli sconfitti. La sconfitta è esplorata in tutti i suoi risvolti filosofici ed emotivi, anche quelli contraddittori. Alla fine, come sappiamo, non ci sono vincitori e non si sopravvive al decreto divino. La forza però sta tutta nelle parole degli sconfitti, cioè i troiani e non i greci. Le donne non a caso pagano il prezzo maggiore perché sono generatrici del futuro, così come il bambino Astianatte, che rappresenta tutti i bambini uccisi in guerra. Euripide fa dire ai vincitori “Tuo figlio deve morire perché potrebbe diventare più forte del padre”: è ciò a cui stiamo assistendo a Gaza. Il governo sionista si accanisce contro i civili perché il suo scopo è sterminare il futuro di un intero popolo, che non deve più esistere in quanto popolo sulla terra. Questo è stato fatto dai nazisti contro il popolo ebraico. Il governo sionista ha imparato così bene la lezione del male da poterla ripetere oggi. Molte comunità ebraiche nel mondo si sono ribellate anche a costo delle botte e della vita, la comunità ebraica italiana fiancheggia invece lo stato di Israele, un piccolo stato che rischia di trascinarci deliberatamente nella Terza Guerra Mondiale. Non a caso, dunque, alla fine dello spettacolo chiedo ai miei attori di esporre la bandiera palestinese.


Lei ha fondato e dirige un teatro indipendente, probabilmente gode di una certa libertà di espressione ma la sconta in termini di finanziamento e agibilità mediatica.

Io credo che il Teatro si distingua dallo Spettacolo per l’impegno etico, politico e civile. Lo spettacolo intrattiene e nel far questo trattiene la coscienza di sé e degli altri, mentre il teatro la vuole sollecitare e agitare. Il teatro greco, nella memoria occidentale, ci insegna che esso era uno spazio sociale e politico di partecipazione e appartenenza. Il teatro pone al centro la vita dell’uomo, e indaga la sua interiorità: l’uomo e la morte, l’uomo e la guerra, l’uomo e le sue tragedie erano al centro dei pensieri dell’uomo, poi la società dei consumi di cui ha parlato molto anche Pasolini, ha allontanato l’uomo dal suo dolore e dal suo dramma, in maniera strategica perché non rifletta sul suo destino e sul suo ruolo. Ma la morte resta il fondamento della vita dell’uomo, paradossalmente senza la morte la vita non avrebbe alcun valore, poiché non avrebbe alcun limite che le dà gusto e senso. Questo è il teatro, una potenza che non piace a chi governa, perché è l’uomo che parla all’uomo sollecitando in lui le emozioni e riflessioni, i dilemmi e i conflitti che lo spingono anche a contestare l’ordine costituito. Come diceva Bertolt Brecht il teatro non cerca assenso e consenso ma provoca deliberatamente il dissenso. Questo Teatro è andato perduto perché questa arte ancestrale è stata pilotata verso le sovvenzioni pubbliche in modo da essere diretta dallo stato, così come l’informazione viene orchestrata dai poteri oggi extrastatali. Così arriviamo al teatro che risponde alle logiche dei politici e non della Politica, dei media e non dei bisogni umani, della propaganda e non dell’etica. Eccoci arrivati alla televisione, non certo per i bisogni della gente, ma di chi la governa: uno strumento di massificazione e controllo. Oggi restano il teatro indipendente che risponde alle proprie motivazioni e il teatro che fa eco alla TV e risponde alle esigenze di stato.



A Proposito. Qualche sera fa un artista dal palco di Sanremo ha chiesto di cessare il fuoco su Gaza. Cessare il fuoco senza l’autodeterminazione della Palestina non basta ma la situazione è così tragica e barbara che ora bisogna almeno mediare su questo. Intanto secondo il capo della comunità ebraica di Milano, Meghnagi, il trapper Ghali avrebbe offeso e ferito gli spettatori e la comunità ebraica: “Come fate a dire che qui è tutto normale per tracciare un confine con linee immaginarie bombardate un ospedale, per un pezzo di terra o per un pezzo di pane” le parole sotto la lente del sionisticamente corretto...


Non mi stupisce, anche se ancora mi indigna. Sanremo è un contenitore generalista con intenti propagandistici evidentissimi, che imita la democrazia in un paese che la parodizza. Le poche parole dette dai due artisti sono importanti certo, ma sono anche facili e tutto sommato banali se ci pensiamo bene, non potevano pronunciare parole come Genocidio, hanno detto ciò che potevano dire, ciò che fa show, in una sorta di dissenso controllato. Tutto ciò che diciamo è banalizzato da quel mezzo che non ha più alcuna consistenza rivoluzionaria. Cambiare le carte in tavola è qualcosa su cui il berlusconismo ha fatto scuola. La strategia mediatica è questa, narcotizzare le coscienze anche con il giornalismo asservito, al contrario del teatro indipendente. Una volta c’era uno scontro visibile tra padrone e lavoratore, oggi c’è il mercato che non vediamo, denaro che non tocchiamo e abbiamo solo dei fantocci contro i quali insorgere, i quali però non sono i manovratori del sistema. Chi si definisce apolitico a mio parere non può che essere individualista e ignorante, nel senso che non ha idea di cosa avviene intorno a lui e in lui. Come fa l’umano ad essere apolitico? E’ come fosse senza coscienza, senza dialogo con sé stesso, senza idee. La politica è pregiatissima, è la sua strumentalizzazione che è velenosa.


Oggi assistiamo a un genocidio in mondovisione sui social. È paradossale: siamo tutti connessi ma nessuna rete ferma la strage, tutti siamo testimoni del massacro ma nessuno lo ferma...

Il 7 ottobre ho subito scritto sui social il mio sostegno alla Palestina, non perché apprezzi gli atti violenti ma perché conosco la storia e i retroscena che hanno condotto a quel punto. Sapevo perfettamente che ciò che stava accadendo era strategicamente funzionale alla destra israeliana e nello stesso tempo funzionale alla destra palestinese, e al momento non c’è altra possibilità; se la destra palestinese è salita così tanto al potere negli ultimi anni è perché non hanno avuto altro spazio formazioni di sinistra. Dopo 75 anni di occupazione violenta si perde la speranza. Se si perde la speranza ci si fa saltare in aria, che altro ci aspettiamo? Nei miei anni, che ormai non sono pochi, mi è toccato vedere l’assurdo, l’antistoria, il rinnegamento della tragedia umana, il ripetersi di un genocidio da parte dei vertici del popolo che lo ha subito.

Giulia Bertotto

Giulia Bertotto

Giulia Bertotto, giornalista per diverse testate online, è laureata in Filosofia a La Sapienza di Roma e ha un master in Consulenza Filosofica e Antropologia Esistenziale, ha scritto due raccolte poetiche, un saggio, e partecipato alla stesura di diversi volumi con altri autori. Svolge e stravolge interviste, recensioni di film e libri, cronache da eventi e proteste. Articoli per sopportare il mondo, versi e rime per evaderlo.

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