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Inflazione 0,9 dopo 2600 miliardi di QE: il fallimento di Draghi in una cifra

 
di Pasquale Cicalese 


2600 miliardi del Qe dopo, l'inflazione core in eurozona è pari allo 0.9%, segno del fallimento della politica monetaria di Draghi, che in 7 anni non è riuscito a centrare il target inflazionistico del 2%, quando in Cina la People's Bank of China lo pone al 3.5% (con l'inflazione attuale pari al 2.7%).


Non poteva essere altrimenti.


La Bce si preoccupa solo di creare asset inflation, l'inflazione da asset finanziari (il marxiano capitale produttivo di interesse), con relative bolle, immobiliari e azionarie. Mentre invece è cane da guardia, assieme alla Commissione Ue, dei salari, gli unici che possono far salire l'inflazione, tenuti a bada da un assetto deflazionistico che ormai ha raggiunto dei livelli drammatici.


L'Ue ha 110 milioni di poveri, salariati working poors e precari a go go, un panorama impensabile solo 30 anni fa. E' una scelta voluta dalla dirigenza tutta europea, sia dal lato politico che dal lato monetario, protesi a crescenti surplus delle partite correnti, ma anche per fronteggiare l'ascesa cinese.



Solo che la Cina dal 2008, con la legge sul lavoro, ha puntato su alti salari recuperando competitività dal lato dell'innovazione di prodotto e di processo. In pratica, marxianamente, l'eurozona ha puntato sul pluslavoro assoluto mentre la Cina sul plusavoro relativo e il secondo batte sempre il primo perché si hanno dei livelli di produttività, dati dal tasso di investimento, molto più alti del primo. Ma c'è un discorso a parte da fare.


L'Italia, grazie a Confindustria, dal 2011 conduce una feroce politica deflazionistica per avere un tasso di inflazione più basso di quello tedesco e così recuperare competitività di prezzo.


Dal 2013 il tasso di inflazione italiano è più basso di quello tedesco, recuperando 5, 6 punti percentuali di competitività di prezzo, a costo dell'inaridimento del mercato interno. Attualmente il tasso italiano è pari allo 0.5% annuale, quello tedesco all'1.7%. Bdi, la confindustria tedesca, e la Confindustria fanno a gara a chi deflaziona più i salari. Come Draghi pensa di arrivare ad un target del 2% in questo contesto è un mistero.
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