La Guerra in Ucraina di fronte alla Costituzione italiana: importante Convegno a Torino

La Guerra in Ucraina di fronte alla Costituzione italiana: importante Convegno a Torino

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di Fabrizio Vielmini*


Voci fuori dal coro nel cuore di Torino. Venerdì 10 Marzo, la Fondazione Istituto piemontese A. Gramsci, in collaborazione con Scuola per la pace ha riunito al Polo del 900 un importante gruppo di cronisti ed esperti capaci di portare sguardi e testimonianze da un conflitto la cui vera natura è presso gran parte degli italiani ancora largamente offuscata da una narrativa incapacitante e gravida di pericolose conseguenze. La ripetizione ossessiva sui media di dicotomie manichee quali “aggressore/aggredito”, “dittatura/libertà”, segue le cortine di propagande contrapposte volte a colpevolizzare uno solo dei responsabili della tragedia in corso in Ucraina, creando l’odio atto a costruire un’immagine del Nemico funzionale al compattamento dei due fronti. In Italia sfugge così il senso di un complesso evento epocale, che sta cambiando le regole della nostra convivenza politica ed è ben lungi dal finire.

In primo luogo, decidendo di schierarsi attivamente con l’invio di armi ad una delle parti in causa, i due governi italiani dell’ultimo anno si sono posti in diretto contrasto con la Carta fondamentale del Paese. La costituzionalista Alessandra Agostino ha ricordato l’importanza della formulazione scelta dai padri costituenti all’Articolo 11: “l’Italia ripudia la guerra”, un verbo forte che esprimeva un rifiuto assoluto, ora disatteso da Roma inviando armi per risolvere una controversia internazionale. Si tratta purtroppo di un atteggiamento che da oltre vent’anni il nostro Paese subisce partecipando ad un’Alleanza, la NATO, che si è costantemente mutata da difensiva in offensiva. Espandendosi ed adottando una postura interventista (con escamotage quali le “guerre umanitarie” e la “Responsability to protect”, etc.), la NATO è diventata un’organizzazione in contrasto all’art. 11, dunque anticostituzionale. A rigor di logica, il Paese dovrebbe o modificare la sua Carta fondamentale, rinnegandone il pacifismo, o uscire dall’Alleanza.

A favore di quest’ultima opzione è sicuramente Sara Reginella, psicoterapeuta e documentarista, il cui coraggioso il lavoro l’ha portata dal 2014 a rischiare la vita fra la gente del Donbass per filmarne le testimonianze. Queste svelano il volto di Kiev quale regime aggressivo, che per otto anni prima di essere invaso ha colpito indiscriminatamente la popolazione civile della regione. Qualunque sia stato il ruolo della Russia nel sostenere la resistenza nel Donbass, nulla può giustificare i metodi “anti-terroristici” applicati dal governo ucraino contro cittadini che pretendeva essere parte del proprio Stato. Quale psicoanalista, Reginella considera la comunicazione dei mass media occidentali quale preda di un pensiero bipolare, così che per anni ciò che accadeva in Donbass è stato taciuto o tuttalpiù derubricato a “conflitto a bassa intensità” mentre dal febbraio 2022 gli attacchi ai civili sono scomparsi poiché parte del campo dell “aggressore”. Reginella ha concluso, “dal momento che entrambe sostengono l’appoggio militare atlantico all’Ucraina, Meloni e Schlein per me sono la stessa cosa”.

Un patriarca della Sinistra torinese, il professor e storico Gian Giacomo Migone, di fatto ha sostenuto tali posizioni, ponendosi così in sostanziale dissenso dalla linea del PD, partito erede dei Democratici di Sinistra di cui fu cofondatore e senatore. Specialista delle relazioni Euro-Atlantiche, Migone constata che di fronte a questa guerra le posizioni di Stati Uniti ed Europa divergono in modo radicale. Al pari della Russia, gli USA sono un impero in declino, aggrappati e pronti a tutto pur di mantenere un’egemonia sempre più fragile. Washington impedisce al mondo di evolvere verso un naturale ordine multipolare e nel fare ciò sabota (letteralmente, come ha dimostrato la distruzione del gasdotto North Stream) le possibilità dell’Europa di giocare un ruolo autonomo di stabilizzazione internazionale. Per Migone la situazione è estremamente pericolosa poiché in Ucraina la spinta imperiale statunitense si è scontrata con quella russa volta a mantenere la propria sfera d’iinfluenza. La situazione è simile a quella che provocò la Prima guerra Mondiale ed i suoi ottanta milioni di morti.

Testimoni d’eccezione nel panorama giornalistico italiano, i cronisti di guerra Alberto Negri e Nico Piro, hanno descritto il loro sgomento di fronte ad una guerra che molti loro colleghi che non si sono mai mossi dalle scrivanie descrivono come se avessero l’elmetto in testa.

Decano degli inviati al fronte italiani, Alberto Negri ha parlato in collegamento del contesto geopolitico e delle potenziali conseguenze della guerra. Al di là del dissennato approccio russo al conflitto, per Negri va sottolineato come il comportamento di Mosca sia difensivo di fronte al tentativo statunitense di espellere i russi dal proprio spazio storico. In Italia ed in Europa manca una visione razionale di ciò che avviene, soprattutto di fronte ad una politica USA volta a destrutturare le relazioni economiche tra Russia ed Europa, la quale va ormai avanti da anni.

Voce ferma e lucida quello dell’inviato del tg3 Nico Piro. Nel suo intervento (“Come difendersi dal marketing della guerra”), Piro ha ricordato un’altra tragedia dell’interventismo occidentale, l’Afghianistan, inondato di armi da Stati Uniti ed alleati e poi abbandonato al suo destino. Una storia dimenticata con questa nuova guerra, dove fiumi di armi occidentali si riversano verso un regime incerto che non si sa quanto in grado di mantenerne il possesso. Ciò che è peggio, al fronte ucraino si aggiungono quelli interni, animati da giornalisti infervorati da un pensiero unico bellicista, incoscienti di fronte al rischio che la loro retorica spinga un conflitto locale a degenerare in uno scontro continentale a rischio nucleare.

Last but not least, Raffaele Sciortino, studioso di relazioni internazionali, ha inquadrato il conflitto ucraino nella cornice più ampia dell’evoluzione del sistema internazionale dell’ultimo mezzo secolo, caratterizzato dal mutare delle relazioni fra Stati Uniti e Cina dalla cooperazione allo scontro. Dopo aver sconnesso le basi della propria economia dalla produzione reale di beni per puntare sul ruolo del dollaro quale mezzo degli scambi internazionali, gli USA hanno attirato la Cina dalla loro parte in funzione antisovietica. Il deal prevedeva l’acceso cinese ai mercati mondiali e le tecnologie necessarie a trasformare il paese nella “fabbrica del mondo”, in contropartita di massicci investimenti dei profitti nel sostegno al capitalismo virtuale USA. Conosciuto quale globalizzazione, tale meccanismo si è incrinato con l’ipertrofia finanziaria che ha portato alla crisi del 2008. Da quel momento, le strade dei due giganti si sono allontanate per arrivare al confronto degli ultimi anni e al supporto cinese per la Russia, rivolto anche contro l’egemonia del dollaro, ciò che sta portando ad una disarticolazione complessiva dell’architettura globale.

Ottima infine la moderazione dei dibattiti di Giorgio Monestarolo, della Scuola per la pace di Torino, bravo nonostante la sintonia della maggior parte del pubblico a gestire certe reazioni sconcertate di chi, informatosi finora sul mainstream manicheo dei media occidentali, si è trovato di fronte ad un brusco ritorno alla realtà.

Le voci espresse a Torino hanno tutte ricordato come in gioco nel coinvolgimento in Ucraina oltre alla sicurezza delle nostre esistenze di fronte allo spettro nucleare, vi sia lo stato della democrazia del nosto Paese. Al tempo stesso, la nutrita partecipazione e la sintonia del pubblico con le posizioni espresse fanno ben sperare. Simili consessi rincuorano gli animi dando la speranza che la gente si stia scuotendodi dosso la cappa della propaganda bellicista costruita dal capitale transnazionale e dai partiti e dai media che questo ha plasmato nel nostro come negli altri paesi europei. Forse, non tutto è perduto.

P.S. "Questo sabato a Torino si svolgerà un altro convegno dedicato alle contraddizioni fra il dettato costituzionale e la presenza della NATO nel nostro paese"




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