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La letalità del Covid. I primi 4 studi scientifici offrono una prima risposta concorde

 

Quanto è letale il Covid? Come spiega in un ottimo articolo su Internazionale Claudia Grisanti la misura di riferimento da tenere a mente per il calcolo èil cosiddetto infection fatality rate (Ifr) - un tasso di letalità che viene calcolato dividendo il totale dei decessi per il totale delle persone infettate, compresi i casi non confermati da esami di laboratorio o che non mostrano sintomi.

 

Le difficoltà per calcolare l'IFR per un nuovo virus sono diversi, per il caso del covid-19 diventa ancora più complesso perché, sottolinea Ggrisanti, "alcune persone contagiate hanno sintomi molto lievi o non hanno sintomi e quindi i casi non vengono individuati. Un altro problema nel calcolo dell’Ifr relativo al covid-19 è il tempo che trascorre tra il momento dell’infezione e l’eventuale decesso, che è di alcune settimane. Infine, non sempre il conteggio dei morti per covid-19 è preciso".
 

"L’Ifr può anche cambiare nel tempo, per esempio se migliorano le cure prestate. In effetti, è possibile che dall’inizio della pandemia di covid-19 l’accumulo di conoscenze mediche stia portando a un miglioramento delle cure e quindi alla riduzione delle morti. L’Ifr può anche dipendere dalla struttura demografica della popolazione, per esempio dalla presenza di molte persone anziane, dalle condizioni sociali e da altri fattori.", prosegue la Grisanti


La prima stima dell’Ifr l'abbimo avuta grazie al noto caso della nave da crociera Diamond Princess, all’inizio di febbraio. È stato calcolato in quel caso un Ifr totale dello 0,65 per cento.
 

Nell'articolo di Internazionale si portando ad esempio quattro studi scientifici che mostrano una sostanziale conferma del calcolo effettuato sulla nave Diamond: uno brasiliano, ancora non pubblicato su riviste scietifiche, con i ricercatori che hanno stimato un Ifr totale dell’1 per cento su uno studio che ha considerato 133 città brasiliane; uno in Spagna, dove è stato possibile stimare un Ifr di circa l’1 per cento; un primo studio su The Lancet che aveva stimato un Ifr per la Cina dello 0,657 per cento, ma del 7,8 per cento per le persone con più di ottant’anni; infine un altro studio, svizzero, relativo al cantone di Ginevra, che ha rilevato un Ifr dello 0,64 per cento per tutta la popolazione, ma del 5,6 per cento per le persone con 65 anni o più.
Per l'Italia, conclude la giornalista di Internazionale, mancano studi di questo tipo ed è già di per sè molto significativo.

Molto interessante il commento su Facebook dell'epidemiologo Stefano Rosso all'articolo:

"Alla fine si parla di uno 0.6% sul totale oppure 5.6% per gli over 65. Sicuramente più letale dell'influenza, ma non è certo quel disastro che furono la spagnola o l'asiatica che colpirono anche i giovani. Quello che fa è la nostra capacità di risposta e di trattamento. Ed è qui che si giocherà il nostro destino nel caso di un ritorno stagionale in autunno/inverno. Adesso abbiamo nuovi farmaci (e vecchi che funzionano bene come il desametazone), ma non bastano. E piuttosto che sperare di controllarne la diffusione con un vaccino (che non c'è e forse non ci sarà mai) sarebbe bene, oltre al trattamento, controllarne la circolazione con i vecchi metodi di identificazione e tracciamento. Ma è qui che rischiamo di perdere la battaglia. Perché per questa guerra servono uomini: laboratoristi, igienisti, infermieri e medici di territorio. I tamponi non aumentano perché non c'è il personale che li somministrano e che li analizzano. A tutt'oggi invece, mentre le unità di terapia intensiva sono state giustamente potenziate, il territorio continua ad essere sguarnito: nessuna nuova assunzione, nessun piano di avvicendamento e potenziamento. Nulla. È questo che mi spaventa. Non il virus."



 
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