La Gran Bretagna si propone per affiancare gli Stati Uniti nella guida dell’Occidente

La Gran Bretagna si propone per affiancare gli Stati Uniti nella guida dell’Occidente

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“Marx aveva avuto ragione una prima volta, l’aristocrazia aveva ceduto il passo alla borghesia, ma aveva avuto ragione una seconda, la borghesia si dimostrò immediatamente incapace di ricoprire il ruolo di classe dirigente egemone, non essendo stata in grado di soffocare sul nascere la rivoluzione bolscevica in Russia prima e quella comunista in Cina poi”

Fulvio Bellini, studioso di questioni geopolitiche ed esperto di questioni internazionali; collaboratore di “Cumpanis”

Premessa: la rivoluzione borghese ha fallito 

Una rilevante parte dell’opera di Karl Marx si è imperniata sulla descrizione della rivoluzione borghese ai danni dell’aristocrazia di origine feudale, che ancora nel XIX secolo occupava posti di comando in Europa, e con la quale la borghesia trionfante della Rivoluzione francese e della successiva epopea napoleonica doveva ancora spartire il controllo dello stato. Lo abbiamo sottolineato in passati articoli, sotto un certo punto di vista, nel vecchio continente il delicato equilibrio tra borghesia ed aristocrazia, tipico ad esempio dell’élite britannica, ha determinato la nascita della Banca d’Inghilterra prima e del Gold Standard poi; negli Stati Uniti, dove la classe aristocratica con le sue patenti regie ed i suoi privilegi derivanti era inesistente, la borghesia poté esprimere liberamente la propria visione politica e quindi, nonostante due tentativi, una Banca degli Stati Uniti paragonabile a quella inglese non esistette mai, ed il “dollar standard” fu il modello finanziario per la conquista dell’ovest, fatta cioè con carta moneta. In Europa, l’equilibrio tra borghesia ed aristocrazia si ruppe definitivamente a favore della prima con la fine della Grande Guerra, ed il tramonto di antiche dinastie come quella degli Asburgo, degli Hohenzollern e dei Romanov portò con sé la classe che aveva governato dai tempi della caduta dell’Impero romano. Il XX secolo si presentava come il secolo americano, e la sua borghesia si avviava a prendere il posto di quella inglese ai vertici dell’economia e della finanza mondiali. Marx aveva avuto ragione una prima volta, l’aristocrazia aveva ceduto il passo alla borghesia, ma aveva avuto ragione una seconda, la borghesia si dimostrò immediatamente incapace di ricoprire il ruolo di classe dirigente egemone, non essendo stata in grado di soffocare sul nascere la rivoluzione bolscevica in Russia prima e quella comunista in Cina poi. Tuttavia gli Stati Uniti restavano la terra promessa della borghesia, e sulle ali di due conflitti mondiali vinti e dai quali aveva avuto solo guadagni e risibili perdite, sostituirono definitivamente la Gran Bretagna nel ruolo di metropoli imperiale, quando la sterlina lasciò il posto al dollaro quale valuta di riserva. La politica americana del secondo dopo guerra è stata quindi una genuina espressione di una sola classe sociale, quella borghese, ed è stata influenzata da una particolare cultura, quella americana. Il XX secolo si concluse con la “vittoria” del sistema occidentale su quello del socialismo reale in Europa, ma nel precedente articolo “Le quattro fasi dell’era post sovietica” si è cercato di dimostrare che non si trattò di vittoria ma di pace separata, cioè di accordo diretto tra Mosca e Washington senza tenere conto degli interessi dei rispettivi alleati. Una vittoria della borghesia americana non vi era stata nemmeno al suo massimo e teorico fulgore. Nel XXI secolo la situazione è andata peggiorando col passare degli anni a causa della politica di debito senza limiti intrapresa dagli USA e che oggi sta giungendo al suo punto di rottura. A partire dal 2020 il mondo si è trovato a gestire una serie di crisi senza soluzione di continuità, tutte riconducibili alla strategia globale americana di difesa del dollaro “Whatever it takes”. Alla fine del 2019 le tensioni inflazionistiche del dollaro si stavano già manifestando con virulenza, ed ecco provvidenziali giungere due anni di pandemia, che hanno determinato il congelamento dell’economia mondiale, riportando immediatamente i tassi d’inflazione sotto controllo. Non potendo “sequestrare” un intero pianeta per sempre, ecco il conflitto in Ucraina del 2022, guerra per procura voluta ed organizzata dagli Stati Uniti, allo scopo di sanzionare direttamente la Russia, ed indirettamente l’Unione Europea attraverso le medesime sanzioni, che hanno costretto gli europei a comprare energia e materie prime dai mercati controllati dal dollaro e quindi ai suoi prezzi fortemente inflazionati e grazie a questa manovra, gran parte dell’inflazione americana è stata trasferita all’Euro. Specialmente gli ultimi tre anni hanno posto la classe dirigente americana, la sua alta borghesia che tiene nelle stesse mani potere finanziario, economico (meno rilevante) e politico, il suo modo di fare perentorio e superficiale sul banco degli imputati. Sempre in quest’ultimo triennio svariate voci critiche nei confronti dell’Establishment a stelle e strisce si sono levate dalle classi dirigenti cinese, russa, iraniana, araba, indiana, brasiliana e sudafricana. Cosa è successo d’interessante nel mese di maggio? Una nuova ed inaspettata voce si è aggiunta a quelle dei detrattori, una voce che è arrivata alle orecchie delle élite americane direttamente dal loro passato, una voce oltre che a manifestare disaccordo per la strategia globale USA, si è anche candidata per affiancare gli States nella guida dei “santi in marcia” contro i comuni nemici Cina e Russia: la voce dell’aristocrazia inglese.  Questo, a mio avviso, è il messaggio politico che Londra ha recapitato alle classi dirigenti occidentali durante la pomposa e pure noiosa cerimonia dell’incoronazione di Carlo III come nuovo Re del Regno Unito di Gran Bretagna, Irlanda del Nord e degli altri quattordici reami del Commonwealth. In questo articolo quindi ci occuperemo di analizzare le tre strategie fallimentari degli americani e di valutare su quali basi si possa fondare l’affiancamento degli inglesi alla guida del “mondo libero”. Tuttavia, l’apparizione di Londra sul palcoscenico ci deve preoccupare a causa del diverso approccio nella gestione della crisi Ucraina, un approccio all’inglese, quindi di altissimo profilo strategico ma caratterizzato da una spregiudicatezza e risolutezza sconosciuti agli americani. L’aristocrazia inglese, che la storia dava per definitivamente tramontata, cerca di ritornare in sella approfittando dell’evidente impreparazione della classe dirigente dell’ex colonia, l’impero americano rimane unito ma potrebbe avere due capitali, due classi dirigenti che si spartiscono il dominio del medesimo impero. Non dobbiamo stupirci, non è la prima volta che accade. La storia dell’antica Roma è sempre utile per trarre spunti di riflessione e di analisi delle crisi odierne, lo si fa nei circoli esclusivi di Oxford e Cambridge quando debbono fornire analisi ed idee, lo possiamo tentare anche noi nel nostro piccolo, facendo ovviamente le debite proporzioni. Se ci togliamo di dosso la coltre di nebbia fatta di propaganda che offuscano la visione della realtà: democrazia, sovranità popolare, amicizia ed eguaglianza tra le nazioni ed altre simili corbellerie, possiamo notare come il rapporto tra metropoli imperiale (Washington) e le sue provincie (Europa, Giappone e Corea del Sud) segua dinamiche classiche simili a quelle che hanno caratterizzato imperi precedenti, ed è in questa similitudine che risiede la validità della proposta inglese a tutte le classi dirigenti occidentali. Come noto, dal 235 al 284 l’Impero romano fu travagliato da un’interminabile guerra civile, detta di anarchia militare, durante la quale l’aristocrazia senatoria diede pessima prova di sé e della capacità di gestire un Impero così vasto. La lotta per ottenere la porpora imperiale si era avviluppata in un meccanismo perverso di costante “delegittimazione costituzionale” che determinò il susseguirsi di 27 sovrani nell’arco di 49 anni. Non appena uno di questi soldati o patrizi veniva acclamato imperatore, diveniva immediatamente un “morto che camminava”: poteva morire subito, se rifiutava l’acclamazione delle sue truppe, oppure rimanere assassinato qualche tempo dopo per mano dei sicari del sovrano regnante, che lo temeva a prescindere, oppure essere ucciso in caso di sconfitta nella corsa al trono, ma morire anche nel caso di elezione imperiale a causa della quasi subitanea caduta; e non solo veniva ucciso il candidato perdente o il tiranno deposto, ma spesso la sua cerchia lo seguiva nell’ultimo viaggio. L’imperatore Diocleziano introdusse la riforma costituzionale della Tetrarchia sia per chiudere il periodo di anarchia, sia per presentare il conto della fallimentare gestione del potere al Senato dell’Urbe e alla classe dirigente di lingua latina che rappresentava.  Inoltre, Diocleziano divise l’impero in due parti per potere associare alla gestione del potere l’altra classe dirigente del mondo romano: quella di lingua greca. Quella élite era erede della cultura e della tradizione ellenistica e ed era anche portatrice di una soluzione alla profonda crisi di legittimità che attraversava il potere imperiale. La soluzione proveniva dalla ricca e complessa elaborazione teologica nata dalla geniale intuizione avuta da Paolo di Tarso (cittadino romano di origine ebraica e greca): il Cristianesimo. Questa religione ristabiliva la giusta distanza tra Dio e gli uomini, restituendo all’Imperatore la necessaria legittimazione divina, andata perduta con il politeismo, a causa del malcostume di associare un misero uomo, anche se imperatore, alla dignità di un Dio. Costantino colse pienamente l’opportunità data dal cristianesimo e consolidò il processo di allineamento delle due classi dirigenti grazie alla fondazione della nuova capitale Costantinopoli, che determinò una singolare contraddizione: Augusti e Cesari si definivano romani, ma nessuno di loro elesse più Roma quale sua capitale. Le élite greche gestirono l’Oriente e quelle latine l’Occidente in un processo di progressiva separazione, ma sempre sotto il comune titolo di romani. Il 6 maggio gli inglesi hanno proposto all’Occidente di dividere in due l’impero: L’Europa sotto la guida inglese e l’Oriente sotto quella americana, mantenendo però nominalmente unito il nome dell’Impero: il Mondo Libero. Andiamo però con ordine: se esiste una critica unanime significa che ci sono stati gravi errori dell’Establishment americano: vediamoli.  

Gli errori della Casa Bianca: il fallimento delle sanzioni economiche  

Occorre innanzitutto rispondere correttamente alla seguente domanda: ci troviamo di fronte ad una metropoli imperiale, ad un gruppo di potere, che sta gestendo in modo pessimo il periodo attuale di “crisi del dollaro”? La risposta è affermativa. Stiamo parlando delle tre strategie perseguite dalla Casa Bianca nel 2022 e che hanno avuto, del resto come la precedente crisi pandemica, il compito di difendere il dollaro ad ogni costo. La prima strategia è stata quella relativa alle sanzioni economiche comminate alla Russia; la seconda è stata quella delle sanzioni finanziarie, sempre disposte contro la Russia; la terza è stata quella d’isolare diplomaticamente Mosca. Vediamo come è andata con la prima strategia, facendoci aiutare dal “Global Economics Intelligence executive summary, February 2023” pubblicato dalla multinazionale di consulenza strategica McKinsey & Company il 13 marzo scorso. Iniziamo dal cuore del problema: il forte rialzo dell’inflazione in tutto il mondo ed il conseguente aumento dei tassi ufficiali di sconto praticati dalle banche centrali. La causa dell’inflazione è legata alla decisione degli Stati Uniti di varare una serie di sanzioni alla Russia e d’imporre ai vassalli europei ed asiatici di applicare le medesime se non ancora più rigide sanzioni. Lo scopo di questa strategia era quello di far collassare l’economia russa fin dai primi mesi del conflitto. Il collasso non vi è stato in quanto Mosca ha varato una complessa manovra di riposizionamento delle sue relazioni commerciali spostando il focus dall’Europa occidentale, segnatamente dalla Germania, alla Cina, all’India ed all’area asiatica. Questa strategia è quindi fallita ma le sue conseguenze sul comportamento delle Banche centrali durano tutt’ora. McKinsey scrive: “Per i consumatori, i prezzi dell'energia e dei generi alimentari sono stati inizialmente i principali motori dell'inflazione, ma da allora anche i tassi di inflazione core sono aumentati (per inflazione “core” si intende un particolare tipo che viene calcolato senza tenere conto dei beni soggetti a forte volatilità: dalla misura dell'aumento medio dei prezzi sono esclusi infatti i generi alimentari e i costi dell'energia n.d.r.). Le banche centrali, nel frattempo, continuano ad aumentare i tassi di interesse ufficiali: alle riunioni di febbraio, la Federal Reserve americana ha alzato il tasso al 4,5–4,75%, la Banca centrale europea al 2,5–3,0%, la Bank of England al 4,0% e la Reserve Bank dell'India al 6,5%. Ulteriori aumenti nel 2023 sono previsti per molte di queste economie. In Brasile, dove il tasso ufficiale del 13,75% è uno dei più alti al mondo, il presidente Lula da Silva ha aspramente criticato il corso della banca centrale definendolo un grave freno alla prosperità economica”.  Il costo del denaro è salito, questa è la classica politica delle banche centrali allo scopo di raffreddare l’inflazione, tuttavia svariati aumenti del tasso di sconto ufficiale non hanno sortito alcun effetto sulla corsa dei prezzi, e McKinsey argomenta: “Eppure le dinamiche inflazionistiche di oggi sono cose ostinate. In India, l'inflazione è diminuita a scaglioni mensili dal 7,4% di settembre 2022 al 5,7% di dicembre. A gennaio 2023, invece, l'inflazione è tornata, salendo al 6,5% sui prezzi più alti dei cereali (+16,1%) e delle spezie (+21,1%). Nell'Eurozona sta emergendo un modello simile: l'inflazione ha accelerato a febbraio in Germania (9,3%), Francia (7,2%) e Spagna (6,1%), mentre lo shock dei prezzi dell'energia dello scorso anno continua a filtrare sul costo dei beni e servizi. Invece di rallentare, l'inflazione core è salita al 5,6% (dal 5,3% di gennaio). La presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde ha dichiarato che un aumento dei tassi di interesse di 50 punti base è "molto probabile" a marzo (la BCE ha effettuato due rialzi del tasso il 22 Marzo ed il 10 Maggio portando la percentuale a 3,75 punti n.d.r.). Negli Stati Uniti, intanto, dove il tasso di inflazione è sceso dal 9,1% di giugno 2022 al 6,4% di gennaio 2023, anche l'inflazione core ha fatto il contrario a gennaio, rimbalzando al 4,6% dal 4,3% di dicembre 2022.” La differenza dei tassi inflattivi negli Stati Uniti ed in Europa rispecchia fedelmente la strategia USA di scaricare sulla zona Euro gran parte dell’inflazione del dollaro in un quadro generale dove il biglietto verde era ancora l’incontrastata valuta di riserva mondiale. Dal mese di marzo 2023, data d’incontro tra Putin e Xi Jinping a Mosca, è però iniziato un processo di transazioni commerciali internazionali che vedono l’impiego sempre più significativo di altre valute ritenute più solide del dollaro, anche se per ora limitato ad alcuni scambi commerciali bilaterali, e più nelle parole dei leader politici. Ma il solo fatto che un Putin, un Xi Jinping, un Lula da Silva, un Bin-Salman dichiarino pubblicamente l’opportunità di usare lo yuan cinese oppure il rublo russo per gli scambi commerciali dei loro paesi, è sufficiente per alimentare forti timori sulla tenuta del dollaro sotto il profilo del contenimento della sua spinta inflattiva, potenzialmente incalcolabile. Nei primi mesi del 2023 è divenuto chiaro alle classi dirigenti occidentali che la strategia di comminare sanzioni, che avrebbero dovuto mettere in ginocchio Mosca nel giro di qualche settimana, ha avuto un suo particolare successo: in ginocchio è finita la Germania e la UE insieme a lei. McKinsey scrive: “A gennaio, il Container Throughput Index è sceso a 120,2 (da 124,4 di dicembre) a causa del calo del traffico nei porti del nord Europa. Dopo un leggero rialzo a dicembre, il Global Supply Chain Pressure Index è tornato al suo corso di allentamento nel gennaio 2023.” L’economia europea si è fortemente raffreddata a causa del crollo delle esportazioni e dei consumi, e solo il riscaldamento globale ha dato una mano permettendo un minore bisogno di gas naturale. Nonostante la congiuntura climatica positiva i prezzi hanno valicato una porta dalla quale non vi è più ritorno, come certificato sempre da McKinsey: “il prezzo del greggio Brent, ora a 86 dollari al barile (6 marzo), è all'incirca dov'era all'inizio dell'anno. Con notevoli scorte di gas naturale e un inverno mite, l'Europa ha beneficiato di un calo di tre mesi dei prezzi del gas naturale. A 42 € per MWh il 6 marzo, i prezzi sono ancora più del doppio del livello nello stesso giorno del 2021. L'inflazione dei prezzi alimentari è rallentata, ma i prezzi dei principali prodotti alimentari in alcune località rimangono fino al 30% o 40% al di sopra di prima della guerra o prima della pandemia”. Grazie all’artificio delle sanzioni alla Russia, l’economia americana ha conseguito buoni risultati nel 2022 e nei primi mesi del 2023, facendo aggio sulla crescente crisi della zona Euro. A causa dello squilibrio delle performance delle rispettive economie prosegue l’allineamento del corso del dollaro nei confronti dell’euro, condizione necessaria per l’effettivo trasferimento dell’inflazione tra le due sponde dell’atlantico: “Il dollaro USA si è rafforzato a febbraio, contro l'euro ($ 1,07)….. L'indice di volatilità delle azioni rimane elevato rispetto ai livelli prepandemici. I rendimenti dei titoli di stato a lungo termine sono diminuiti a febbraio”, conclude McKinsey. 

Gli errori della Casa Bianca: il fallimento delle sanzioni finanziarie  

La strategia sul fronte finanziario aveva lo scopo di sprofondare il rublo in un vortice di disvalore e di causare la morte del sistema bancario e finanziario russo attraverso l’esclusione di Mosca dai sistemi di compensazione internazionali come lo Swift. Vediamo come è andata questa strategia. Riprendiamo il tema dei cambi delle valute perché ponte tra il mondo economico e quello finanziario. Confrontando i cambi delle principali monete tra il 24 febbraio 2022, inizio del conflitto in Ucraina, ed il 14 maggio 2023 (definito oggi): il cambio dollaro/euro era 0,8936 ed è 0,91429 oggi; il cambio dollaro/sterlina era 0,7478 ed è 0,8026 oggi; il cambio dollaro/yuan era 6,3228 ed è 6,9579 oggi; ed infine il cambio dollaro/rublo era 84,956 ed è 77,3364 oggi. Questi dati ci suggeriscono che il dollaro, nonostante l’impennata inflattiva del 9,1% nel giugno 2022, è riuscito a valorizzarsi nei confronti delle monete dei due principali alleati europei grazie alle sanzioni; il biglietto verde si è apprezzato anche nei confronti dello yuan, che essendo moneta di un paese esportatore non ne ha certamente patito; ma il dato saliente è il forte deprezzamento del dollaro nei confronti del rublo, ben l’8,96%. L’obiettivo delle sanzioni finanziarie era esattamente l’opposto: deprezzare il rublo con percentuali in doppia cifra. Gli europei hanno quindi pagato un alto tributo a Washington per vedere l’economia russa addirittura rafforzata, mentre la loro sta velocemente entrando in una crisi dovuta agli eccessivi costi di produzione che non si possono più scaricare solamente sul lavoro. Si tratta solo di un’errata previsione sul corso del rublo? Vi è stato un errore ancora più grave, in questo caso causato dall’intera comunità degli “strateghi occidentali”. Nell’articolo “Le quattro fasi dell’era post sovietica” si segnalava che la sola Unione Europea aveva “congelato” oltre 320 miliardi di dollari di riserve estere di proprietà della Banca centrale russa, secondo il report presente sul sito del Consiglio europeo. Per gli europei si trattava di un atto doveroso legato alle sanzioni comminate agli invasori russi; per i legittimi proprietari delle riserve si è trattato di dare all’operazione occidentale semplicemente il suo nome: furto. Non solo gli europei hanno rapinato, pardon congelato, la diligenza russa in nome del sostegno al regime di Kiev, ma anche altri paesi occidentali non hanno mancato di fare lo stesso. Il dato complessivo non è facile da calcolare, ci limitiamo a riportare i dati presenti sul sito Statista al mese di marzo 2022: Giappone 58 miliardi, Stati Uniti 38 miliardi, Regno Unito 26 miliardi e Canada 16 miliardi. Si discute ora di come perfezionare il furto con la scusa di ricostruire l’Ucraina usando i soldi russi, che ovviamente sarebbero incassati da aziende occidentali. Nonostante questo ulteriore colpo alle finanze di Mosca, abbiamo visto che non solo il rublo non si è indebolito ma si è fortemente apprezzato sul dollaro, mentre la fiducia di grandi investitori mondiali del calibro di Cina, India, Paesi del golfo persico nei confronti del sistema finanziario e bancario occidentale si è fortemente incrinata. Se i guardiani della democrazia e dei diritti civili si svegliano una mattina e decidono “motu proprio” che: la Cina minaccia d’invadere Taiwan, oppure stermina gli Uiguri dalla mattina alla sera; le monarchie del golfo sfruttano i lavoratori in modo disumano; in Iran le donne sono vessate; In India le minoranze religiose non induiste sono discriminate eccetera, e per questi motivi è giusto varare sanzioni che prevedono il congelamento immediato degli asset delle banche centrali di quei paesi, per poi procedere alla loro confisca, quale dirigente politico e finanziario di quei paesi è così sprovveduto da fidarsi ancora delle banche occidentali? Non si può escludere quindi che sia in corso una ritirata di capitali dei paesi non occidentali dagli istituti di credito americani ed europei. Questa sarebbe una ragione più che sufficiente per spiegare perché Credit Suisse è andata gambe all’aria proprio agli inizi del 2023 ed UBS l’ha rilevata solo perché pagava la Confederazione elvetica; oppure perché proseguono voci sinistre su Deutsche Bank. Sempre la fuga di capitali di questi mesi potrebbe essere la ragione dei fallimenti di Silicon Valley Bank di Santa Clara, Signature Bank di New York e First Republic Bank di San Francisco negli Stati Uniti. Non è difficile immaginare che se la causa dei fallimenti è la perdita di fiducia di grandi investitori internazionali, la lista delle banche che andranno in default si allungherà nei prossimi mesi. Quindi la strategia di attacco finanziario alla Russia si è rivelato un pericoloso boomerang per il sistema bancario occidentale. Ma i disastri degli strateghi di Washington non sono ancora finiti. Jenet Yellen che di finanza se ne intende parecchio, ha fatto notare che: “Il dominio mondiale del dollaro potrebbe essere a rischio... Tutta colpa delle numerose sanzioni che sono state imposte dall’Occidente alla Russia nell’ultimo anno dopo lo scoppio del conflitto, così come ad altri Paesi come Cina, Corea del Nord e Iran…. Certo, (l’applicazione delle sanzioni n.d.r.) crea un desiderio da parte della Cina, della Russia, dell’Iran di trovare un’alternativa”, riportava il Sussidiario del 17 aprile. Il segretario al Tesoro ha rincarato la dose un mese dopo: “Gli Stati Uniti potrebbero dichiarare default il 1° giugno nel caso in cui non fosse alzato il tetto del debito…. Stimiamo ancora che il Tesoro probabilmente non sarà più in grado di soddisfare tutti gli obblighi del governo se il Congresso non agirà per alzare o sospendere il limite del debito entro l’inizio di giugno, e potenzialmente già entro il 1° giugno», scrive la Yellen, facendo seguito alla lettera già inviata al Congresso il 1° maggio.”, Il Sole 24Ore del 16 maggio. Solo la creazione di nuovo debito, da sommare a quello enorme già esistente, permette al dollaro di mantenere il suo ruolo di valuta di riserva mondiale, cioè di divisa che dovrebbe essere la più sicura, la più forte, la migliore. Non è forse una contraddizione in termini? Non è forse una palese dichiarazione del fallimento della strategia finanziaria? 

Gli errori della Casa Bianca: il fallimento delle sanzioni diplomatiche  

Sempre agli inizi del conflitto in Ucraina, gli Stati Uniti rassicuravano il mondo che oltre alle sanzioni che abbiamo esaminato, la Russia avrebbe patito anche l’isolamento diplomatico. Dal suo “alto castello”, Joe Biden aveva emesso una fatwa contro Vladimir Putin tale per la quale nel giro di pochi mesi il folle leader del Cremlino sarebbe stato liquidato dai suoi stessi cortigiani per spalancare le porte della Russia a qualche Navalny di turno, imposto da oligarchi terrorizzati dall’isolamento che avrebbero patito rispetto a tutto il resto del mondo. Durante il 2022 le cose non sono poi andate esattamente nel verso auspicato da Washington. Mentre quasi tutti i paesi NATO si allineavano senza indugio, la Turchia si distingueva per un ruolo equidistante tale per cui poteva fungere da mediatore tra Russia e Ucraina per sbloccare il passaggio del grano dal Mar Nero al Mediterraneo. Le conseguenze del conflitto su tutti i mercati mondiali, sfacciatamente a vantaggio degli Stati Uniti ed a detrimento di tutti gli altri, ha poi determinato una spaccatura politica della comunità internazionale sostanzialmente in due schieramenti: i paesi danneggiati che avevano anche subito un “colpo di stato colorato”, per dirla con Michael Hudson, i quali non solo hanno fatto finta di non capire cosa stava accadendo, ma nel caso della Germania hanno pure evitato di vedere chi avesse effettivamente sabotato i gasdotti North Stream uno e due, insomma governi collaborazionisti degli americani e nemici degli interessi nazionali; e paesi dotati di governi che semplicemente perseguono gli interessi dei loro cittadini. Questi ultimi si sono progressivamente staccati dal blocco occidentale e si sono posti in una posizione “non allineata” fino al mese di marzo 2023, allorquando è stato chiaro che tra Mosca e Pechino si stava realizzando qualcosa di più di una “entente cordiale”. Da quel momento importanti paesi hanno adottato atti di  aperta insubordinazione nei confronti degli Stati Uniti e della NATO: Iran ed Arabia Saudita che ripristinano rapporti diplomatici; Arabia Saudita e Cina che discutono di usare lo yuan per il commercio del petrolio; la Siria che viene riammessa nella Lega araba dopo 12 anni di ostracismo; il Brasile che si pone a capo della nuova banca dei BRICS, ed il suo presidente che osa mettere in dubbio l’uso del dollaro nelle transazioni internazionali; la Russia che si fa pagare in rubli per gas e petrolio, ma anche gli yuan sono bene accetti. Insomma, non solo la strategia americana non ha isolato diplomaticamente la Russia, ma ha determinato il suo forte avvicinamento alla Cina, causando a sua volta un autentico terremoto politico che ha inaspettatamente danneggiato gli Stati Uniti ed i paesi vassalli della NATO. Si può quindi affermare che anche la terza strategia è fallita.  

I professionisti rompono gli indugi

Tra le innumerevoli colpe della classe dirigente italiana, e soprattutto dei suoi maggiordomi intellettuali, dovuti a secoli di servilismo elevato a rara forma d’arte nei confronti del potente di turno, vi è il fatto di aver inculcato nel pensiero comune il dogma che il padrone non sbaglia mai, soprattutto quando sbaglia. In Italia, quindi, nessuno ha dubbi che gli americani stiano realmente azzeccando le strategie per battere in russi. In Germania, invece, grazie a Martin Lutero, ad Ulrico Zwingli ed a Giovanni Calvino, nonché alla fondamentale guerra dei Trent’anni, un maggiore senso critico nella popolazione nei confronti del potente fa maggiormente capolino nel dibattito pubblico, soprattutto dopo l’incredibile esperienza patita nella Seconda guerra mondiale. In altre parole, il sospetto che il socialdemocratico Olaf Scholz, il Mario Draghi di Germania, governi per perseguire gli interessi di qualcun altro che non siano i tedeschi si è già diffuso, se si leggono correttamente i risultati delle recenti elezioni amministrative di Berlino, tenutesi il 12 febbraio di quest’anno, che ha visto la netta vittoria dei cristiano democratici della CDU con il 28% dei suffragi ma soprattutto con un incremento del 10,20% rispetto alla precedente tornata: nella capitale tedesca hanno già nostalgia di Angela Merkel. Infine, vi è un paese il quale, come detto più volte, ha troppo recentemente perso il proprio impero e la propria posizione di dominus mondiale per aver scordato come si guida un dominio planetario: la Gran Bretagna. A differenza di Washington, Londra sa come creare un vasto impero, lo ha fatto nel XVIII secolo, come gestirlo, lo ha fatto nel XIX secolo e come liquidarlo, lo ha fatto nel XX secolo. Nei suoi circoli esclusivi, nei suoi castelli, nei suoi palazzi di campagna, gli eredi diretti di coloro che hanno governato il più vasto impero della storia umana discutono di quello che sta accadendo nel mondo, analizzano come si stanno comportando gli americani, i russi ed i cinesi, e quale sia la corretta posizione dell’Inghilterra in questi scenari, ma lo fanno con un modo preparato, critico e libero che nessun’altra classe dirigente europea, tranne quella vaticana, si può permettere.  Il giudizio sull’operato degli americani non può essere che negativo per le ragioni che abbiamo cercato d’illustrare nel presente articolo. Alla fine I risultati delle tre strategie americane sono state di breve periodo e si sono limitate a bastonare le province europee, non essendo capaci di risolvere il tema fondamentale della crisi ucraina: come fare una guerra mondiale convenzionale in presenza di arsenali nucleari. Sempre in quelle riunioni, l’élite britannica ha deciso di rompere gli indugi e formulare una proposta alle altre classi dirigenti occidentali, al di qua ed al di là dell’Atlantico: assumere un ruolo di co-reggente dell’impero americano, perché quella classe dirigente non è più in grado di elaborare una strategia vincente. Ecco che attraverso l’incoronazione di Carlo III di sabato 6 maggio scorso, gli inglesi hanno inviato una serie di messaggi Urbi (la crema dell’élite occidentale riunita nella cattedrale di Westminster), et Orbi (i circa 4 miliardi di telespettatori che hanno assistito all’incoronazione): vediamoli in successione. Il primo riguarda la dimensione della classe dirigente fedele all’Inghilterra, la quale è unita e crede fermamente nei valori che li contraddistingue: la consapevolezza di appartenere al gotha del mondo, con un destino sempre più distinto e lontano dal resto dell’umanità. Tale coscienza è fondamentale se si vuole affrontare adeguatamente la variabile della distruzione nucleare che ovviamente deve riguardare tutti tranne loro. Ad esempio, in Italia il rappresentante degli inglesi oggi è solo uno, Sergio Mattarella, e sotto questa chiave di lettura si può capire maggiormente le ragioni più recondite che lo hanno portato al suo secondo settennato, nonché la capacità che ha avuto Mattarella di sconfiggere il potentissimo Protettore degli Stati Uniti in Europa, Mario Draghi, nella corsa al Quirinale. Questo gruppo di potere internazionale è quindi fortemente coeso, pronto ad aiutarsi vicendevolmente e fedele al loro “sovrano”. Il secondo messaggio riguarda il fatto che una classe dirigente è tale quando ha una tradizione ed una storia sulla quale fondarsi. Carlo III è stato incoronato nella cattedrale di Westminster, dove fu elevato al rango di Re Guglielmo il Conquistatore nel 1066, di cui Carlo è erede diretto. L’incoronazione è avvenuta sommando simboli soprattutto medievali ma anche rinascimentali, moderni e contemporanei. Il Re è incoronato ed accompagnato dall’arcivescovo, il trono e l’altare sono alleati ancora oggi, l’olio sacro che unge il sovrano, nascosto agli occhi dei presenti, rappresenta una certa mistica. La classe dirigente inglese può richiamare valori che quella americana non può permettersi, ridotta esclusivamente al rapporto mercificato tra gli uomini, presupposto insufficiente per affrontare una guerra mondiale con qualche speranza di successo.  Infine vediamo il messaggio contenuto nella pompa militare dell’incoronazione, che è quello fondamentale. L’inglese è un popolo guerriero, ha costruito il proprio impero sui campi di battaglia, il suo valore è riconosciuto dalla storia. Se si tratta di fare la guerra a Russia e Cina, tra di loro quasi alleate, l’Occidente come può pensare di affidarsi agli americani che sono stati sconfitti da un piccolo e povero paese come il Vietnam. Non solo, se gli Stati Uniti pensano di condurre la guerra in Europa come hanno fatto in Iraq a partire dal 2003, dove per sconfiggere un piccolo esercito mediorientale hanno ucciso 210.087 civili, dati ufficiali e quindi probabilmente sottostimati, mentre le vittime in Ucraina fino ad oggi sono state 8.836 (dati desunti dal sito Statista.com), quale appoggio dalla popolazione europea pensano di aspettarsi in caso di conflitto su vasta scala. In altre parole, fare la guerra a Russia e Cina è una cosa troppo seria per lasciarla fare alla classe dirigente politica e militare americana: priva di valori, impreparata, paurosa e per questo pericolosa; gente che, a differenza di tutti gli altri sulla faccia della terra, la bomba atomica sulla testa di poveri disgraziati l’ha già sganciata due volte. 

La possibile strategia inglese

In questo articolo stiamo analizzando un’offerta appena fatta, ma non sappiamo ancora se verrà accolta dagli americani. Certamente non è stata apprezzata dalla Casa Bianca: Joe Biden non si è presentato all’incoronazione e non ha nemmeno delegato la vice presidente, bensì la moglie, come se fosse un matrimonio di qualche amico o parente qualsiasi. La risposta di quella parte di establishment è stata: non vi è alcuna proposta da esaminare. La presenza di Olena Zelenska, moglie del presidente-attore-burattino Zelensky, e la contemporanea assenza di rappresentanti russi, bielorussi ed iraniani hanno immediatamente rassicurato il mondo occidentale in quale squadra l’aristocrazia inglese giocherà la partita. I nemici comuni da battere restano Russia e Cina, ma nulla vieta che si aggiungano altri avversari cammin facendo. La posizione degli inglesi è obbligata dal destino che accomuna, almeno in questo momento, dollaro e sterlina. I due paesi, facendo le debite proporzioni, sono accomunati da un’economia fortemente finanziarizzata e da due valute deboli ma per diverse ragioni. Il dollaro è minato dall’incredibile debito federale che oggi è di 31.794 miliardi di dollari e sta per giungere la fatale soglia dei 32.000 miliardi, valicare la quale necessita del permesso del Congresso. Di contro, però, la riserva aurea americana è la più grande del mondo: 8.133 tonnellate e nella classifica mondiale seguono: Germania con 3.366 tonnellate, Italia con 2.542, Francia con 2.444 e Russia 2.219 (senza contare le tonnellate ancora “stoccate” sotto terra). La Gran Bretagna ha un debito pubblico molto più basso, 2.839 miliardi di sterline pari a 3.533 miliardi di dollari, ma la sua riserva aurea è di sole 310 tonnellate, quindi un suo ipotetico ritorno al gold standrard significherebbe l’evaporazione della sterlina in iper inflazione, come del resto accadrebbe se la valuta inglese fosse rifiutata nelle transazioni, non avendo più lo status di divisa della riserva mondiale. Ma senza attendere future congiunture, la Gran Bretagna si deve muovere ora, perché a causa del trasferimento di parte dell’inflazione del dollaro in Europa, la percentuale nel Regno Unito nel recente mese di aprile è stato del 10,10%. Londra, quindi, non può permettersi di seguire Washington nel vicolo cieco nel quale si è infilata, cioè dalla strategia di mandare al macello ucraini fino a loro esaurimento. Allargare il conflitto significherebbe innescare la NATO, e scaricare sugli americani guida e rischi di un conflitto con la Russia, scenario che non interessa affatto Washington perché la ragione del conflitto in Ucraina non è la guerra a Mosca, bensì attuare la strategia delle sanzioni all’Europa. Gli inglesi propongono invece di allargare la guerra alla Russia, e di gestire in prima persona un conflitto ibrido che vedrebbe la NATO presente ma assente, cercando quindi di sollevare gli Stati Uniti dalle loro responsabilità. A Londra andrebbe delegato il controllo dei governi fantoccio europei, tedeschi ed italiani inclusi, oltre a quelli dei paesi baltici e dell’Europa orientale, e la strategia sarebbe quella di aprire progressivamente nuovi fronti coinvolgendo la Polonia, le repubbliche baltiche e la Finlandia, con un supporto militare maggiormente aggressivo perché guidato appunto dagli inglesi. Le modalità formali e legali di queste nuove guerre dovrebbero però mantenere gli Stati Uniti, ed anche la Gran Bretagna, quanto meno immuni dalla reazione russa, per esempio limitando il conflitto ufficiale tra Russia e Polonia, Russia e Finlandia. Come potrebbero evitare di subire le ritorsioni militari russe? Ad esempio promettendo gli aiuti a polacchi e finlandesi che tarderebbero ad arrivare, come del resto gli anglo-americani hanno già fatto nei confronti di Stalin nella seconda guerra mondiale se solo si fa mente locale al consistente tempo trascorso dall’inizio dell’Operazione Barbarossa, 22 giugno 1941, allo sbarco in Normandia, cioè all’apertura del secondo fronte in Francia, datato 6 giugno 1944, nonostante le reiterate richieste mandate dal Cremlino negli anni precedenti. In cambio di questi “ritardi” Mosca potrebbe finalmente regolare i conti con i suoi “infidi vicini” garantendo l’immunità delle basi USA in Europa e della Gran Bretagna. Senza addentrarci in piani che, in questo momento, è possibile solo ipotizzare senza scadere nella fantapolitica, possiamo affermare che la proposta inglese di essere associati nella gestione dell’impero, ottenendo il controllo diretto dell’Europa, potrebbe essere accolta dagli americani laddove Washington decidesse di concentrarsi sulla guerra nel Pacifico contro la Cina, coinvolgendo le truppe ausiliarie giapponesi e coreane. È quello che si sta discutendo in questi giorni al vertice di Hiroshima del G7, e non a caso come ospite d’onore si è presentato l’immancabile Zelenksy, che deve in qualche modo accettare il passaggio del telecomando che lo guida da Washington a Londra, anche se la recente visita nella capitale britannica sembra lo abbia ben disposto in questo senso. In conclusione, se la nostra analisi è corretta, ed a mio avviso la logica la sorregge, il livello di tensione e di guerra nei prossimi mesi purtroppo subirà un deciso salto di qualità, probabilmente per i polacchi, ma anche per i finlandesi, il rischio di seguire gli ucraini nella macelleria allestita e gestita dagli occidentali sarà elevata. Purtroppo per loro, e per tutti noi, in cabina di regia si stanno sedendo “The Persuaders!”. 

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